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Aggiornato al 17/02/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Marc Chagall - Nozze russe - 1909

Passeggiate romane (Terza puntata).

 

continua da Seconda puntata


Piazza Navona (seguito)

 

È la piazza Navona della mia vecchiaia che, per bella che sia, mi piace meno di tutte quelle del passato che sto rivivendo nell’immaginazione, e che vengono annacquate dalla malattia dalla quale questo luogo oggi è affetto. I teatranti, i caricaturisti, i venditori di quadri, i bar, i gelati e gli stessi avventori sono uguali a quelli che si ammassano in ogni piazza del mondo invasa dal turismo di massa. Questa allegria standardizzata offusca addirittura la bellezza delle fontane e delle facciate che mi contornano.
Per uscire dallo scomodo ruolo di turista globalizzato, chiudo gli occhi per ripescare nei miei ricordi un altro momento del rapporto che ho avuto con questo circo, non più domiziano, ma della civiltà dei consumi.

Non poteva non tornarmi a galla, come un indigesto peperone, il matrimonio della mia gioventù, perché io, quando ero ancora un ragazzo, mi sono sposato proprio qui. Una cerimonia la cui pomposità, in linea peraltro con la ridondanza e la pacchianeria di tanti eventi che la piazza ha visto in passato, si doveva poi dimostrare a conti fatti inversamente proporzionale all’esito dell’unione.
Il padre della sposa era un personaggio in carriera, una sorta di homo novus che aveva deciso di affidare a questo evento la glorificazione della sua immagine, e che si avvalse per ciò di tutto il potere di cui disponeva. Era un potere che a rivederlo oggi sembra ridicolo, perché consisteva, per la posizione che ricopriva, nel poter accelerare o decelerare di qualche settimana il collegamento di una linea telefonica a chi ne aveva fatto richiesta e l’attendeva da tempo.

Oggi sembra di parlare del potere di un dinosauro nel giurassico, ma allora c’era gente per la quale disporre più in fretta di un telefono rappresentava una svolta nella vita. Egli ottenne quindi che la piazza, a quel tempo ancora invasa dalle automobili, fosse preclusa al traffico per le due ore della cerimonia, e si presentò sotto la scalinata di piazza Navona su una macchina americana scoperta, azzurrina e super codata, accompagnando una sposa che aveva una coda ridondante quanto l’automobile. Eravamo davanti a tanto di vescovo, tutti in tight affittato al costo di 5000 lire, un ottavo del mio stipendio mensile di allora.

Se ho cercato nei ricordi qualcosa che lenisse il vulnus prodotto dalle tavolate di americani che mangiano “caneloni” surgelati all’ombra di palazzo Pamphili, mi accorgo di aver evocato qualcosa di addirittura peggiore. Cerco invano di scappare ancora più indietro negli anni, ma mi ritrovo ragazzino a frequentare un dentista che aveva lo studio proprio a palazzo Tuccimei, e che risparmiava maledettamente sull’anestetico.

Per fortuna si è fatta notte fonda, e dal silenzio nel quale è caduta di nuovo la piazza emergono quegli inconfondibili boati che arrivano di tanto in tanto da uno stadio che ospita una gara. È la folla della Roma imperiale, e mi segnala di non dimenticare le origini di questo luogo che scalpita per ritornare quello che era, quando da qui si comandava il mondo. È strano che al centro dei grandi anelli di gradinate non si svolgano gare di lotta o di lancio del giavellotto; per questo Domiziano, quirite ormai catturato dal fascino della “Grecia capta” e a cui quindi non piacevano le barbarie del Colosseo, aveva costruito lo stadio. Voleva portare a Roma la tradizione di Olimpia, e si era inventato i giochi di Giove, un marchio di sicuro successo, pensati per far giungere ogni quattro anni nell’urbe atleti da ogni parte dell’impero. Atleti, e non rozzi uomini d’arme addestrati a uccidere e pronti a morire.

Ma la gente nella quale mi sto infilando stentava a incivilirsi; per quelli che riuscivano a grecizzarsi, c’erano in arrivo frotte di subumani spinti a Roma dalle più lontane regioni dell’impero. E questi si divertivano assai più col sangue che col pentathlon. Dal momento che i romani possono quindi fare a meno dell’atletica, ma non della barbarie, lo stadio sta facendo le veci dell’anfiteatro Flavio, che è in ristrutturazione per un incendio che ne ha devastato i sotterranei. Per fortuna c’è un intervallo; gli inservienti mascherati da Caronte stanno portando via bestie e uomini morti o feriti.

Me ne vado prima che ricominci lo spettacolo: oltre a darmi fastidio, non mi incuriosisce più per quante volte l’ho visto al cinema. Scendo l’ampia rampa di scale che porta dal secondo ordine di spalti al primo, e poi dal primo a terra. Tutto marmo, che finirà nelle facciate di qualche palazzo gentilizio, o peggio a far calce. Mi interessa assai di più la vita che si svolge intorno allo stadio di quanto avviene dentro. Sotto i giganteschi portici che reggono le gradinate, c’è uno spaccato del popolo che sta dominando il mondo; tutta gente che non ha bisogno di guadagnarsi né il pane né il companatico. I magazzini di Ostia e quelli del porto fluviale sono pieni di olio spagnolo, di grano siciliano, e di quant’altro arriva da ogni regione dell’impero.
 

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Stadio Domiziano coniato su un aureo di Settimio Severo - dopo il 202 d.c.


Tutta roba che non bisogna pagare, perché è dovuta all’urbe come tassa. È l’imperatore quello che tutti acclamano quando appare allo stadio, la loro televisione, il gestore di tanto ben di Dio. Ne regala a carrettate alla gente, insieme al divertimento, a patto che gli lascino godere il potere assoluto che si è conquistato con una congiura di palazzo o con il supporto di qualche legione ribelle. Non gli chiede altro, perché la manovalanza militare per controllare i confini e rapinare qualche altro popolo non viene più da qui, come accadeva ai tempi di Cesare, e pochi di coloro che si aggirano intorno a me ha mai visto un nemico.

C’è una folla densa tra questi angiporti, variopinta e multietnica; si vede bene che vive alla giornata, gli angoli sono pieni di gente che gioca a dadi, che scommette su quanto sta accadendo nell’arena, o che si accalca davanti a un bancone che per magnanimità dell’imperatore distribuisce pane intinto nel garum.

Mi viene di buttare l’occhio in fondo al portico, lì dove la penombra confonde le cose: è il regno delle puttane, ognuna si è creato il suo angoletto protetto da una tenda e ha scritto sul muro il suo listino prezzi.

È qui, ho letto, che hanno portato sant’Agnese per sfregio, dal momento che non voleva cedere in quanto sposa di Cristo al suo potente innamorato. Nessuno di questi figuri che sta aspettando il turno osò toccarla, tranne uno che però prima che potesse averla fu accecato da un angelo bianco. Sant’Agnese impietosita gli fece tornare la vista. Morì vergine, trafitta dalla spada del suo pretendente che alla fine perse la pazienza.

È per questa circostanza che la chiesa che sta qui sopra è dedicata a lei. Sarà stato un benedettino di quelli di Farfa, che sono stati i padroni delle rovine di questa torre di Babele, a inventarsi la storia che, come tante riguardanti i santi, hanno a che fare chissà perché con la verginità, cioè col rifiuto del sesso, l’ossessione dei preti. Lo vedo quel monaco aggirarsi tra queste arcate, ormai vuote da secoli, e scoprire, dalle scritte promozionali delle esercenti e dai commenti dei clienti che si potevano ancora leggere sui muri, ciò che succedeva qua sotto. Non c’era allora abbondanza di letteratura pornografica, e la lettura lo avrà portato a peccare. Per riconciliarsi con Gesù si sarà industriato ad inventare questa bella favola.

Girando nei secoli sono purtroppo finito tra le donne di mal’affare, e allora tanto vale lasciare queste povere sordide lavoratrici del sesso, e cercarne qualcuna, come si dice, nell’alto di gamma. Basta salire di qualche metro e di parecchi secoli e ci si imbatte in donna Olimpia.

La contraddittorietà tra la bellezza di piazza Navona quale oggi ci appare e gli egoismi, la disonestà intellettuale e le bassezze morali di chi l’ha in tal modo sistemata fa riflettere su quanto siano complicate da capire le cose del mondo. Donna Olimpia era una gran puttana nel senso più pieno e totale del termine. Aveva sposato il vecchio Pamphili per i suoi soldi, e aveva tirato la volata al cognato fino a farlo diventare Innocenzo X, certa di dominarlo al punto di riuscire a fare anche lei la papessa. Innocenzo X dal canto suo era uno che aveva in testa sopra ogni cosa, donna Olimpia a parte, di affermare il potere della sua famiglia su quelle degli altri papi nepotisti, i Farnese, e soprattutto i Barberini che perseguitò al punto di farli scappare in Francia.  Bernini e Borromini, fatto salvo il loro grande mestiere, erano anche loro due tronfie prime donne, due cortigiani venali che usavano ogni mezzo per accaparrarsi la benevolenza del potere committente.
 

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Olimpia Maldaichini Pamphilj dipinta da Alessandro Algardi (1658-1694)

Un quartetto quindi che visto con gli occhi dell’etica professionale ed anche di quella comune provoca repulsione, eppure la piazza, risistemata da questi quattro marpioni, eccola lì, qualcosa di perfetto.

Ma è una perfezione che il turista percepisce più di chi sa che il papa, per allargare la visuale alla sua amante, ha fatto abbattere la costruzione che fronteggiava palazzo Pamphili, e che per rendere questo paragonabile a quello dei Farnese e dei Barberini, lo ha ampliato sloggiando i vicini con le buone o con le cattive. Il turista ignora anche che Bernini, per soffiare la commessa della fontana al suo rivale cui era già stata assegnata, richiese i favori di donna Olimpia che se li faceva pagare tutti profumatamente, tanto che morendo lasciò agli eredi due milioni di scudi d’oro. E neppure che Borromini visse di rancore nei confronti del suo rivale, in un costante stato di depressione che lo portò alla fine ad uccidersi gettandosi sulla sua spada.

Il turista non ha neppure il ricordo degli angiporti dell’antico stadio e quello dell’aria impregnata della guerra per il dominio dell’Europa che si respirava qui durante le baruffe tra francesi e spagnoli bivaccanti all’ombra del papa, e non sa immaginare i colori del mercato traboccante di vita, conteso dai bagarini ai vignaroli.

Mentre la guida gli descrive le opere d’arte provando malamente a farcire il racconto con aneddoti stantii e spesso inventati, vede intorno a sé una confusione tale che lo distrae facendogli perdere il filo delle parole del cicerone. È quella confusione che sa purtroppo di standardizzato e globalizzato, e che si fa del tutto per renderla simile a quella di ogni altro luogo turistico del mondo. Eppure lo zibaldone della piazza Navona di oggi è figlio di ben altro; tante comparse che hanno calcato questo suolo nella Roma rinascimentale, barocca, neoclassica, reazionaria e umbertina trovando i propri spazi di mestiere e di imbroglio, cioè di vita, in mezzo alle quotidianità plebee del mercato e agli eccezionali grandi eventi dei potenti del momento.

Non è facile recuperare la memoria di costoro, perché i ricordi importanti sono prepotenti come gli uomini “di panza” e tendono a offuscare i piccoli protagonisti. È necessario usare un vaglio stretto a sufficienza da tenere fuori le prime donne con le loro esternazioni e lasciar filtrare solo chi è comparso in abiti modesti all’ombra di questi palazzi. Solo così possiamo accorgerci del trionfo della grascia che a metà ‘500 vedeva, dopo la mietitura, girare a cavallo qui in mezzo “vangatori fornari e molinari” che gridavano insieme “viva all’abbondanza” tra i covoni e le pile di pane sparse per la piazza. E i giovani romani in cerca di gloria affrontare i torelli aizzati e spaventati proprio come avviene ancora oggi a Pamplona. E riappaiono i nobili che dalle finestre dei loro palazzi lanciano baiocchi e papetti nella piazza allagata ai monelli che si tuffano azzuffandosi per raccattarli.

La piazza ha visto nei secoli il gioco dell’anello, la sagra del cocomero, i concerti dei pompieri, l’albero della cuccagna, la tombola, le riffe, i burattinai, i funamboli che camminavano sulle corde da sant’Agnese a san Giacomo, e il teatro all’aperto. Ha visto anche clamorose manifestazioni di dissenso come quando, a pochi anni dalla breccia di Porta Pia, la piazza allagata per il solito gioco estivo fu cosparsa di notte di tavole galleggianti con sopra scritto “Vittorio Emanuele re d’Italia”.

Poca fortuna ebbe invece l’albero della libertà, che piantato dai francofili alla meglio lì dove si doveva continuare a far mercato, veniva continuamente abbattuto dai basti degli asini poco attenti, come si sa, alla libertà.
 

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Giostra del Saracino a piazza Navona del 25 febbraio 1634 - A.Sacchi, Manciola, F.Gagliardi, olio su tela, secondo quarto del XVII secolo.

Col mercato della frutta e verdura convissero sempre botteghe di vasai, calderai, librai e tipografi e tanti caffè, che non erano ben visti dall’autorità perché ricettacolo di “conventicole” che nel gergo dei primi del ‘700 erano riunioni di gente che pensava con la testa propria e osava scambiarsi opinioni. “Furono precettati molti padroni di botteghe di caffè, sotto la pena di scudi mille e tre tratti di corda, di non permettere che nelle loro botteghe si leggano avvisi e si discorra di notizie”.

Così racconta il cronista che il 4 giugno del 1706 “giravano questa sera in piazza Navona gli sbirri facendo disciogliere li circoli dei novellisti solo per essere venute nuove contrarie ai francesi”. Un trattamento particolare avevano i ciarlatani, confinati per legge in un angolo della piazza “sotto pena di tre tratti di corda e 25 scudi ogni volta che contravvenissero”.

 L’autorità cercava di impedire che “essi i quali vendono unguento, olio, acqua, col generico titolo di questo e quel segreto, indichino le ricette con titoli iperbolici, adoprando vocaboli incogniti come orkaim, turchia, femmina indiana et simili, o aggettivi come persiano, arabo e caldeo”. I ciarlatani si difendevano da questa sfiducia, che non era solo dell’autorità ma anche del popolo, firmando garanzie sulla bontà dei loro prodotti come fece un fattucchiero della fine del ‘500; “Francesco Fazzoni, romano della regione di Trevi, promette a Periloro De Leo, napolitano, di pagargli 9 scudi e mezzo fra tre mesi nell’evento in cui da esso Perilao sia stato sanato de una fistola al naso con garanzia che non si rinnovi”.
 

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Giuseppe Gioacchino Belli ritratto da Giuseppe De Sanctis (1858 1924).


Non si può uscire da piazza Navona senza ricordare, malgrado sia arcinoto quanto l’inno di Mameli, il celeberrimo sonetto del Belli.

 

Se pò ffregà Ppiazza-Navona mia

E dde San Pietro e dde Piazza-de-Spaggna.

Cuesta nun è una piazza, è una campaggna,

Un treàto, una fiera, un'allegria.

Va' dda la Pulinara a la Corzía,

Curri da la Corzía a la Cuccaggna ;

Pe ttutto trovi robba che sse maggna,

Pe ttutto ggente che la porta via.

Cqua cce sò ttre ffuntane inarberate:

Cqua una gujja che ppare una sentenza:

Cqua se fa er lago cuanno torna istate.

Cqua ss'arza er cavalletto che ddispenza

Sur culo a cchi le vò ttrenta nerbate,

E ccinque poi pe la bbonifiscenza.

 

 (continua)

 

 

 

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Inserito il:27/11/2014 22:02:04
Ultimo aggiornamento:02/01/2019 14:06:32
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