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Aggiornato al 17/02/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Norman Rockwell (New York, 1894 - Massachusetts,1978) - Election Day - (1944)

 

Il 6 novembre incrociamo le dita

di Peppino Perrotta

 

Si può fare una radiografia al nostro paese senza cadere nella sterile ricerca delle colpe passate o nella irrisione, altrettanto inutile, dei progetti strampalati di chi è andato al governo? Ci proviamo cercando innanzitutto di sintetizzare i reali interessi delle varie classi sociali che lo compongono.

Ci sono i ricchi per i quali la patria è il mondo, e sono pronti ad andare a vivere altrove se in Italia le cose si complicassero. C’è poi l’intellighenzia attiva che, sapendo guardare più lontano del naso, segnala, abbastanza inutilmente, attraverso i media tradizionali, tv e giornali, che stiamo andando verso il burrone; e quella passiva che non va a votare perché non si riconosce né nel nuovo né nelle inutili beghe fra chi è stato sconfitto.

Seguono gli industriali, sempre di meno, il cui interesse primario è quello di tener fuori dalla mischia il proprio patrimonio, nonché quello di cercare di mollare l’azienda a qualche cinese prima che vada tutto a ramengo; fanno loro da contraltare gli operai a tempo indeterminato, anche questi in estinzione, che combattono per non diventare precari o peggio disoccupati, e sperano che arrivi un nuovo Berlinguer a rimettere l’articolo diciotto. Ci sono infine gli impiegati pubblici, aggrappati ad una burocrazia che assicura a vita il posto fisso e le ferie pagate.

Tutti costoro formano un esercito che se fosse coeso potrebbe provare a combattere il populismo. A parte la difficoltà di trovare qualcuno capace di incollare pezzi così disomogenei, se pure il condottiero venisse fuori, metterebbe insieme una minoranza insufficiente a vincere contro l’altra parte del paese fatta di due armate che sono, messe insieme, largamente maggioritarie.

La prima quella di coloro che, privi di patrimoni familiari e di santi in paradiso, provano a darsi da fare per stare a galla sgomitando come possono. Una volta erano i bottegai e gli artigiani; oggi si è unita a loro la grande schiera delle partite iva. Sparita, per l’uomo della strada, la possibilità di far carriera nell’industria, nelle banche, nella pubblica amministrazione ed in genere nelle grandi strutture che formano l’ossatura dello stato, costui, se dotato di un briciolo di iniziativa, prova a sopravvivere appoggiandosi su se stesso. E’ gente, nella maggior parte, che ha interessi ed orizzonti che non vanno oltre il proprio tornaconto a breve; a dir molto ad un anno, non tanto perché siano poveri di spirito ma per il fatto che la loro sopravvivenza richiede una dedizione h 24.

L’altra armata, dislocata per lo più al sud, è formata da coloro che o non sono nati per darsi troppo da fare o non è stata loro data la cultura e l’occasione per farlo. Sono i precari, i disoccupati cronici, quelli che sopravvivono con pensioni di fame, i poveri da sempre. Le loro prospettive sono ancor a più breve termine, una settimana, un mese al massimo. Le speranze di emergere le ripongono tutte sul gratta e vinci.

I componenti di queste due sterminate legioni non leggono i giornali, se non quelli sportivi, e non guardano i dibattiti politici in televisione. Recepiscono dal mondo politico solo messaggi semplici attraverso il contatto diretto di chi li va a trovare, ma anche con il passaparola e per quel che riguarda i più giovani attraverso i social. Il messaggio che hanno confezionato per loro Grillo da un lato e Salvini dall’altro è quanto di più scarno e recepibile si potesse pensare: tu ti dibatti in un sacco di guai perché per decenni chi è stato al comando ti ha truffato; noi ti promettiamo di far finalmente qualcosa per te e non per i ricchi. Costoro che non sanno e non vogliono saper nulla della divisione dei poteri, della struttura dello stato e del condizionamento della finanza internazionale, mettono anche in conto il rischio che anche questi ultimi arrivati siano dei parolai ma un po’ perché parlano un linguaggio per loro più comprensibile, un po’ perché peggio di così è difficile andare, danno loro retta.

E’ facile per i populisti tenerli incollati a questa speranza anche se la situazione permette loro di elargire niente altro che il fumo della pipa. Basta aiutare solo qualcuno dicendo agli altri che domani e dopodomani toccherà anche a loro. Prima che queste masse scoprano il loro gioco sarà passato il tempo necessario per mettere completamente le mani sul potere, azzerare i contrappesi e sostituire la carota col bastone. Per contrastare questa strategia i sostenitori della democrazia dovrebbero saper spiegare in fretta al popolo bue il perché è necessario, nell’interesse di tutti, mantenere i conti a posto, la suddivisione dei poteri nonché il rispetto del prossimo, anche di quello che non ci sta a contatto di gomito. Non si può fare con cento caratteri, come fanno i populisti. Mission impossible.

Questo ci sembra sia con oggettività, per quanto il pensiero umano possa essere oggettivo, essere alla data lo stato dell’arte. Se passiamo dall’analisi della situazione alle previsioni del futuro le cose cambiano perché il futuro previsto, per quanto logico esso appaia, deve passare attraverso un dedalo di bivi che possono portarlo chissà dove. Personalmente però se trovassi un bookmaker disposto ad accettare la puntata, metterei tutto sull’instaurazione, non troppo lontano nel tempo, di una bella dittatura. Se ho pochi dubbi sull’arrivo di un uomo solo al comando, ne ho sulla provenienza e sulla natura di questo personaggio, perché in questo momento ci troviamo di fronte ad un bivio. Per andar dentro alla natura di questo bivio bisogna allargare il discorso oltre i nostri confini e tornare un po’ indietro con la storia.

Perché è nata l’unione europea? Perché l’utopia di Ventotene si è potuta fare realtà? Perché Francia e Germania, dopo un secolo e mezzo di massacri, hanno deciso di fare la pace, sotto l’ombrello protettivo dell’America. La colla con la quale si è impastato quel nucleo centrale al quale si sono agganciati gli altri comprimari del trattato di Roma è fatta di tutti e tre questi indispensabili elementi.

Le cose si sono poi evolute come sappiamo; alle istanze politiche si sono sovrapposte quelle monetarie e i finanzieri hanno difficoltà a contenere i risorgenti nazionalismi. Oggi siamo nel pieno di una crisi che l’Europa può provare a superare solo se quel collante iniziale terrà ancora.

Gli scenari mondiali non sono in questo senso rassicuranti. Senza fare i politologhi da caffè che senza cognizione di causa fantasticano su scenari ipotetici, proviamo a fare alcune considerazioni “oggettive“. Putin, per quanto esecrabile, è un politico di razza che ha riportato la Russia, sebbene finanziariamente assai debole, fra i grandi protagonisti mondiali. Trump, volgare e pazzoide che sia, sta cambiando non marginalmente il posizionamento degli Stati Uniti nel mondo. In questo quadro egli vede nell’Europa un competitore e non un alleato. Senza immaginare inciuci politico-economici fra lui e Putin, che ci possono pure essere visto il profilo dei personaggi, è un dato di fatto che il loro interesse ad indebolire l’Europa è convergente.

Le elezioni di mezzo termine che si terranno negli Usa il 6 novembre saranno a mio avviso un bivio cruciale non solo per gli Stati Uniti ma per tutto l’occidente e il mondo intero. Se Trump perdesse il controllo del congresso significherebbe il tramonto del suo potere; non potrebbe far più niente di lacerante nei prossimi due anni e sarebbe poi archiviato. L’America tornerebbe a ragionare in termini atlantici e l’Europa avrebbe la forza di neutralizzare i nazionalismi populistici. Che succederebbe in Italia? Siccome bisogna far quadrare i conti che sono sballati, con le buone o con le cattive ci imporrebbero la troika, supportata però non dal consenso del parlamento, giudicato troppo ballerino, ma dall’esercito. Non sarebbero tempi facili, perché le dittature sono sempre odiose, ma rimarremmo legati ad un mondo socialmente più evoluto del nostro e potremmo fronteggiare con più forza e ordine la migrazione africana che nella dimensione con la quale si preannuncia e per quante coste ha il nostro paese, sarà per decenni il nostro problema dominante.

In caso di vittoria del tycoon lo scenario sarebbe tutt’altro. L’asse franco tedesco senza il collante americano si spaccherebbe e la Germania, supportata solo da un drappello di stati nordici dovrebbe accordarsi coi russi, se pur da una posizione di debolezza. La Francia, rimasta sola, non avrebbe né l’autorità né la forza di compattare i paesi latini; si richiuderebbe protetta dalle Alpi e dai Pirenei in uno dei tanti contorcimenti politici che la caratterizzano sin dai tempi della rivoluzione. L’Italia, la Spagna, il Portogallo e la Grecia, in libera uscita, se la dovrebbero vedere con gli africani.

Noi avremmo allora un dittatore nostrano che si troverebbe a che fare da un lato con la fragilità della liretta e dall’altro con la necessità di avere una marina militare strutturata in modo da presidiare le migliaia di chilometri della costa mediterranea dell’Africa, perché sarebbe paradossalmente più facile fermarli lì che non difendere altre migliaia di chilometri, quelli delle nostre coste. E’ il caso di dire: povera Italia.

 

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Inserito il:11/10/2018 17:30:01
Ultimo aggiornamento:02/01/2019 11:42:45
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