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Aggiornato al 17/12/2018
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Luigi Gabrieli (1904-1992) - Periferia


Passeggiate romane (Penultima puntata).

continua da Quattordicesima puntata


Le passeggiate sono finite

 

Il pensiero plumbeo di questa periferia che dall’alto non si vede mi fa capire che le mie passeggiate sono finite. Il termine stesso, infatti, evoca la spensieratezza; non si può passeggiare quando si è tristi, bisogna avere la mente leggera e sgombra per camminare, chiusi nella bolla entro la quale si traversa la realtà circostante, curiosando, meravigliandosi, approfondendo ed evocando. Ma è proprio vero che tutto l’anello che c’è tra le mura aureliane e l’agro romano fa sempre stringere il cuore?

Emozioni potrebbe darle l’Eur, ma la sua maestosità richiama a quella grandeur da operetta di marca fascista che ha il potere di svilire tante belle idee architettoniche. Oltre questo, cosa altro c’è che può dare emozioni?

Mentre mi allontano dal centro verso le propaggini della città, penso ai tanti agglomerati piccolo-borghesi che non hanno nulla da dire al viandante se non che si può nascere, vivere e morire in un brodo di banalità, falsa spiritualità e pregiudizio, non avendo imparato niente di serio dal mistero che ci ha circondato. Gente che veste a modo, fa dei pasti regolari, convive con i riti di una religiosità troppo spesso fasulla e superficiale, e vota in modo da conservare questa miopia.

E penso a qualcosa di ancor meno attraente, alle enclavi dei benestanti, di quelli che non si vogliono confondere a un tempo né con loro né tanto più con i reietti, e che si chiudono quindi in fortini cintati e guardati da portinai tanto inutili quanto emblemi del buon livello sociale di chi ci abita dentro. Ghetti forniti spesso di piscina e di altre amenità nei quali trovano alloggio, insieme a quelli che per stare meglio degli altri hanno peccato poco, molti che hanno dovuto peccare assai.

Non mi interessa non solo passeggiare ma nemmeno transitare tra questa gente che purtroppo conosco e che sento avere poco a che fare con Roma, o per lo meno con la Roma che da vecchio ho imparato ad amare. Se, pur smettendo di passeggiare, sto andando in periferia è per incontrare qualcosa che nei suoi difetti, e chissà nei suoi pregi, conosco assai poco.

Parlo del mondo dei sottoccupati, di quel popolo che non ha nessuna pretesa o voglia di dimostrare perbenismo, e che ruba e bestemmia alla luce del sole; gente che vive lì dove è stata spesso costretta ad aggregarsi coabitando di malavoglia in case quasi sempre abusive. Luoghi nei quali il pil si regge più che con gli stipendi e i salari, con i furtarelli e il piccolo spaccio. Via di Torrevecchia, che è Roma a tutti  gli effetti perché inizia a non più di tre chilometri dal centro storico, è l’anticamera di uno di questi mondi.

Percorrendola sono colpito dal lento passaggio dalla ristrettezza economica al degrado. Questo scivolamento lo si percepisce meglio camminando (non passeggiando perché come ho detto qui il passeggio è fuori luogo); in macchina infatti, se pur si può cogliere il progressivo deterioramento degli immobili, non si riesce a guardare bene la gente che ti viene incontro. Via via che si va avanti, la strada è assai lunga, si impoveriscono gli abiti dei passanti insieme alla qualità della merce offerta da negozi sempre più essenziali. Anche le facce diventano più tristi e rassegnate; si tratta di gente povera, preoccupata di come tirare avanti domani se non addirittura oggi, ma ancora facente parte di un mondo nel quale ci si può avvalere di un seppur sgangherato contesto sociale.

La prima sensazione che anche questo stia venendo meno ce l’ho quando, sulla destra, gli immobili lasciano campo a uno spazio libero, creato probabilmente nelle intenzioni come zona di svago e nel quale si intravede qualche struttura fatiscente destinata ai bambini. Oltre, corre una barriera di cemento lunga molte centinaia di metri e alta una trentina. È un insieme di casermoni grigi, tristi e trasandati, destinati a ospitare diverse migliaia di persone. Intorno ad essi non c’è traccia di attività, solo parcheggi semivuoti che ospitano qualche macchina rimediata.

Io sto andando a cercare un agglomerato di case che viene comunemente inteso, non so perché, come “Bastogi”. Chiedo a qualcuno se sono arrivato, e mi dicono di no, Bastogi è più giù, ad un chilometro, oltre un terreno coperto da quella vegetazione spontanea che in periferia ha il pregio di nascondere alla vista le cartacce e i preservativi. C’è tra quelle piante, tracciato dal calpestio, un angusto sentiero che porta dritto alla mia meta.

Sono curioso di vedere Bastogi perché ha una storia trentennale pubblicizzata tra l’altro una decina di anni fa da una miniserie televisiva di Rai tre. So come il quartiere sia nato negli anni ‘80 con l’ambizione di diventare un campus universitario, e come poi sia stato economicamente più conveniente per il costruttore vendere l’insieme a un compiacente Comune che negli anni ’90 doveva tenere buoni gli assegnatari di case popolari che tardavano a spuntare.

Ho capito anche come la presunta provvisorietà della situazione abbia facilitato la mala politica nel disinteressarsi totalmente delle attività di manutenzione e di ogni struttura di servizio, inclusa quella del gas. Ho letto come naturalmente agli assegnatari che l’avevano occupata solo per la metà si siano aggiunti presto, a fare il pieno, abusivi di tutte le razze rendendo il posto un centro di microcriminalità. So anche dei tanti tentativi da parte di qualche abitante benpensante di raddrizzare la situazione per vivere un po’ meglio: la creazione di una polisportiva, di uno sportello di ascolto e di un’attività artigianale cui era stato dato il bel nome di “Bastogi a colori”.

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Renzo Vespignani (1924-2001) – Periferia - 1957


Così come so, per altro verso, di interventi violenti della polizia, di guerra tra piccole bande e di quanto di brutto possa accadere in una zona degradata. Con questo bagaglio mi trovo finalmente davanti a un insieme di palazzi (dieci o forse più) non troppo alti, in grado di ospitare due o tremila persone. Un quartierino separato dal mondo da un lato dal terreno incolto che ho traversato, dall’altro da uno stradone che sembra venire dal nulla e andare nel nulla.

Nel veloce giro degli occhi alzati ad esplorare le facciate, ricevo dalle finestre la misera trascuratezza di ciò che c’è dentro. Non da tutte però, perché qua e là qualcuna ha il coraggio di avere dei fiori. Un uomo, coperto da canottiera e tatuaggi, affacciato alla finestra mi guarda incuriosito. Apprendo con qualche meraviglia che le due strade che girano intorno ai palazzi sono dedicate, chissà in base a quale ragionamento, a vescovi benemeriti. Per leggere i loro nomi occorre torcere il collo, perché i pali che li sostengono sono piegati quasi ad angolo retto.

I resti, vuoti e malridotti, di quelli che furono dei cassonetti denunciano che l’immondizia la si butta altrove, probabilmente nel campo che ho attraversato. Tutto normale, penso, questo è il degrado. Ma perché non vedo gente in giro? Magari ragazzacci, spacciatori, vecchi usciti a prendere aria, o mamme con qualche bambino? In fondo sono le 11 di mattina. Invece in strada non c’è nessuno, e non per modo di dire, proprio nessuno. Passo davanti a una fila di saracinesche chiuse, qualcosa destinato dai progettisti ai servizi, al commercio o alle relazioni. Non un’insegna, non una traccia di vita magari di ieri o dell’altro ieri, solo sporcizia e silenzio.

Finalmente una scritta: comitato di quartiere. Qualcuno mi potrà far capire meglio come si vive lì. Ma la porta è chiusa e non da poco. Dove sono gli abitanti? Dormono perché la malavita qui si svolge di notte, o sono al lavoro altrove, o comunque in giro, come si diceva una volta dei napoletani disoccupati, “a cercare la mille lire”?

Forse se insistessi a stare qui qualcuno si farebbe vivo e potrei saperne di più, ma mi sento al centro di un mondo privo di vita e di qualsiasi cosa che abbia a che fare col sociale, e sono colto da una sorta di angoscia che diventa subito desiderio di scappare.

Ero venuto per vedere da vicino una piccola casbah romana, a due passi dal centro, e mi trovo in un silenzio più triste dei ceffi o dei derelitti che mi aspettavo di trovare.

Non ripercorro il sentiero che traversa il terreno incolto, imbocco invece lo stradone che delimita Bastogi dall’altro lato. Per quanto è largo dovrebbe essere destinato a un gran traffico, ma non passa una macchina e nemmeno persone, eccetto una vecchietta che trascina il carrello della spesa. Un altro triste segno di vita è dato da un paio di roulotte accanto alle quali sono sedute delle donne in attesa di clienti. Temo che, passando loro davanti, mi facciano cenni di adescamento, invece no, mi lasciano passare in silenzio anche loro.

Cosa è diventato Bastogi? Non lo so, ma certo è un posto dove la desolazione fa agio sul degrado e sulla sporcizia, che pure sono notevoli. Non posso credere che la periferia popolare di Roma, ossia quella al di fuori dei fortini dei benestanti e dei luoghi in cui abita chi ha impostato la vita sul posto fisso e sulla pensione, sia tutta così triste. Evidentemente ho sbagliato carotaggio.

Ma quanti altri chilometri dovrei percorrere per comprendere le tante facce di questa ingarbugliata matassa? Le realtà che possiamo definire dimenticate che circondano il centro storico sono infatti molte, e sparse oltre tutto a macchia di leopardo per i quattro punti cardinali. E il mio sarebbe un camminare faticoso, non quel passeggio gradevole tra le bellezze che ricordano duemila anni di storia affascinante cui sono abituato. Mi chiedo quindi se è proprio necessario impegnarsi a capir meglio questi “precari” che vivono negli spazi nei quali è stato consentito loro di infilarsi. Essi sono qualcosa che ha a che fare con l’anima di Roma e col suo futuro, oppure possiamo lasciarli a loro stessi, insieme ai travet e a quelli che guidano i suv?

Mi chiedo di chi avrebbe scritto uno dei più grandi narratori di Roma, il Belli, se fosse vissuto ai nostri giorni; lui che ci ha insegnato quanto sia importante conoscere il fermento che vive nell’indigenza e nel degrado per capire la nostra città. Il suo popolo, che abitava il centro storico, non c’è più. Quello di oggi è assai più vasto e eterogeneo, ed è abbarbicato negli interstizi di una periferia cresciuta da allora a dismisura, ma è pur sempre il popolo di Roma.

E popolo di Roma è anche quello di Pasolini che cento anni dopo ci ha fatto capire attraverso di esso la città. Il popolo è un pezzo del puzzle troppo importante per pensare di capire l’insieme senza averlo messo al suo posto.

Per fortuna la tecnologia aiuta le gambe stanche. Dentro lo schermo del computer c’è la magica possibilità di volare sulla città zoomando sulle zone occupate da coloro che hanno preso il posto del popolino del Belli, e che sono figli dell’accattone di Pasolini. E lo stesso schermo ci può dare poi tutti gli elementi, con notizie e filmati, per capire cosa si fa e cosa si pensa da lì.

Roma va sorvolata tutta con il mouse perché i luoghi snobbati dai benpensanti, noti ai romani che non li frequentano più di nome che di fatto, sono tanti: Tor Bella Monaca con le sue torri e gli agglomerati satelliti, il serpentone di Corviale, san Basilio, il Trullo, i colli Aniene al Tiburtino, per citare i più noti. Tutti con problemi più o meno gravi di fognature, raccolta rifiuti, allacci di energia, gas, viabilità, sporcizia e spaccio. A questi ci sono da aggiungere altre zone borderline, come ad esempio san Lorenzo e il Pigneto, che essendo più vicini al centro storico rubano un po’ dell’attenzione che il comune riserva alle più ricche zone limitrofe. Ma che succede là dentro?

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Renzo Vespignani - Periferia - 1956


Se si passa dalle zoomate aeree di Google Earth agli articoli e ai filmati, che abbondano su internet, si ha un quadro per il quale non è facile trovare aggettivi che non cadano nella tendenza fascista a stimolare l’apartheid o al contrario in un altrettanto fuorviante buonismo. Mediando tra questi due estremi il quadro si può definire povero, inquietante, carico di tensioni ma certamente vivo: la carenza dei servizi è compensata dall’arte di arrangiarsi e il peso della delinquenza bilanciato da tante attività lecite.

Chi ama Roma non può poi non rilevare che questi luoghi sono un gran laboratorio dove, pur con le naturali frizioni, sta avvenendo l’integrazione tra gli emarginati di Pasolini e i nuovi venuti dai Balcani e dall’Africa. L’apartheid, foriera di futuri terremoti, si respira in altri quartieri di Roma, non in questa periferia. I neri e i romeni per bene qui tirano la cinghia ma non più degli italiani, con i quali condividono il disagio. Quanto alle delinquenze, quella autoctona e quella importata, si dividono la torta come accade dovunque.

Quanti sono i romani di questa periferia? Tanti, certamente ben oltre un milione. La Roma che mi affascina con le sue vestigia imperiali, rinascimentali e barocche, quella che mi deprime con il suo turismo di massa volgare e caciarone appaltato in gran parte ai preti, quella che mi stupisce quando, in questa epoca di decadenza, tenta di rialzare la testa con dei do di petto architettonici, non può pensare di vivere tranquilla protetta da una cerchia di impiegati, pensionati di lusso e intrallazzatori.

Deve fare i conti, oserei dire per fortuna, con questa massa inquietante e eterogenea. E deve farli non solo con essa, ma con altre realtà ancor meno amalgamate col cupolone e col Colosseo. Parlo dei 150 o 200 mila immigrati dell’ultima ora, quasi tutti di colore, che si aggiungono ai 300.000 stanziali e che si aggirano nei quartieri più ricchi chiedendo l’elemosina davanti a ogni farmacia o supermercato, o che pitoccano ai semafori.  Quelli che spuntano come funghi quando comincia a piovere, carichi di ombrelli, con lo sguardo che cerca chi non è stato sufficientemente previdente.

Tutti questi si ritirano la sera in camere di fortuna fornite da individui senza scrupoli oppure in edifici che hanno strappato alla comunità con la forza della disperazione, per poter sopravvivere.

In questi luoghi non si entra attraverso lo schermo di un computer, bisogna muovere le gambe e non basta ancora. Bisogna trovare qualcuno che ti faccia da garante se vuoi varcarne la soglia, perché si tratta di roccaforti presidiate contro chi, e ce ne sono, vuole loro del male.

Questo qualcuno nella fattispecie si chiama Sahel. Lo incontro in un bar a due passi da un ex palazzone di uffici, occupato da anni da 500 africani, somali etiopi e eritrei come lui. È fuggito sei anni fa da Asmara dove, dall’età di 14 anni, faceva il soldato; lo pagavano l’equivalente di 60 dollari al mese, con i quali anche lì non si campa, e continuavano all’infinito a prolungare la ferma.

Prima di arrivare in Italia attraverso la travagliata via che passa per il deserto, gli aguzzini libici e le carrette del mare, ha provato a restare in Africa passando dall’Etiopia all’Uganda. Ne ha viste di tutti i colori e non si stenta a crederlo perché i suoi 28 anni sembrano più di 40. È disposto a far tutto, ma solo 5 o 6 giorni al mese trova qualcuno disposto a dargli almeno 40 euro; cerca di arrotondare quando, nella eterogenea comunità in cui vive, qualcuno deve fare un biglietto aereo. Lui conosce bene un’agenzia di viaggi che gli riconosce una provvigione. Non succede spesso, ma quando ciò accade riesce a portare a casa fino a 50 euro. Sogna di poter comprare una macchina, magari di quelle da rottamare, con cui fare da tassista, sempre nel suo mondo, per chi ha bisogno di andare all’aeroporto o di trasportare qualcosa di pesante. Si sentirebbe di rischiare non pagando né bollo né assicurazione. Un rischio accettabile dopo quelli che ha corso.

Siccome ritarda all’appuntamento, sono costretto a chiedere a ognuno dei tanti africani che si aggirano intorno al bar (lo avevo sentito solo per telefono), se sia lui Sahel; puntualmente, sperando che io abbia da offrire un lavoro, tutti si propongono al posto suo. Quando finalmente arriva, dopo avermi raccontato di lui di fronte a un caffè, ci avviamo verso questo lembo di Africa che spunta come un fungo estraneo in una periferia vivacissima, affollata di traffico e di attività commerciali all’ingrosso, e sfiorata dall’enclave universitaria di Tor Vergata.

Mentre varchiamo il portone, sotto gli occhi di un gruppo di giovani più guardinghi che incuriositi, mi chiede scusa della sporcizia che troverò. Il fatto, mi spiega, è che il comitato di coordinamento, formato da un eritreo un etiope e un somalo, che dovrebbe essere il riferimento di tutti i residenti per la mediazione delle controversie interetniche e per la gestione degli spazi comuni, non funziona. Una volta era diverso, ognuno si tassava per 10 euro al mese e tutto funzionava. Poi le persone sono cambiate e i quattrini del fondo spese non era più chiaro dove finivano; così qualcuno ha cominciato a non versare la quota e assai presto si è passati da qualche ritardatario ad un’evasione totale.


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Franco Portinari - Fermata metropolitana - 2006



In effetti l’impatto con l’androne e con la prima rampa di scale aveva proprio bisogno di questa premessa per attutire il disagio: vetri rotti, cartacce e qualcosa di più abbondano per terra, le mura ovunque scorticate. Il primo piano è un labirinto. Quella che doveva essere la pianta iniziale del palazzo di uffici è stata completamente sconvolta da una serie di interventi, avvicendatisi probabilmente nel tempo, attraverso i quali ciascuno si è ritagliato in modo del tutto asimmetrico rozzo e artigianale uno spazio vitale. Si cammina così in passaggi stretti e bui sui quali affacciano porte di varia foggia e provenienza, talvolta solo lastre di cartongesso. La presenza o meno di un lucchetto di chiusura fa intuire che chi abita i box sia uscito o si trovi ancora all’interno. Ogni tanto si incontra un gabinetto, chiuso anch’esso con un lucchetto. Vuol dire che è a disposizione di uno o più residenti che ne garantiscono la gestione. Quando il lucchetto non c’è, la latrina lascia assai a desiderare.

Improvvisamente si sbuca in uno slargo, uno spazio comune a più residenti, con un lavabo, una o più cucine economiche e qualche materasso in terra destinato agli ospiti che non entrano nei privèe.  Quando Sahel bussa a qualche suo conoscente per mostrarmi cosa ci sia dietro quelle porte, capisco la necessità di quei materassi; in una decina di metri quadri, tra giacigli di fortuna, credenze sgangherate, immagini sacre e televisori di vecchia generazione, si intravedono coperti da un forte odore di umanità tre o quattro persone. Mi guardano male, poi Sahel gli spiega e si tranquillizzano.

C’è poca, pochissima gente in giro; chiedo al mio Virgilio se è così perché sono a lavorare, e mi spiega che solo pochi sono fuori a cercare di fare la giornata, lavoro ce n’è così poco che molti non si muovono nemmeno per cercarlo. Dormono ancora alle 10,30 di mattina perché la sera hanno fatto tardi bevendo, giocando a carte o fumando spinelli. Mi chiedo, e chiedo a lui, in quali spazi possano riuscire a fare tutte queste cose, e per risposta mi fa salire al secondo piano. Lì ci sono gli spazi comuni: uno spaccio che fornisce acqua, birra, sigarette e poco altro, una specie di ristorante con un arredo essenziale ma con un televisore gigante di ultima generazione, e un vecchio biliardo che pende palesemente da un lato e quasi privo ormai di panno. Tutto, televisore a parte, è assai fatiscente e permeato da un acre odore di spezie.

Dopo aver capito dove si possono passare le serate, chiedo a Sahel da dove escono i soldi per bere e farsi gli spinelli, visto che a lavorare sono in pochi; mi spiega che fra tutti loro c’è molta solidarietà. Si ripete qui, in sedicesimo naturalmente, quel che accade nelle carceri; chi lavora o riceve aiuto dai parenti che stanno da qualche parte all’estero, paga per chi soldi non ne ha.

Mi pare di aver capito tutto e dico che può bastare, ma lui ha altro da farmi vedere. Prima di lasciare il secondo piano mi mostra un bugigattolo lungo e stretto nel quale lavora un sarto. È sommerso da un disordine fatto di stoffe di tutti i colori, e cuce, soprattutto per quelle donne che non vogliono abbandonare gli abiti tradizionali. Una visione tenerissima, che ci voleva per attenuare l’atmosfera pesante che non mi aveva abbandonato fin dall’ingresso.

Sahel, che è stato da me ingaggiato professionalmente, ci tiene a guadagnarsi la paga e mi vuole fare vedere tutto lo stabile. Cerco di convincerlo che se i piani superiori sono più o meno come il primo, è inutile, ma lui ci tiene a farmi vedere casa sua che purtroppo è proprio al settimo piano. Saliamo scale sempre molto sporche e incontriamo un pianerottolo chissà perchè mezzo allagato da una fanghiglia che ha macerato le cartacce. Giunti in cima Sahel mi mostra con orgoglio uno slargo comune, che condivide con tre altri compatrioti. Non c’è traccia di sporco, “questo lo pulisco io” mi dice “quando non lavoro”. Ci sono tre cucine a gas, lucide e in ordine e un paio di materassi poggiati non per terra, come gli altri, ma su una rete. La porta di casa sua è guarnita da un’immagine sacra (Sahel è cristiano) e da una grande decalcomania natalizia. La sua stanza è un modello di pulizia e di ordine: letto, armadio, tavolino e televisore non solo sono in buono stato, ma curati nella loro disposizione. Gli dico che ha il miglior appartamento di tutto lo stabile, e lui annuisce gratificato.

Insiste per portarmi da una sua dirimpettaia, una vecchia sdentata che non ha certo la sua stessa cura per la casa, e che pretende di farmi accomodare su una sedia sghimbescia. Mi offre da mangiare, non serve schernirsi, e mi trovo davanti una focaccia condita con una salsa assai piccante, la ngera con lo zighinì. La mangio, non solo perché mi sembrerebbe scortese non farlo, ma anche perché è molto gustosa, e apprendo da Sahel che quell’anziana donna campa vendendo ai suoi conterranei gli ingredienti di questo piatto tradizionale.

Penso che la mia guida ne abbia anche lui abbastanza, ma non è così, c’è ancora da vedere l’attico, cioè un enorme terrazzo dal quale si può godere a 360° un gran panorama. A parte un piccolo spazio occupato da alloggi ancor più di fortuna e fatiscenti di quelli sottostanti, si tratta di un gigantesco mondezzaio costellato qua e là da reti, buone in estate a far passare la notte a qualcuno che non ha altro luogo sul quale sdraiarsi.

Da quassù si vede bene non solo il grande complesso universitario, ma anche la celebre Vela di Calatrava, che dista in linea d’aria poco più di un chilometro.  Mi piacerebbe avere il tempo per riflettere da quassù sul bisticcio tra quello che ho visto in questo palazzo e quel monumento al pressappochismo e alla mancanza di serietà. Non ricordo quante decine di milioni di euro siano serviti a costruirla per un progetto faraonico di dare all’urbe una nuova prestigiosa città dello sport. Ora è lì, contornata da terreno incolto e protetta da due ordini di reti arrugginite in attesa che qualcuno riesca a dare un senso postumo a questa cattedrale nel deserto. Per rendere meglio vivibile questo palazzo e per dare un po’ di lavoro serio a questi diseredati basterebbe probabilmente la metà di quanto si spende ogni anno per evitare che arrugginisca.

Sto per lasciare Sahel davanti al portone, ma lui si ferma a parlare con quel gruppo di giovani che avevamo incrociato entrando; mi dice che fanno parte di quanti sono arrivati qualche giorno fa, più di cento persone. Hanno trovato una sistemazione di fortuna nel garage sottostante. Mi fa da interprete con uno di loro. Parla del viaggio in oltre 300 su una barca lunga una dozzina di metri. È durato 4 giorni. Ci tiene a spiegarmi con la mimica come sia possibile fare entrare tanta gente in così poco spazio. Si siede per terra, allarga le gambe e fa sedere un suo compagno stretto a lui fra di esse. Questi a sua volta allarga le ginocchia per far spazio al prossimo.

Chiedo come sia possibile soddisfare i bisogni corporali in queste condizioni, allora prende una bottiglia d’acqua in mano a un amico e se la mette tra le gambe. Chiedo a Sahel di informarsi anche di come se la sono cavata con quello che i medici chiamano andare di corpo. Si mette a ridere, è un problema relativo: intanto durante il viaggio si mangia poco o niente, poi se proprio succede pazienza, nessuno ci fa caso nel puzzo generale.

Prima di salutarmi, Sahel mi fa scendere nel garage. L’intero scantinato è coperto di giacigli di fortuna, alcuni vuoti ma per gran parte occupati da corpi totalmente avvolti in coperte. Mi dice che tra un mese molti di questi saranno in qualche paese del nord Europa, il loro transito in Italia è veloce perché per la polizia loro non esistono, purché se ne vadano presto. Da parte loro non chiedono di meglio, aspettano solo i soldi dai parenti che li attendono al nord. Quei materassi resteranno qui, serviranno presto a qualcun altro. Ma intanto chi li fa mangiare? “Qualcuno di noi gli presta i soldi e se hanno bisogno li veste, qui nessuno soffre la fame”.

 
(continua)

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Inserito il:09/02/2015 11:17:15
Ultimo aggiornamento:23/02/2015 10:46:56
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