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Aggiornato al 20/09/2018

Kathy Hodge (Usa, Contemporary) – Iceberg 5

 

La punta dell’iceberg

di Peppino Perrotta

 

Voglio raccontarvi un episodio della mia vita, banale come può essere per una nave che naviga nel mare del Nord l’avvistamento di uno spezzone di ghiaccio; banale, ma al tempo stesso allarmante se quel piccolo frammento è in effetti la punta di un iceberg sommerso, contro il quale la nave è destinata a incagliarsi.

Io vivo a Roma, ai Parioli, un quartiere abitato da gente ricca o almeno benestante, per lo più vecchia e arroccata in difesa dei propri privilegi e del conto in banca. Vivo in un palazzo signorile, al piano rialzato, con le finestre che affacciano sul marciapiede, che scorre più o meno tre metri sotto di esse.

Ieri pomeriggio, affacciato, guardavo due individui che insistevano a tormentare il citofono del mio portone nella speranza che qualcuno degli inquilini consentisse loro l’accesso al palazzo. Erano ben vestiti, o meglio erano in giacca e cravatta e portavano al collo un vistoso segno di riconoscimento con la propria fotografia. Dopo qualche minuto di vani tentativi, il più autorevole dei due, un uomo sulla trentina, è venuto verso di me cercando di aprire un dialogo. Mi ha spiegato che tutti gli utenti di energia elettrica hanno, per legge, il dovere di sottoporsi a non so quali controlli sui contatori, controlli che loro erano incaricati di eseguire. Il documento appeso al suo collo e a quello del giovane che si tirava dietro attestava la legittimità della loro posizione. Io di conseguenza dovevo aprirgli.

Mentre lui sciorinava questo sproloquio, io rispondevo scuotendo la testa a significare il mio irreversibile no.

Avendo inteso che non c’era modo di convincermi, mi ha mandato a quel paese, e ha proseguito verso il portone successivo. Il ragazzo che lo seguiva, giunto sotto la mia finestra, si è avvicinato in modo tale da arrivare con la sua faccia a poco più di un metro da me. Era un giovane di borgata, con la testa rasata fino a lasciare solo un ciuffo di capelli sulla sommità del cranio, e che denunciava, attraverso il collo e le mani un corpo tatuato, che neppure il vestito che indossava, assai goffamente, riusciva a coprire del tutto.

Mi ha fulminato con lo sguardo, mentre mi diceva “a me tu non dici di no”. C’era in quella occhiata non solo la rabbia di non poter superare le difese del palazzo, ma un odio profondo e traboccante nei confronti miei e della categoria che rappresentavo. Un odio che mi ha fatto rabbrividire.

Quando anche lui si è allontanato mi sono ritrovato indietro di 64 anni quando, diciottenne, cercavo di infilarmi nei palazzi per proporre la Lettera 22 della Olivetti. Avevo la stessa voglia di raggiungere l’obiettivo che prendeva oggi quel giovane, ma quanto diverso era il mondo di allora. Io dribblavo i portieri per piazzare un bene reale, e avevo la forza di sapere che pur essendo all’ultimo gradino di una scala, applicandomi potevo salirla. Quel giovane invece era costretto a tentare di vendere il fumo della pipa per cercare, al massimo, di sopravvivere oggi.

Chiudendo la finestra su questo brutto mondo, mi sono domandato quanti siano nelle grandi periferie che circondano Roma i giovani rasati e tatuati che neppure provano a vendere l’aria fritta, e che maturano verso i vecchi ricchi lo stesso odio profondo. Sono un esercito di cui nessuno si occupa, un esercito il cui odio e rabbia tra un po’ non potrà più essere fermato dai citofoni.

 

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Inserito il:29/04/2017 09:15:07
Ultimo aggiornamento:29/04/2017 09:18:56
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