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Aggiornato al 19/02/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Quentin Matsys – (1466 - 1530)  - The Moneylender and his Wife, particolare - 1514

 

Una fiction sulla corruzione.

 

Ho provato a raccontare ai miei nipoti come e perché cinquanta anni fa in Italia il mondo degli affari si sia imbarbarito. Siccome ho fatto fatica a far loro capire quali siano stati i meccanismi per i quali la corruzione, da fenomeno episodico, sia diventata endemica, provo a farlo col linguaggio di moda oggi, quello delle fiction televisive. Ho buttato giù quindi lo script di un episodio particolarmente significativo, corredandolo di una sorta di riassunto delle puntate precedenti.

Quelli della mia età che dovessero leggerlo lo troveranno ridondante tanto se n’è parlato e scritto, ma per i miei nipoti ciò che avveniva a ridosso di Mani Pulite è storia lontana e un po’ confusa, come per noi vecchi la guerra d’Africa. Siamo a metà degli anni settanta e qualcosa nell’assetto politico del nostro paese sta profondamente cambiando; questo qualcosa ha un nome, Bettino Craxi.

Fino ad ora il partito democristiano si è finanziato con i dollari americani, le donazioni della chiesa, e via via sempre di più con i flussi derivanti illecitamente ma discretamente dal suo potere nel paese; il partito comunista, dall’altro lato, con i rubli e in parte minore con quanto raccolto presso la sua fedelissima base. Sono soldi che arrivano direttamente ai vertici e lasciano fuori, quindi integre, le strutture operative dei partiti maggiori. Per venti anni si è andato avanti così: i due contendenti si sparano addosso, ma con pallottole a salve perché di qua dalla cortina di ferro le cose nell’interesse di tutti, comunisti compresi, non possono che andare così.

Quando Craxi diventa segretario dei socialisti, il vento cambia; lui acquista potere infilandosi spregiudicatamente tra i due partiti maggiori, promettendo o ricattando talvolta l’uno talvolta l’altro. Per mantenere il potere, però, ha bisogno anche lui di finanziarsi. Non ha dietro nessuno, né russi, né americani, né chiesa o feste dell’unità. Così si ingegna infilando nelle maglie della burocrazia ministeriale e in quelle delle fiorenti aziende di stato esattori mascherati da manager o anche da portaborse; questi hanno il compito di avvicinare i fornitori e imporre delle tangenti. Se questo nuovo flusso di danaro illecito si potesse gestire con la stessa discrezione con la quale si erano mossi fino ad ora gli altri partiti, non si provocherebbero troppi danni al paese, a parte quello di piazzare incompetenti in posti talvolta importanti.

Succede però che questi esattori, trovandosi di fronte a meccanismi di gestione delle forniture assai complesse, devono servirsi di esperti che diventano dei sub-esattori: nascono così correnti e sotto correnti del partito, entità che, riparate dalla foglia di fico del diverso orientamento politico, nascondono l’intento di mettere le mani su una parte di questo denaro sporco. Il flusso dei soldi provenienti dagli industriali, prima di arrivare alle casse del partito, passa quindi da diverse mani e via via dimagrisce dovendo sfamare tante bocche; il valore delle tangenti deve salire, e con esso i prezzi delle forniture perché gli industriali, naturalmente, non vogliono che esse incidano sui propri utili. Questa è la sintesi delle puntate precedenti a quella, cari nipoti, che vi apprestate a leggere.

Nel pieno degli anni ’70, in un convegno blasonato, un importante politico facente parte del vertice del PSI avvicina l’amministratore delegato di uno dei maggiori gruppi industriali del paese; dopo averlo rassicurato di essere un tifoso della sua azienda, gli presenta il capo delle pubbliche relazioni del partito. Si combina per la settimana successiva un incontro, un lunch nella dinette personale dell’industriale, contigua al suo ufficio.

In quel luogo riservato, al di là dei sorrisi e dei convenevoli, il manager, che ha capito bene di cosa si tratta, svicola l’argomento e parla d’altro che non di quanto il politico è venuto a mettere sul piatto: soldi al partito in cambio di contratti. Non vuole avere a che fare direttamente con l’imbroglio, e spiega che di queste questioni si occupa il direttore commerciale. Per essere cortese fino in fondo, dopo il caffè, lo accompagna da lui; glielo presenta e lo lascia a lui salutandolo con molto calore.

Il colloquio che segue deve stavolta giocoforza scendere nel concreto; per il direttore commerciale quel personaggio, sponsorizzato dal suo capo, è una mano santa. Può risolvere d’acchito il problema del budget e fargli sentire già l’odore di sostanziosi bonus. Si arriva presto ai dettagli; si esaminano sia le varie forniture in atto, che quelle che si possono inventare nei ministeri e nelle aziende di stato, nelle quali i socialisti sono bene infiltrati. Si individuano anche gli esperti controllabili che dovranno mettere i necessari bolli di garanzia amministrativa e tecnica alle forniture. Alla fine si parla ovviamente di percentuali per il partito.

Passa un giorno, e la scena è ancora nella dinette. Stavolta l’ospite davanti al filetto ai ferri è il direttore commerciale; il capo chiarisce innanzi tutto che non ci deve essere nessun documento sui termini dell’accordo, perché lui lo deve ufficialmente ignorare. Il fatto che esso preveda delle percentuali variabili da caso a caso è accettabile purché il loro incremento sia contenuto in termini fisiologici, e soprattutto queste si ribaltino sui prezzi per non incidere sul margine aziendale. Rassicura anche che i quattrini possono arrivare in contanti, ma lui non li vuole neppure sfiorare.

Quando, alzandosi da quel tavolo, il direttore commerciale comincia a riflettere su come organizzarsi, si rende subito conto che non può fare tutto da solo; le trattative presenti e future devono coinvolgere i suoi collaboratori, che vanno messi necessariamente, anche se riservatamente, a parte della questione. Insomma la pastetta rischia di somigliare, seppur sotto voce, al segreto di Pulcinella. Dall’altro lato della barricata anche il capo delle pubbliche relazioni del partito non può non coinvolgere gli uomini che ha messo a far parte dei quadri degli enti interessati, che a loro volta hanno dei collaboratori, tutta gente che deve sapere.

Con questa complessa e variegata formazione, un’associazione a delinquere fatta di venditori, compratori, tecnici e politici a vari livelli, si concludono presto molti affari, e presto anche arrivano i soldi delle tangenti, tanti perché i contratti sono miliardari. Arrivano direttamente al direttore commerciale in una valigetta piena di biglietti di grosso taglio, portati direttamente dalla Svizzera da uno spallone che glieli consegna nella hall di un albergo, dopo lo scambio di una parola d’ordine.

Si tratta del 6% dell’intero valore della fornitura, anche se lui ha chiuso l’accordo al 4%. L’ha chiuso non con i vertici del partito, perché anche lì i capi non si vogliono sporcare troppo le mani, ma con un livello intermedio; devono essere solo loro due ad avere avuto a che fare con quel malloppo venuto dal nulla in caso di complicazioni. Il ricettore della tangente, per usare un termine tecnico-giuridico, che non ha anche lui proprio l’anello al naso, a sua volta ha comunicato al responsabile delle relazioni pubbliche, suo capo, che i soldi in arrivo sono il 3% e costui ha detto al tesoriere che essi corrispondono al 2%.

È il balletto dei finanziamenti delle correnti e sotto correnti, sul quale nessuno vuole andare a fondo nel gioco dei ricatti incrociati, anche se tutti sanno che restano nei portafogli personali. Il 2% rimasto al direttore commerciale serve per una metà a gratificare i tecnici e, perché no, anche i suoi collaboratori, mentre l’altra metà gli resta in tasca. Solo l’1% ma è qualcosa di altro ordine di grandezza rispetto alla sua retribuzione.

Mi spetta adesso di rispondere alle domande che mi faranno i miei nipoti dopo aver letto queste righe, ammesso che ne avranno voglia.

È possibile che mi chiedano quante fossero queste associazioni a delinquere che operavano a quel tempo; qui la risposta è semplice: tante e soprattutto crescenti come metastasi tra cellule sane delle aziende e dei partiti. Vorranno poi conoscere se esse sono state doverosamente distrutte e punite; qui bisogna dire che purtroppo le punizioni sono state assai poche e più lievi di quelle previste dalla legge. La stragrande maggioranza di questi gruppi si è sciolta al momento dell’inquisizione di Mani Pulite, e i componenti si sono confusi nella folla, come fanno i terroristi dopo un attentato.

Da ultimo penso proprio che mi chiederanno: ma tu cosa ne pensi di quell’accolita che ci hai descritto, e in particolare di quel direttore commerciale? Penso che tutti quei signori, in quanto membri di un’associazione a delinquere, siano stati dei malfattori, anche se l’hanno fatta franca. Per carità di patria posso trovare loro delle attenuanti, che però non cancellano il reato.

Fino al momento nel quale l’accordo tra i politici e gli industriali, i veri capibanda, non avviasse quel meccanismo truffaldino su larga scala, i funzionari di partito, i tecnici delle commissioni aggiudicatrici, i funzionari di vendita e lo stesso direttore commerciale erano persone più o meno oneste, giunte nelle rispettive posizioni sociali con anni di gavetta, spesso assai onerosa. Non avendo fino ad allora dimostrato una spiccata predisposizione al delitto, se quel virus non fosse stato loro iniettato avrebbero proseguito la vita nella piccola, comune disonestà che affligge gran parte del genere umano.

Potevano rifiutare di bere quel veleno? Certo che potevano, se non lo hanno fatto è non solo perché la tentazione di passare da salariato a benestante era fortissima, ma perché dire di no al sistema, diffuso e dominante com’era, avrebbe significato se non l’estromissione, sicuramente una retrocessione nel contesto aziendale o in quello politico che avevano entrambi bisogno di cinghie di trasmissione consenzienti e attive.

Avrebbero potuto, pur dicendo di sì, evitare di trarne benefici personali? Certamente, ma anche questo sarebbe stato molto arduo, il padrino non accetta che nessun membro della famiglia rifiuti la sua parte di bottino, perché si sentirebbe esposto al ricatto.

C’è infine da considerare che far parte di una banda, e per ciò stesso rischiare, e vedersi passare davanti tanti soldi senza profittarne, avrebbe richiesto una grande forza d’animo che, vista dal lato dei furbi, si può confondere con la dabbenaggine.

Se non ci sono altre domande, questo è tutto cari nipoti, e posso chiudere con una metafora. Fare il militare sembra una cosa tranquilla in tempo di pace, succede però che in guerra ti costringono ad uccidere; può accadere allora che, a furia di farlo, ci si abbrutisca fino a ritenere che sia una cosa normale. I veri eroi sono quegli obiettori di coscienza che in battaglia si rifiutano di sparare e pagano di persona.

Per fortuna la guerra finisce, ma ci vuole molto tempo ai reduci per riacquistare l’equilibrio perduto e per raccontare senza vergognarsi troppo quel che facevano al fronte.

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Inserito il:29/03/2016 09:56:18
Ultimo aggiornamento:06/02/2019 22:18:53
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