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Aggiornato al 18/08/2018
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Antonio Joli (1700-1777) – Veduta del Colosseo

Passeggiate romane (Nona puntata).


continua da Ottava puntata

I resti di Roma antica (seguito)


Il Colosseo

Per entrare nel Colosseo bisognerebbe fare la fila anche quando piove, e ho sempre pensato che non ne valga la pena perché poco o nulla potrebbe aggiungere una visita a quanto si è assorbito dai modellini museali o dalle descrizioni letterarie riguardo ai meccanismi della velatura e dei montacarichi, capaci di far giungere gli animali feroci dalle gabbie sotterranee fino all’arena, attraverso percorsi obbligati. Quanto al colpo d’occhio delle gradinate che il visitatore che ha fatto la fila può immaginare gremite di folla urlante, esso si può ampiamente surrogare con i film storici, per i quali si è già pagato il biglietto.

Siccome è sgradevole anche girarvi intorno sgomitando tra bivacchi di comitive stanche, paninari e improbabili centurioni, le riflessioni sul Colosseo, doverose anche per i passeggiatori locali oltre che per i turisti, è meglio farle spostandosi a ridosso del parapetto che si affaccia sui resti del Ludus Magnus. Da lì si vedono bene i resti di questa palestra, anche senza scendere tra i ruderi, che poi finiscono con l’essere uguali ai tanti altri che la Roma antica ci ha lasciato. Le riflessioni infatti non vanno fatte sulle pietre, ma sugli esseri viventi che riempivano l’anfiteatro come spettatori e come attori. Vengono in mente, chissà perché, in prima battuta soggetti i cui problemi erano lontani dalle preoccupazioni di chi affollava questi luoghi più ancora di quanto non lo siano da quelli degli odierni intruppati visitatori: gli animali.

Non è un pensiero che ha a che fare con la moderna cultura animalista, che convive stranamente con lo sterminio metodico quotidiano di milioni di capi di bestiame nel disinteresse più totale per le istintualità affettive e materne che caratterizzano molte delle specie di cui ci nutriamo. Si tratta molto più aridamente di considerazioni statistico-organizzative. Qualcuno ha fatto i conti di quanti spettacoli si siano svolti al Colosseo in più di quattro secoli, e quanti di essi abbiano coinvolto le cosiddette bestie feroci, ma si tratta di numeri del lotto. Si può essere però certi che dentro a quel grande ovale sono state uccisi molte migliaia di animali selvatici, provenienti soprattutto dall’Africa. C’è chi ritiene che la spietata metodica caccia portata avanti per secoli dai romani nella savana ha contribuito a rarefarne le specie.

Fa impressione pensare a quale macchina organizzativa il potere imperiale teneva in piedi per distrarre i cittadini romani dall’occuparsi della cosa pubblica come avevano fatto i loro migliori antenati. Centinaia di cacciatori costantemente all’opera e un’imponente catena di trasporto strutturata per il particolare carico dal quale ci si doveva proteggere, ma che doveva a sua volta essere ben accudito perché le bestie dovevano arrivare a Roma in buona salute. Un flusso in continuo movimento dai confini del mondo fino a Ripa Grande, fatto di carri, navi onerarie e zattere per risalire il Tevere. Migliaia di uomini, facchini, marinai, domatori, veterinari e custodi. Uno sforzo organizzativo mille volte superiore a quello che occorre per alimentare i moderni zoo, portato avanti con tecnologie di trasporto e nozioni di medicina dell’epoca, serviva non solo il Colosseo, ma i tanti altri anfiteatri dell’impero. Gli attori dei circenses non erano però solo gli animali.

Quanti saranno stati i gladiatori che operavano a Roma? In questa loro caserma-palestra i cui resti sono sotto il muretto al quale siamo affacciati, a giudicare da quel poco che vediamo alla luce del sole e da quel tanto che dorme sotto le case dello stradone di San Giovanni, avranno alloggiato un centinaio di loro.  Tenendo conto che a Roma di palestre simili a questa ce ne erano altre tre, si arriva a immaginarne il numero. Si trattava di un insieme eterogeneo, con un turn over molto elevato visto il mestiere che facevano, di figuri il cui comune denominatore era l’animus pugnandi, la loro caratteristica di base, perché gli spettatori chiedevano combattimenti e non finzioni o esecuzioni di vittime rassegnate. Da dove ciascuno prendesse questo spirito combattivo, ai lanisti, gli impresari che mettevano su le squadre e le affittavano alla mano pubblica per i ludi o a privati spendaccioni per i loro munera al popolo, interessava poco.

C’erano i professionisti, ex legionari o soldati di eserciti vinti che giunti schiavi a Roma cercavano il riscatto mettendo a frutto la loro esperienza militare, così come c’erano anche tanti dilettanti che magari non avevano mai preso in mano una spada: schiavi fuggitivi, condannati a morte, debitori insolventi che tra le mani dei creditori a quei tempi se le sarebbero passata assai male. L’arena era per loro l’ultimo rifugio, l’ultima speranza di risorgere o anche solo di sopravvivere.

Certo non tutti i disperati potevano diventare gladiatori; per acquistare un’immunità, simile a quella che si aveva fino a poco tempo fa nella Legione Straniera, o che hanno oggi i contrattisti che affiancano le forze regolari nei lavori sporchi, bisognava convincere i lanisti. Questi però erano esigenti, chiedevano oltre a un minimo di physique du role, di sottoporsi a una disciplina di allenamento durissimo perché non intendevano sprecare i soldi del mantenimento per gente che alla fine avrebbe reso meno appetibile il prodotto che loro vendevano. L’abilità di questi impresari, oltre che nella scelta dei componenti la squadra, stava nel proporre una serie di scontri i più interessanti possibili; giocavano innanzi tutto sulla diversificazione dei ruoli: i reziari, i secutores, i mirmilloni, i traci e i dimadeci avevano armi e tecniche di combattimento differenti e il contrasto tra queste diversità era motivo di eccitazione per le tifoserie. Ma essi badavano anche a mettere a confronto la tecnica dei professionisti con la forza della disperazione dei neofiti, che per quanto si fossero preparati in palestra, non avevano la dimestichezza con le armi di chi aveva passato anni nell’esercito.

Gli storici ci dicono che le vittime non erano poi tante, perché i lanisti stavano attenti a non buttar via i soldi spesi per l’addestramento. Così come pochi erano i morti, altrettanto raro era che qualcuno diventasse l’idolo delle folle. Quando ciò succedeva, il fortunato diventava ricco e faceva una bella vita, un po’ come i nostri campioni di calcio. I più rimanevano dei mestieranti finché durava la loro stagione che finiva per qualche malattia o qualche ferita grave. Talvolta erano chiamati e pagati per ravvivare l’ambiente di qualche festa non proprio culturale, ed erano oggetto di consumo per matrone in cerca di sesso dai toni forti. Tuttavia non era sempre così, perché qualcuno metteva su famiglia, come ci ricorda una stele conservata a Milano che riporta le fattezze del gladiatore Urbico, fiorentino, morto dopo tredici combattimenti a 22 anni nel terzo secolo. L’elogio funebre l’ha scritto la moglie, con la quale era sposato da sette anni e dalla quale aveva avuto due bambine, Olimpia e Fortunense. Lauricia, sua moglie, era sicura che gli amatores, cioè i tifosi, avrebbero ricordato Urbico per sempre.

Chi li guardava combattere aveva come denominatore comune, oltre che il gusto per la competizione, l’insensibilità per le sofferenze altrui, uomini o animali che fossero; se la passione fosse stata solo quella di veder gareggiare, poteva soddisfarla pienamente al Circo Massimo che oltre tutto era lì a due passi. Il fatto che al Colosseo si facesse spesso il pienone la dice lunga sul livello della sensibilità umana della plebe nella Roma imperiale, degenerazione ormai di quel popolo organizzato che era stato la forza dell’oligarchia patrizia della repubblica, trasformatasi ormai in dittatura militare. La guida e il contraltare di questa plebe era l’establishment che si rinnovava, spesso in modo cruento, ad ogni cambio di dinastia o addirittura di imperatore, e che gestiva le risorse derivanti dalla spoliazione dei nuovi territori conquistati e dalla grassazione strutturata delle provincie già inglobate. Queste ingenti ricchezze erano indirizzate prima di tutto a sostenere l’imponente esercito mercenario e parallelamente il lusso della corte imperiale e del suo entourage. Le briciole servivano a far mangiare a buon mercato, o addirittura gratis, le masse della capitale e ad allestire per loro gli spettacoli che li distraessero evitando il disturbo ai manovratori.

 

Ancora a spasso per la Roma imperiale.


Le passeggiate tra i resti a cielo aperto della Roma imperiale non possono che proseguire sul Palatino, dove si ha la dimensione fisica di quanto potesse essere grande e lussuoso quel palazzo nel quale sono transitati, spesso fugacemente, una cinquantina di titolari.

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Orfeo Tamburi – Paesaggio romano: Il Palatino - 1943


La storia vista da chi ha il vizio di fare delle sintesi senza perdersi troppo nelle analisi, parla di una maggioranza di spostati, ammalati di potere, spesso crudeli, e di poche persone normali. Si è trattato, sempre più nel tempo, di generali che mandati a guardare i confini fidelizzavano le loro legioni usando i bottini di guerra, e alla testa di queste tornavano per spodestare e spesso per far fuori chi aveva commesso l’errore di non controllarne bene le mosse; persone che, poco tempo dopo, rischiavano di far la fine dei loro predecessori.

C’è da chiedersi come sia stato possibile che l’impianto imperiale voluto e strutturato da Augusto abbia potuto mantenere Roma caput mundi con questa plebe e con questi comandanti per quattro secoli. La risposta sta nella constatazione che nel mucchio di questi avventurieri megalomani si sono inseriti opportunamente e quasi magicamente ad intervalli alcuni uomini di stato che hanno curato le ferite della loro dissennata smania di potere. Costoro, però, non sarebbero bastati se le fondamenta poste al tempo degli Scipioni non fossero state così solide; l’impianto giuridico, la scuola politica, la scienza militare e quella ingegneristica della Roma repubblicana hanno fatto da antidoto alla malattia di tanti folli, ancor più di Adriano, di Antonino Pio, di Marco Aurelio, di Diocleziano e di Costantino.

Guardando il Colosseo da qui, da dove lo vedevano gli imperatori, la metafora viene spontanea; la costruzione dell’anfiteatro ha resistito per buona parte a 2000 anni di terremoti, spoliazioni e incuria proprio perché le basi che gli ingegneri costruttori avevano posto erano assai solide, così come le coscienze di chi è stato capace di eliminare dal Mediterraneo la concorrenza etrusca, greca e fenicia. Le metafore sono come le ciliegie; quei grandi blocchi di tufo e quelle teorie di arcate sospese nel vuoto hanno ancora oggi una funzione importante per la nostra città, che campa anche e forse soprattutto per il continuo pellegrinaggio di milioni di turisti che vengono qui proprio per ammirarlo.

Così come accade per quelle pietre, anche l’impianto politico, giuridico e organizzativo degli Scipioni sopravvive ancora oggi, addirittura raffinato e pittato di soprannaturale nella struttura di potere della chiesa cattolica apostolica romana, con buona pace di noi laici.

È così forte l’impronta che hanno dato i quiriti ai sette colli da rischiare di rubare la scena a quanto di altro è successo qui da quando essi sono usciti di scena; così chi gira per Roma con in testa la città di 2000 anni fa, scendendo dal Palatino finisce col voler scoprire dove viveva chi imperatore non era. Si infila quindi dove è possibile, sette o otto metri sotto l’attuale piano stradale, per scoprire dove abitavano coloro che affollavano le gradinate del Colosseo o le palestre delle terme. Quando nel buio del sottosuolo il cicerone mostra ciò che è rimasto delle mura di quegli angusti locali, dice che le case si alzavano per cinque o sei piani, e più in alto si viveva e peggio si stava, e mostra che le vie che dividevano gli isolati non erano più larghe di tre o quattro metri, vengono subito in mente i quartieri spagnoli di Napoli, si sente lo stesso vocio e si vede lo stesso colore locale.

A furia di scendere sotto le chiese e le case di chi, per allargare la cantina, è finito con l’imbattersi in qualche opus incertum sepolto dal tempo, si finisce col trovare anche traccia di chi si poteva permettere una domus tutta sua, con tanto di impluvium e di stanze che prendevano luce dal portico. Lì i pavimenti sono a mosaico e le mura rimaste in piedi mostrano qualche traccia di affreschi. Roba da benestanti che si potevano permettere anche qualche schiavo.

Ma i ricchi, quelli veri che tornavano da qualche proconsolato nelle provincie lontane carichi di soldi arraffati poco chiaramente, quelli dove vivevano? Chi non si ritirava in qualche villa urbana ai Castelli e voleva restare a contatto con la vita della metropoli, si faceva un hortum. I quartieri di insulae e di domus che circondavano i Fori e le grandi costruzioni pubbliche erano a loro volta cintati da una teoria di horti che seguivano più o meno la linea delle mura aureliane. L’hortus era una villa imponente nella quale le costruzioni si sposavano con la natura, piegata alle comodità del signore; portici, templi, terme, padiglioni, ninfei disposti in modo armonico tra le piante, trattate spesso con l’arte topiaria in modo da creare figure geometriche o addirittura scenari.

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Paolo Anesi (1697-1773 date incerte) – Tempio di Minerva e acquedotto


Oggi è tutto scomparso perché a Roma, quando non arrivarono più i tributi alimentari dalle provincie, questi luoghi, depredati da quanto di sontuoso i vecchi proprietari vi avevano impiantato, furono usati per piantarvi gli ortaggi che derivano il loro nome proprio da questa circostanza. L’espansione urbana di Roma moderna ha fatto il resto, seppellendo quanto rimaneva di quelli di Cesare, Galba, Antonio, Agrippina, Pompeo, Lucullo e tanti altri.

A dimostrare di che razza di lusso si trattasse sono rimasti i resti di una grande sala per banchetti di quello di Sallustio, che vive ancora sotto l’edificio della Camera di Commercio, e un ninfeo facente parte probabilmente degli horti di Aureliano che si porta dietro il nome di tempio di Minerva appiccicato a caso nel medioevo, che tutti possono vedere entrando a Roma per ferrovia a due chilometri dalla stazione.

Oggi non si può che seguire la cerchia di questi horti su una delle tante mappe archeologiche, ma qui quando si arriva sempre a ridosso delle mura aureliane dalle parti di Santa Croce in Gerusalemme, dove erano gli horti variani e quelli torquatiani, si è costretti a ripensare alla megalomania degli imperatori, e nella fattispecie a quella di Settimio Severo. Sembra proprio che il padre di Caracalla, al quale stava stretto lo spropositato palazzo imperiale costruito da Domiziano sul Palatino al punto da farlo quasi raddoppiare, espropriò questi horti per costruirsi un’altra residenza, suburbana questa, con un anfiteatro delle terme e un circo, per fortuna un po’ più piccolo di quello massimo che aveva proprio sotto casa nel centro di Roma. Non c’è da meravigliarsi, perché la sua megalomania lo ha portato ad abbandonare il titolo di princeps che si erano dati, bontà loro, i suoi predecessori, per affibbiarsi quello di dominus et deus. Le fonti raccontano che in punto di morte abbia detto: “Sono diventato tutto quello che ho voluto, e mi accorgo che non ne valeva la pena”. Ma io non ci credo.

  

La tomba degli Scipioni


Per far pace con i quiriti, dopo tanto sperpero e pazzia, bisogna andare a rifarsi la bocca visitando la tomba degli Scipioni, che possono essere presi a simbolo della straordinaria aristocrazia repubblicana. È lungo l’Appia, ma discretamente appartata rispetto alla via, ed esprime ancor oggi nei suoi resti l’essenzialità, la concretezza e la sobrietà di quel casato che ha contribuito così tanto a fare di Roma la potenza egemone del Mediterraneo.

Prima di entrarci bisogna ripassare la storia di questa famiglia, che per cento anni ha dominato, rispettandole al contempo, le istituzioni repubblicane. Era difficile distinguerli questi Scipioni, perché avevano il vezzo di mettersi più o meno gli stessi prenomi, tanto che per caratterizzarli veniva dato loro un epiteto: l’africano, l’asiatico, l’emiliano che non erano fuori luogo perché fu il loro valore e il loro ingegno a eliminare la concorrenza cartaginese e ad assicurare a Roma il dominio della Spagna del Magreb e dell’Asia Minore. Non furono solo soldati, perché si deve a essi uno sforzo per aprire l’intellighentia romana alla cultura greca.

La loro obbedienza alle istituzioni li portò a sottoporsi, malgrado fossero al massimo della popolarità, a un processo di illecito arricchimento dal quale uscirono a testa alta. Sono stati in condizione di anticipare la deriva autoritaria che avrebbe ucciso qualche decennio dopo la repubblica, ma si rifiutarono di farlo. Non bisogna dimenticare che il vincitore di Zama, che avrebbe potuto essere un Cesare ante litteram, morì da pensionato nella sua villa in campagna.

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Pompeo Girolamo Batoni (1708-1787) – Scipione l’ africano


Quello degli Scipioni è stato un casato progressista e la loro lotta contro il conservatorismo trovò il momento culminante nei più famosi epigoni, i fratelli Gracchi, nipoti proprio di Scipione l’africano. Essi presero sul serio il loro mandato di tribuni della plebe e tentarono di rompere l’egemonia dell’oligarchia terriera con una riforma agraria, pagando con la vita. Con questi ricordi alle spalle e negli occhi la sobria facciata del sepolcro così come appare nella ricostruzione degli archeologi, con il suo tufo non sovrastato da marmi ma solo ingentilito da intonaco e fregi, si può entrare nell’ipogeo.

È proprio una tomba di famiglia, pensata non per glorificare qualcuno, ma per ricordare il capostipite, Lucio Cornelio Scipione Barbato, che peraltro non si è coperto di tanta gloria quanto i discendenti. Solo di lui resta un grande sarcofago, mentre i resti di quelli degli altri conquistatori del mondo di allora, propugnatori dell’evoluzione culturale e sociale della repubblica romana, erano più sobri, scavati nel tufo o contenuti in celle anguste affiancati gli uni agli altri. Che differenza con le colonne marmoree di Traiano e di Antonino Pio, o con i megalomani monumentali sepolcri di Augusto e di Adriano. Si lascia la tomba degli Scipioni con lo stato d’animo che ci accompagna uscendo da un cimitero dopo la visita alla cappella di famiglia, e con la convinzione che Foscolo, se avesse avuto modo di frequentare questo ipogeo, l’avrebbe menzionato nei suoi Sepolcri tra le urne dei forti, accanto a quelle di Machiavelli, Dante e Galileo.

 
(continua)

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Inserito il:22/12/2014 12:07:34
Ultimo aggiornamento:04/01/2015 18:45:40
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