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Aggiornato al 16/01/2019

Andy Thomas (Carthage, Missouri) – The Republican Club

 

Elezioni: trionfo o tronfio?

di Francesco Lacapra

 

All’indomani delle elezioni americane dette di mid-term vale la pena di fare il punto della situazione. Per analizzare i risultati però, bisogna sapere come funziona il sistema elettorale in America e per questo premetto i due paragrafi che che seguono, che lo descrivono. Il lettore già al corrente può tranquillamente ometterne la lettura.

Il primo sabato di novembre, ogni due anni, si tengono elezioni nazionali. In queste occasioni si eleggono amministrazioni locali, oltre a senatori e rappresentanti della camera. In queste occasioni, allo scadere dei loro quattro anni di mandato si eleggono anche i governatori. Infine ogni due cicli (quattro anni) vengono eletti presidente e vicepresidente della repubblica.

I rappresentanti della camera sono 435 e vengono interamente rieletti ogni due anni. I senatori sono invece due per stato (100 in totale) e hanno un mandato di sei anni. Tuttavia, l’elezione dei senatori viene distribuita nel tempo, così che ogni due anni se ne elegge circa un terzo.

Nelle elezioni appena avvenute, oltre al completo ricambio della camera, al senato erano in gioco 34 seggi e andavano anche rieletti 36 dei 50 governatori.

I risultati sono quasi completi. Al senato, fino a questo momento, i repubblicani hanno guadagnato 2 seggi ottenendone 51e i democratici ne hanno persi 2, scendendo a 46. Tuttavia ci sono ancora 3 seggi in ballo: due perché il conteggio dei voti non è ancora terminato e l’altro perché i due candidati devono andare a un ballottaggio. Quindi la mappa potrebbe restare invariata rispetto alla situazione attuale di 51/49 seggi per i repubblicani o potrebbe raggiungere un massimo di 54/46. In ogni caso, è certo che i repubblicani hanno la maggioranza al senato.

Alla camera, finora i democratici hanno guadagnato 30 seggi e i repubblicani ne hanno persi altrettanti, ma ce ne sono ancora 13 da aggiudicare. Quindi qui la situazione a favore dei democratici potrebbe andare da un minimo di 225 contro 210 a un massimo di 238 contro 197. Questo ribalta la precedente maggioranza di 235 contro 193 che era a favore dei repubblicani.

Dunque i repubblicani hanno la maggioranza al senato e i democratici l’hanno alla camera. Infine, i democratici hanno acquisito 7 governatori in più di quelli che avevano.

Allora chi ha vinto? Tutti, se si ascoltano le parti in causa. La realtà dei fatti è che al senato i repubblicani hanno vinto con un potenziale lieve incremento della loro compagine. Ma cambia poco, perché i repubblicani avevano già la maggioranza (anche se limitata a soli due seggi). Tuttavia qualcosa del genere era del tutto previsto, perché fra i senatori da rieleggere c’erano 25 democratici e solo 9 repubblicani. Dunque l’ipotesi che i democratici potessero far rieleggere tutti i loro 25 e conquistare in più altri due seggi era quasi fantascientifica.

Alla camera la situazione è ora ribaltata.

Prima delle elezioni i repubblicani detenevano la presidenza, il senato e la camera. Avevano dunque tutti gli strumenti per il controllo completo del paese. Ora non è più così, perché tutte le leggi da approvare devono esserlo da camera e senato. Dunque un voto negativo della camera impedisce che una legge venga promulgata. In più la camera detiene autorità sul budget del governo e quindi è ben difficile che il presidente possa ritagliarsi i venticinque miliardi di dollari necessari a costruire il famoso MURO. La camera ha anche poteri inquisitivi nei confronti dell’esecutivo e dell’amministrazione in generale. Può quindi effettuare indagini con risvolti penali per azioni illegali ed ha ampi poteri d’indagine.

In tutto questo, fra senatori e rappresentanti ben 110 nuove presenze sono femminili.

È difficile pensare che questa possa essere considerata una sconfitta per i democratici. Tanto più che in molti stati alla camera i repubblicani avevano fatto pesante uso del “gerrymandering”, che altera in modo innaturale le circoscrizioni elettorali, per minimizzare il successo dei loro oppositori (https://it.wikipedia.org/wiki/Gerrymandering). Ad esempio, in North Carolina i democratici hanno bisogno di circa il 53% dei voti per vincere appena un terzo dei seggi. Quindi i democratici hanno dovuto avere un numero di elettori superiori a quello strettamente necessario per superare queste difficoltà. Non vanno trascurati i numerosi tentativi repubblicani di ostacolare il voto di afroamericani (Georgia), indiani nativi (North Dakota) e altre minoranze per evitarne l’impatto sfavorevole per loro.

Ho letto su pubblicazioni italiane che ora “Trump può respingere ogni sortita, ha ancora la capacità di imprimere una direzione alla legislazione”. Sì: Trump può imprimere quello che vuole, ma se la camera non dà il suo consenso, qualsiasi legge è bocciata. Fino a oggi non era così. L’ultima legge fiscale (che funge da Robin Hood al contrario e devasta il deficit federale) non sarebbe passata in queste condizioni. Dunque, il commento che ho letto: “la spallata alla Presidenza non c'è” non è sostenuta dai fatti, anche se il presidente può continuare a prendere in giro i suoi fedelissimi raccontando quello che vuole.

È anche falso che “in tutte le principali sfide nelle roccaforti dei Repubblicani, i Democratici non sono mai stati competitivi e hanno perso seggi”. È falso perché nel mid-west i democratici hanno conquistato seggi alla camera e governatorati dove i repubblicani avevano fin qui prevalso. Si guardi a Wisconsin, Iowa, Pennsylvania e Michigan. E fra i sette stati conquistati da governatori democratici ci sono: Wisconsin, Michigan, Nevada, Maine e perfino il Kansas!

Finanche dove sono stati sconfitti, i candidati democratici hanno ottenuto risultati incredibili. In Texas, dove da anni era assurdo ipotizzare un senatore democratico, Beto O’Rourke ha perso contro Ted Cruz per un margine di appena il 2,6%. E in Georgia (!) c’è ancora la possibilità che l’afroamericana Stacey Abrams possa diventare governatore.

Come se non bastasse, in molti stati sono passati con maggioranze significative referendum per permettere di espandere Medicaid, per coprire le spese sanitarie dei meno abbienti, contrastando i tentativi di Trump e soci di distruggere Obamacare.

Non c’è dubio che l’America ha forti differenze di opinione fra le aree urbane e suburbane da un lato e quelle rurali dall’altro. In questa nuova situazione c’è da sperare che, nonostante i nuovi poteri, l’opposizione democratica eviti di trasformare tutto in inquisizione contro l’amministrazione, perché si scatenerebbe ulteriore divisione e il presidente userebbe questo per attizzare le folle in vista delle elezioni del 2020.

Sul tema impeachment, i democratici sanno benissimo che un’impeachment della camera, anche ben motivato, non può portare a una condanna senza il controllo dei 2/3 del senato. Questo obbiettivo non sarebbe stato raggiungibile, persino se i democratici avessero preso al senato la maggioranza, con tutti i seggi disponibili. In più nessuno prende seriamente in considerazione questa ipotesi, perché creerebbe solo tensioni ulteriori, senza poter produrre alcun esito.

Dunque è stata proprio una vittoria per Trump? Al di là della sua immarcescibile e vuota retorica, i fatti dicono proprio il contrario. Il presidente resta tronfio, ma di sicuro non ha trionfato.

 

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Inserito il:09/11/2018 20:06:27
Ultimo aggiornamento:09/11/2018 20:13:26
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