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Aggiornato al 19/10/2018
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Caspar David Friedrich (1774 - 1840) – Der Wanderer über dem Nebelmeer - 1818

“Tempo per pensare e tempo per vivere”.

 

Finalmente noi vecchi abbiamo tempo per pensare. Quando ero giovane lamentavo di non averne.

Ricordo che nell’infinito andirivieni in vagone letto tra Roma e Milano, trovavo l’unico spazio per isolarmi. Dormivo poco e ingannavo il tempo scrivendo raccontini ispirati alla vita aziendale. Cercavo di mettere in ridicolo quell’arena assurda nella quale ero istigato a correre appresso al budget, alla carriera, ai soldi senza poter fermarmi a riflettere sul senso di quello che facevo. Li intitolai proprio “Tempo per pensare”.

Quando quella corsa, grazie a dio, è finita, ero vecchio. La vecchiaia, nella mia esperienza, è assenza di progetti; c’è un periodo, quello iniziale della senescenza, nel quale ci si sforza a tenere in piedi una qualche iniziativa. Non c’è ragione che ti spinga a farlo se non la speranza di sentirsi ancora utili al mondo.

È una illusione. Prima ci si accorge che gli altri non hanno più bisogno di noi, meglio è; si evitano pietismi, amarezze ed anche umiliazioni.

Ci si rassegna allora a vivere nel quotidiano: la cura degli acciacchi, l’attenzione ai parametri delle analisi, le pillole giornaliere, il mal di schiena e quant’altro di piccolo o grande è inerente alle malattie.

Le poche cose che non riguardano medici e medicine si restringono alla spesa quotidiana, a qualche cinema, alla televisione e alle parole crociate. Tutto ciò per quanto lo si faccia con la naturale lentezza dei vecchi, non basta a riempire il tempo. Ecco quindi, finalmente, lo spazio per pensare.

Ci si accorge, con i capelli bianchi, che pensare è assai più complicato che fare, specialmente se si prova a pensare grande. Se ci si addentra negli attuali sviluppi della società nella quale si è stati immersi, si sprofonda nella tristezza e nelle preoccupazioni. È probabilmente la distorsione fisiologica nella quale sono caduti i vecchi di ogni epoca.

Ma questa constatazione non scaccia quei brutti sentimenti.

Ci si rifugia, per non soffrire, nella considerazione che quelle nuvole all’orizzonte non faranno piovere sulla nostra vita che sta per finire.

La storia ci porta a ricordare che quando i confini nord dell’impero romano stavano crollando, i nostri antenati quiriti occupavano il loro tempo scalmanandosi al Colosseo o scommettendo sugli auriga del Circo Massimo.

Li giustifichiamo perché le province ancora sottomesse continuavano a inviare le derrate che consentivano loro di vivere sostanzialmente a sbafo. Oggi il Colosseo è un rudere e al Circo Massimo ci fanno il family day.

Così io consumo le derrate che ancora mi arrivano guardando il calcio alla televisione.

Se si abbandona il sociale e ci si addentra nei misteri dell’esistenza, si finisce in un binario morto. Alle favole religiose, da tempo fortunatamente cancellate, la ragione non può contrapporre che il buio. Si oscilla tra il credere di essere l’unico ente reale e che il mondo che ci circonda non sia altro che un nostro giocattolo, ed il constatare di rappresentare solo un episodio insignificante perché gli atomi che si sono casualmente aggregati a formare la complessità del nostro cervello si scioglieranno presto per vagare in miliardi di millenni nell’universo, assiemandosi e dissolvendosi in infinte formazioni animate o inanimate.

Si torna quindi al meno faticoso pensare piccolo. A scongiurare il rischio di immiserirsi soccorrono fortunatamente gli affetti, l’altro pilastro della vita insieme alla ragione. Sono gli affetti a dare non solo senso, ma anche eternità al nostro essere. Noi da vecchi finalmente comprendiamo che la capacità del nostro cervello di volere bene, nata in un momento che non possiamo definire e la cui fine non ci sarà dato di registrare, ci rende per ciò stesso eterni.

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Inserito il:06/02/2016 10:22:58
Ultimo aggiornamento:22/02/2016 12:36:26
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