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Aggiornato al 17/02/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Ettore Roesler Franz - Gruppo di vecchie Case Medioevali alla Longaretta - 1887

Passeggiate romane (Sesta puntata).

 

continua da Quinta puntata

Trastevere (seguito)

  

Viale Trastevere è una brutta cicatrice, che come tante cicatrici ricorda un’operazione, anche se devastante, necessaria. Roma dopo il ’70 doveva avere strade adeguate al suo nuovo ruolo, così il bisturi delle ruspe, dopo aver inciso pezzi di carne viva a via Nazionale, a corso Vittorio e in tanti altri posti per creare i viali di una capitale moderna, ha passato il Tevere e ha spaccato in due la zona pianeggiante alla base del Gianicolo, abitata da una bella fetta di quel popolo romano che straripa anche oggi dai sonetti del Belli. Bisogna tenere presente questo fatto per ricordarsi che il dedalo di vicoli nel quale vivevano i trasteverini si estendeva fin da allora per tutta quella grande affascinante ansa del fiume che va da sant’Onofrio fino a ripa grande senza soluzione di continuità e che è stata bruscamente violata da questo brutto serpentone.

Ma dove è finito quel popolo? Qui ora c’è solo un enorme ristorante a cielo aperto; decine anzi forse un centinaio di esercizi piccoli e grandi con i tavolini che invadono le strade e offrono rigatoni con la pajata e coda alla vaccinara a un esercito di turisti multicolore e multietnici. Cucina romana nella quale, al grido di piatto ricco mi ci ficco, si sono infiltrate nella confusione quelle indiana cinese e giapponese. I pochi eredi di quel popolo vivono ai margini di tutto questo, nelle rare case non ancora trasformate in piede-a-terre da qualche tedesco innamorato di Roma o in garconnière da qualche romano amante di un’altra cosa. Si aggirano tra i vicoli, stranieri in patria; li ritrovi nei pochissimi locali rimasti genuini, o a far la spesa a piazza san Cosimato, dove sopravvive un mercato popolare, seppur inquinato dal fatto che i pochi ruspanti devono condividerlo con compratori più ricchi di loro.

Questi sopravvissuti sono gli eredi non solo dei popolani del Belli, ma di quelli che fabbricavano i mattoni per le chiese medioevali, e prima di esse per i templi, i palazzi e le terme dell’impero. E anche di chi assistette al macabro processo di papa Formoso e che applaudì prima e travolse poi Cola di Rienzo. O che cercò vanamente di opporsi al sacco dei lanzichenecchi.  Se ne sono viste qui di invasioni di stranieri, oltre che di acqua del fiume, e, peggio, di pestilenze, ma questi eredi resistono perché i loro cromosomi sanno che anche questa bufera passerà.

C’è poi qualcosa che vigila sull’identità di questi luoghi con maggior forza di quanto non possano fare i pochi aborigeni rimasti; sono le case e soprattutto le chiese che disegnano i contorni delle piazze e le curve dei vicoli. Camminando per Trastevere è opportuno guardare a queste più che a quell’esercito di occupanti che siede in attesa di ricevere la propria dose di cibo e che rende la strada ancor più stretta. A piazza sant’Egidio l’occhio va al quattrocentesco palazzo dei Velli, una delle più antiche famiglie trasteverine. Si trattava di caporioni legati al potere di allora, che era naturalmente ecclesiastico più di quanto non lo sia oggi. Un cronista ricorda quale fosse il loro modus operandi: “Essendo la iente della chiesia nello borgo de sancto Pietro, queli della regione di Trastevere et principalmente uno, Stefano de Viello fu lo primo a ordinare che le dette iente entrassero nella detta regione et essendo entrati gridassero viva la chiesia”.

Se si guarda santa Maria la Scala non si può fare a meno di pensare all’origine del nome che porta questa chiesa, nata lì dove sorgeva una casa. Sulla parete della scala esterna a essa, come avveniva per quasi tutte quelle dell’epoca, era dipinta una Madonna oggetto di grande devozione. La sua fama era legata alla capacità che le era riconosciuta di essere antinquinante perché in quel tempo “l’area di Trastevere era insalubre e maligna, esposto il quartiero ai venti perniciosi di scirocchio e libecchio”, ma quando la Madonna fu esposta alla pubblica venerazione l’area fu “purgata et felicitata dalle sue antiche sciagure et stimata hora, massimamente in questo contorno, salubre temperata et proficua”. Quando i carmelitani abbatterono la costruzione per innalzare chiesa e convento, l’immagine è stata trasferita all’interno; chissà se pur racchiusa tra le quattro mura riesce ancora ad assolvere alla sua benefica funzione.

A via della Scala ci abitavano i Miccinelli. Sebastiano, originario di Velletri, aveva nel 1512 al suo soldo venti cavalieri balestrieri e trenta pedoni, il che la dice lunga su che aria dovesse tirare da queste parti cinquecento anni fa. I Miccinelli erano una delle famiglie più numerose perché nel censimento del 1526 contavano “ben sessanta bocche, superate solo dai Velli che di bocche ne avevano ottantotto”, ma se a quelli di Antonio si aggiungevano quelli di Felice “colli fratelli se ne contavano cento”.

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Achille Pinelli (1809-1841) - Chiesa di Santa Maria della Scala
 

Santa Dorotea, con la storia che si porta dietro, ci fa riflettere un po’ più profondamente. Si tratta di un edificio settecentesco che sorge sulla più antica chiesa rinascimentale, sulla quale ci ragguaglia un documento del tardo ‘500 che parla della congregazione della Compagnia del Divino Amore, che prese a radunarsi lì all’epoca del papato di Leone X e dalla quale nacquero “in processo di tempo molte opere pie in Roma et fuori Roma per tutt’Italia, ma anchora fuori d’essa, in molte provincie et regni della cristianità. Si fece grave tratto di elemosine et si levarono tutti i piagati dalle strade et piazze di Roma”.

Questo accadeva quattro secoli fa, proprio a pochi passi da dove ai tempi nostri è nata l’organizzazione di sant’Egidio, che ora come allora ha visto riunire in una chiesa a pregare credenti di buona volontà in vena di coniugare un’intensa passione di fede con una altrettanto forte spinta ad aiutare la povera gente. Persone poco note nel momento in cui hanno cominciato a pregare insieme ogni sera in santa Maria in Trastevere, ma che si sono fatte conoscere allargando con velocità impressionante nel mondo le loro opere, fino ad assumere un ruolo e una forza politica fuori non solo da Trastevere ma dall’Italia e dall’Europa.

Strana coincidenza, pare proprio che l’aria di qui, forse perché depurata dalla Madonna della Scala, partorisca cattolici intenzionati a interpretare veramente il messaggio di Cristo. È gente che parte prendendo le distanze dalla curia inquinata dal potere, con idee più vicine a quelle di don Gallo che a quelle del cardinal Bertone, ma che, chissà perché, finisce col tornare sotto di essa. Gli uomini “dottissimi, di illibati costumi e di fede ardente” di santa Dorotea erano personaggi come Gaetano da Thiene, Gaspare Contarini e Pietro Carafa, il primo fondatore dei teatini, il secondo importante cardinale, e il terzo addirittura papa Paolo IV apostolo della controriforma.

Purtroppo sembra proprio che la strada che hanno preso quelli di fede ardente di sant’Egidio li porti a fare la stessa fine. La funzione religiosa delle chiese di Trastevere, se non nulla, è davvero marginale, perché i turisti qui ci vengono a mangiare e non a pregare, e i pochi romani da quando come avveniva ai tempi del Belli non sono obbligati a frequentarle per la pagnotta, preferiscono starne alla larga. Il compito di questi santuari ora, e lo svolgono assai bene, è quello di difendere il territorio dall’assalto del turismo di massa.  Sono tante, per la gran parte antiche, cariche di storia e di una bellezza resa ancor più affascinante dalla sacralità che il vuoto trasmette anche a un laico, pronto a considerare sotto sviluppo tutti quegli orpelli e finanche quel prete che si aggira in silenzio a sistemare i suoi ninnoli.

La più bella di tutte è naturalmente santa Maria in Trastevere, e non è neppure vuota non solo perché ci vanno a pregare quelli di sant’Egidio, ma perché ha una facciata così attraente da richiamare dentro anche parecchi di quegli stranieri che invadono la piazza per il cibo e il colore locale.  È una chiesa antichissima, una delle più antiche di Roma, le cui colonne vengono da un tempio egizio, portate chissà da quale imperatore per esser messe chissà dove. È stata aggiustata e rimaneggiata nel tempo tante volte, e il suo richiamo sta proprio nel fatto che ha accolto, armonizzandole, queste rivoluzioni stilistiche e architettoniche senza perdere il fascino della sua vetustà. Ha incamerato nel tempo, quasi come un dovere civico, le tombe dei trasteverini più influenti: gli Aversi, i Ponziani, i Papareschi, i Velli, gli Stefaneschi e tanti altri, tutta gente che, come abbiamo visto per i Miccinelli, per campare alla grande come pretendevano di fare era obbligata ad avere al soldo un congruo numero di cavalieri balestrieri e di pedoni.  Spulciando tra le carte alla ricerca di che pasta fossero fatti questi signori diventati ormai una lapide, si trova che la chiesa ospita un tal Cesare della famiglia dei Colleine che fu “così valente nella spada che per decreto di Campidoglio si dichiarò che non era più obbligato a rispondere a chi lo provocasse a duellare, al qual decreto egli contravvenne come che un tal francese venisse apposta da Francia per provare seco la sua spada e ne rimase ucciso. Era questo un uomo alto e secco, e pervenne a molta vecchiezza. Essendo di settantacinque anni, divenne idropico e posesi in capo di guarire di questo male e il fece col mangiare salumi e carne salata per mesi senza bevere”.

Chi passeggia come me tra le chiese di Trastevere è facile sia colpito dalla stessa sindrome di cui si soffre visitando i musei troppo ricchi, quando, dopo le prime sale nelle quali ci si sofferma a lungo, si passa nelle successive sempre più in fretta, attirati come da una calamita verso l’uscita. Una chiesa sulla quale però non si può non riflettere è santa Maria dell’Orto, costruita alla fine del ‘400 “con larghe limosine di fedeli et altre caritatevoli persone” per accogliere un’immagine miracolosa della vergine dipinta su un muro che recingeva un orto a ripa. Le caritatevoli persone erano i pizzicagnoli e gli ortolani che associarono con l’occasione le loro confraternite, portando un contributo di 40.000 scudi. La chiesa divenne presto una sorta di punto d’incontro di tutte le confraternite del luogo che avevano come riferimento a “sant’Onofrio quella dei tintori, a san Pietro in Montorio i candelottari, a santa Bonosa i padroni calzolari e pianellari, a sant’Eligio i sellai che vi aggregarono sediari baulari stucciari brigliozzari e collarari da carrette. I vasellari invece si riunivano a santa Maria in Cappella e a san Giovanni della Malva i beccamorti”.

Come si vede non solo quanto a varietà di sindacati, ma anche sulla capacità di confederarli, non abbiamo recentemente inventato nulla. Se si smette non solo di entrare nelle chiese, ma anche di guardarne le facciate, stufi per quante ne sono, e si decide di andare fino al fiume lì dov’era il porto di ripa grande, si prende via della Lungaretta che un tempo, fin dall’epoca rinascimentale, era l’arteria che tagliava piazzette e vicoli. L’occhio cade allora su una lapide posta sulla facciata dell’edificio che nel 1867 ospitava un lanificio. In quella fabbrica nelle giornate che videro i garibaldini sconfitti a Mentana, si riunirono quaranta rivoluzionari per preparare la sollevazione dei romani che avrebbero dovuto accogliere chi era venuto a liberarli. Arrivarono invece gli zuavi che fecero una strage, uccidendo tra gli altri l’ anima della rivolta, Giuditta Tavani Arquati, insieme a suo marito e a suo figlio. L’Arquati era una patriota doc, figlia d’arte perché suo padre, protagonista della prima napoleonica repubblica romana, aveva scontato lunghi anni di galera pontificia. Lei stessa con il marito aveva combattuto con Garibaldi durante la difesa di quella del ’49. I coniugi, all’entrata dei francesi, erano fuggiti ed avevano vagato per anni da clandestini nei territori pontifici, per tornare, sempre ricercati, qualche anno prima a Roma.

È bene fermarsi davanti a questa lapide perché in mezzo a tutte queste chiese qui passa un po’ di quella ventata laica che ha spirato nei brevi momenti nei quali a Roma i preti non hanno comandato e che avvolge ancora il bersagliere davanti a Porta Pia e Giordano Bruno a Campo dei Fiori. È un’aria che si dissolve presto perché per arrivare al fiume si passa per via dei Vascellari che si chiama così non perché lì si costruivano barche, bensì perché quella era la strada dei vasculari, cioè dei vasai che trovavano la creta, loro materia prima, proprio lungo il Tevere. L’aria laica si dissolve proprio perché da qui, nel ‘500, nel giorno del Corpus Domini partiva la più importante processione di Trastevere, detta dei bucaletti “dai vassellari che la compongono che fanno ancora boccali e vasi di terra cotta per uso e misura di vino et cose simili”.

La processione era preceduta da una ricognizione del mandataro che, accompagnato dai militi, si assicurava che le finestre fossero tutte addobbate di arazzi e drappi. Il corteo, dopo aver girato tutto il rione, giungeva “in pompa sacra a ripa grande dove l’aspettava un popolo di spettatori, stipato sugli argini del fiume diritto sulle barche. L’altare posticcio dal quale partiva la benedizione del venerabile era sfarzosamente illuminato, e le bande suonavano tra il reiterato scoppio dei mortari”. L’eroe della giornata era colui che veniva chiamato a portare il tronco, cioè la croce, che per quanto fosse probabilmente di cartapesta doveva essere assai pesante; si trattava di un giovane scapolo che era accompagnato dalla fidanzata, un’altra eroina della giornata che aveva il compito di detergergli il sudore e che viene ricordata in questi antichi versi.

Oggi che porta er tronco Cencio mio

me porto appresso un bell’asciuttamano

bisogna che l’asciutti, poro fijo,

je dia da bere a zorzi piano piano.

 

Le processioni sono come le ciliegie, una tira l’altra, e stando a Trastevere non si può non ricordare quella delle Bastarde che si è svolta per circa tre secoli. È stata un’idea di Pio II perché bisognava dare marito alle orfanelle ospitate, perché abbandonate, nell’orfanatrofio dell’ospedale di Santo Spirito.

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Basilica di Santa Maria in Trastevere - Frontale


La processione aveva luogo tre volte l’anno, all’epifania, alla pentecoste e per la festa di san Marco.  Precedute, seguite e affiancate da ambo i lati dalla guardia svizzera, andavano dietro ai cantori della cappella corale di Santo Spirito, abbigliate da spose. Ad attenderle per strada una moltitudine di giovani che venivano dalla campagna; quando uno di essi adocchiava una delle ricoverate che sembrava fare al caso suo, seguiva il corteo non potendo certo parlarle perché gli svizzeri erano severissimi. Dopo un po’ la processione ufficiale veniva affiancata da quella dei Pretendenti. Finivano tutti a san Pietro, dove, dopo aver  ossequiato il volto santo, i giovani venivano introdotti nell’ufficio “ad nuptias tutela” dove dovevano mostrare la fede di battesimo, l’attestato di buona condotta rilasciato dal proprio parroco, dire che mestiere facevano e indicare quale fanciulla era oggetto del loro interesse. A questo punto la prescelta veniva introdotta, riceveva l’offerta dei fiori e si formalizzava la promessa. Le bastarde erano molto richieste perché l’autorità forniva loro la dote di cento scudi. Il matrimonio veniva celebrato in pompa magna, senza che i futuri sposi potessero incontrarsi prima. Dopo la cerimonia venivano portati in processione a Porta del Popolo dove i giovani, generalmente campagnoli, avevano lasciato la loro cavalcatura, le donne montavano in sella e se ne andavano.

Questa tradizione fu interrotta a metà del ‘700 perché, come racconta un rapporto cardinalizio, “vi erano dei malviventi i quali dicevano alle zitelle improperi e detta processione era di spesa alla casa per le mance che si davano et niun giovamento alle zitelle”. Così, per fare in modo che trovassero marito, si dava loro “libera uscita dal mattino fino all’ora del pranzo durante le stagioni propizie”.

Se si ha la fortuna di passeggiare tra le mura di questi vicoli, bastano poche parole di un cronista dell’epoca per farci respirare di nuovo l’aria di allora, poche pennellate per ricostruire l’intero dipinto; tradizioni che si sovrappongono alle chiese medioevali traghettate nel rinascimento, e ai palazzi dei caporioni protetti dai loro piccoli eserciti, mentre il quartiere è avvolto dal turismo mangereccio che si infila dovunque.

Trastevere sembra tutto qui, se si riesce però a entrare, malgrado l’odore di laicismo che ci portiamo dietro, nel collegio internazionale “Sedes sapientiae” si capisce che c’è parecchio altro in questa ansa di fiume a valle del Gianicolo. L’edificio è una sorta di istituto di perfezionamento dell’Opus Dei che ospita e istruisce a dovere i predestinati a coprire alte cariche in curia, e ha occupato, restaurandolo senza badare a spese, il settecentesco comprensorio di san Pasquale Bayon, sede un tempo di un centro per l’assistenza alle giovani orfane. In questi ambienti, dove si intuisce che si sta tentando un impossibile matrimonio tra religione e scienza, si aggirano nel silenzio e nella calma che la situazione più che imporre suggerisce, giovani prelati caratterizzati ciascuno dall’abito talare che la struttura dalla quale provengono adotta, e che sembrano già coscienti del ruolo che copriranno.

Costoro ignorano noi visitatori che, cercando di non disturbare la loro concentrazione, ci caliamo nelle viscere del palazzo per incontrare quello che gli scavi hanno evidenziato. Troviamo i resti di una casa romana del I secolo; una casa povera alla quale si è sovrapposta una ristrutturazione più tarda fatta da qualcuno che aveva soldi da spendere. Scopriamo anche una strada che divideva quest’insula da quella adiacente.

Per capire dove essa una volta portava bisognerebbe infilarsi nelle fondamenta di qualche altro palazzo che difficilmente qualcuno andrà mai a disturbare. La logica e la fantasia sono però una ruspa sufficiente per rendersi conto di ciò che resterà per sempre sepolto, soprattutto se si è già scesi sotto santa Cecilia, sotto san Crisogono e anche nelle viscere di piazza Sonnino, lì dove sono stati trovati i resti della caserma dei pompieri augustei, sul muro della quale un vigile, stanco dei turni troppo serrati, ha lasciato scritto “lassus sum, successorem date”!

Ci si convince, pur non potendo riportare tutto alla luce, che l’ansa del fiume era un dedalo di vicoli tal quale ora, non solo ma anche che quel quartiere, nato popolare, si è aperto nel tardo impero a gente più danarosa che quelle abitazioni tendeva a rendere più comode e ad abbellirle con affreschi. Insomma anche qui, come in molti altri luoghi, la storia si ripete sin nei dettagli.

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Carl Bloch - Osteria romana - 1866


È ora di andar via da Trastevere, anche se si ha la coscienza di aver digerito solo una parte di quello che vi si nasconde, una parte forse piccola ma che è riuscita a darci il sapore del tutto. Ci manca solo di salutare quel popolo ridotto dal turismo ormai a pochi esemplari, ma che rivive nei sonetti del Belli.  Anche per questi, come per le chiese i palazzi le tradizioni e perché no per i ristoranti, c’è troppa materia per poterli gustare tutti. C’è un popolo stufo del falso buonismo dei preti, che straborda di anticlericalismo raccontato però da qualcuno, un genio della poesia, che si è macchiato di una colpa imperdonabile. Si è vergognato di essere un mangiapreti non solo in vita, il che è perdonabile visto l’ambiente nel quale viveva, ma anche in punto di morte arrivando a chiedere che fosse distrutto quanto di vero e genuino aveva partorito giorno dopo giorno. Anche se i sonetti si sono salvati, per me quell’anticlericalismo lui lo ha umiliato; per fortuna insieme alla reazione laica del popolo trasteverino, ha descritto anche la sua semplicità.

Consiglio quindi chi vuol bere un concentrato di tutti i sapori di Trastevere di sedersi sui gradini della fontana che è al centro della piazza simbolo del quartiere, magari all’alba quando i locali sono ancora chiusi e in giro non si vede nemmeno un turista, e leggersi questi tre sonetti.

 

LA BONA FAMIJA


Mi' nonna, a un'or de notte che viè ttata
Se leva da filà, povera vecchia,
Attizza un carboncello, ciapparecchia,
E maggnamo du' fronne d'inzalata.

Quarche vorta se famo una frittata,
Che ssi la metti ar lume ce se specchia
Come fussi a ttraverzo d'un'orecchia:
Quattro noce, e la cena è terminata.

Poi ner mentre ch'io, tata e Crementina
Seguitamo un par d'ora de sgoccetto,
Lei sparecchia e arissetta la cucina.

E appena visto er fonno ar bucaletto,
'Na pisciatina, 'na sarvereggina,
E, in zanta pace, ce n'annamo a letto.

 

LA SCERTA DER PAPA

Sò fornaciaro, sì sò fornaciaro,

sò un cazzaccio, sò un tufo, sò un cojone:

ma la raggione la capisco a paro

de chiunque sa intenne la ragione.

 

Scejenno un Papa, sor dottor mio caro,

drent'a 'na settantina de perzone,

e manco sempre tante, è caso raro

che s'azzecchino in lui qualità bone.

 

Perché s'ha da creà sempre un de loro?

Perché ogni tanto nun ze fa filice

un brav'omo che attenne ar zu' lavoro?

 

Mettémo caso: io sto abbottanno er vetro?

Entra un Eminentissimo e me dice:

sor Titta, è Papa lei: vienghi a San Pietro.

 

LA BELLEZZA

 

Viè a vede le bellezze de mì nonna.

Ha dù parmi de pelle sott’ar gozzo,

è sbrozzolosa come un maritozzo,

e ttrittica ppiù ppeggio d’una fronna.

 

Nun tiè ppiù un dente da magnasse un tozzo,

l’occhi l’ha pperzi in d’una bucia tonna,

e er naso, in ner parlà, povera donna,

je fa converzazzione cor barbozzo.

 

Bracc’e gamme so stecche de ventajo,

la voce pare un zon de raganella,

le zinne, borze da colacce er quajo.

 

Bè, mì nonna da giovane era bella.

E ttu dà ttempo ar tempo, e ssi nun sbajo

sposa diventerai peggio de quella.

 

(continua)

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Inserito il:09/12/2014 11:46:50
Ultimo aggiornamento:02/01/2019 13:57:24
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