Aggiornato al 04/12/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Anna Maria Elisabeth Lisinska Baumann (Varsavia, 1819 – Copenhagen, 1881) – I fratelli Grimm

 

La formula alchemica di Cenerentola che trasforma il burattino in essere umano

di Alessandra Tucci

 

Che sarebbero stati segnalati era questione di tempo, solo questo.

Al Tribunale incantato delle anime belle e addormentate per la precisione, quelle che tanto prima o poi finiscono baciate dalla buona sorte, turchina o celeste, quindi chi glielo fa fare nel frattempo a gualcirsi la pelle corrucciando la fronte per pensare, magari una soluzione che poi sarebbe non ridursi a sopravvivere nell’attesa che qualcuno venga a trasformarlo in vivere. E perdere così ogni occasione, magari di essere.

Che poi sia stato Jacob Ludwing a licenziare la fata o Wilhelm a trasformare la bacchetta magica perché pure basta con questa storia della resilienza ad oltranza in attesa di un qualche tipo in cravatta o calzamaglia che sconfigga chi incatena dentro l’ansia apocalittica l’innocenza credulona delle anime perbene, quei due si firmano da sempre Fratelli Grimm? E dunque in piedi entrambi, entra la Corte degli Incantesimi, che tacciano tutti.

- Lor signori, ci dicano: cosa dunque potete sostenere sul vostro ardire?

- Di grazia, vostra grazia, aiutateci a comprendere cosa voi avete a pretendere.

- Nostra grazia è sua maestà. Di grazia è la persona sua regale che semmai tratta e concede.

Eccola sua maestà in persona, sta lì in prima fila, gli occhi incollati con le orecchie ai lati che svettano ben tese, un filo d’angoscia per quel principe azzurro che si ritrova sul groppone a peso morto. Macigno più che filo da quando se ne va a fare il romantico a cavallo di questo tempo fosco brulicante di micetti che si credono leopardi e stanno lì che scavano dentro l’umano per portarlo allo scoperto come se l’oscurantismo fosse mai davvero stato sconfitto, ma in quale mondo. E in aula si faccia silenzio, lui deve capire. Che altra rogna si ritroverà a dover gestire.

- Vostro onore, le vostre assai graziose orecchie hanno forse inteso male, la grazia è di sapere di cosa ci accusate.

- Lasciate stare l’onore, quello è di chi non spreca tutta la vita a giudicare l’altrui operare.

- Perdonate, signor giudice.

Eh.

- Silenzio in aula!

Nell’aula il silenzio c’è già, non vola un fiato nell’attesa generale di sapere quale dado verrà da altri tratto. Tanto per cambiare.

- Procedete pure.

I fratelli si guardano, entrambi perplessi. Lanciano un occhio in giro, i bambini fremono immobili sotto lo sguardo vigile delle maestre che un solo fiato e questa volta volano le note sui registri, già che non si sono alzati tutti in piedi sincronicamente a battere le mani quando sua maestà ha fatto la sua regale comparsata le ha fatte rabbuiare, eppure tutte le mattine stanno lì ad insegnare a fare la fila per tre, risponder sempre di sì e comportarsi da persona civile e valutare tra di loro chi alla fine sia ben nato.

 - Signor giudice, perdonate, comprendere ci rimane assai difficile. Noi scriviamo solo fiabe per bambini.

Jacob, è lui che per mischiar le carte s’è giocato il jolly, il maggiore dei fratelli.

- Fiabe, appunto. Fiabe e non favole. Vi rendete conto della gravità della questione?

- Gravità, signor giudice?

- Gravità, signori, gravità. Nella vostra Cenerentola manca tutto quanto sia richiesto perché sia chiaro che ogni sogno è un desiderio che va espresso confidando in un qualche genio che compaia ad esaudirlo.

Sua maestà annuisce, imparruccato e se possibile ancora più impettito. Il posto riservato a quell’appendice di un romantico che si ritrova come figlio è vuoto, lui sconsolato.

- Consentiteci di dissentire, signor giudice, e lor signori prestateci gli orecchi, nella fiaba ci siamo premurati di metter tutti gli elementi da voi disposti: la raccomandazione alla bambina di essere perbene che vuol dire remissiva e docile – leggete bene, abbiamo scritto docile come si conviene -, le angherie delle sorellastre nere di cuore a ricordare che non bisogna mai fidarsi delle persone a noi vicine, il desiderio della giovane di tentare l’epifanico riscatto indetto a corte col sorteggio al gran ballo, la perfidia della matrigna che le impone prove impossibili per impedirle di distrarre la dea bendata dalle sue figlie.

- Vedete da voi, dunque: contro ogni indicazione, avete sottoposto Cenerentola a compiti impossibili che sono chiaramente iniziazioni per risvegliare in ella facoltà e doti che illusoriamente la portano a pensare di poter prendere lei le redini della propria sorte. Comprendete bene la pericolosità di codesta inaccettabile illusione.

- Ma finanche Apuleio fa sì che la dea Venere richieda all’umana Psiche di affrontare numerose prove al di là del possibile per poter riavere Amore, non vediamo ragione di non rendere omaggio a quel gran narratore.

- Avete ragione ma solo in parte, la giovane Psiche non riesce di per sé pur se di aiuti e di consigli ne riceve a bizzeffe, ella cede alla tentazione di non seguire alcuna raccomandazione superiore e cade nel sonno di Persefone dal quale la risveglierà solo il bacio di Amore. Vedete quanto dal racconto che voi offrite tutto ciò diverge?

- Perdonate, signor giudice, si tratta solo di una piccolissima variazione nel copione, il pubblico qui in sala sa essere inclemente se narriamo loro sempre le stesse storie e voi sapete bene che la Bella Addormentata e Biancaneve già sono state scritte.

Il pubblico lì in sala a dirla tutta un altro paio di passaggi di tal genere e glielo dice direttamente in faccia al sire e alle maestre di lasciarli stare, quei due sono gli unici che si prendono la briga di raccontargli storie vere in questo mondo capovolto che chiamano adulto ma è solo addormentato.

-  Non sono ammesse variazioni sul tema generale che vadano a ledere la salute della gente, quanto al ripetere sempre le stesse storie, quelle edificanti e sane, è un bene: questa è l’arte dell’insegnare.

- La salute della gente, signor giudice? E la tutela è nel farle tutte incastrare in una sola narrazione di delegazione e autocommiserazione? Ma questo paralizza e fa ammalare.

- Quella mentale, signori, per tutelare la quale serve rigore. Che si racconti ai bambini che si possano affrontare e superare, senza avere alcuna parte né leva sociale, prove impossibili senza il filantropico intervento di una forza superiore è fuori discussione. Le menti dei più giovani devono esser rigorosamente disciplinate, di certo non illuse.

- In realtà, abbiamo fatto in modo che non fosse Cenerentola personalmente a soddisfare le pretese della matrigna crudele, non leggete che sono le colombelle a svolgere i compiti che per la fanciulla sarebbe stato impossibile portare a compimento in breve tempo? Ella si limita a chiedere con animo aperto e certo di ottenere. Tutti gli uccelli del cielo arrivano a darle aiuto: cosa c’è in realtà che non vi aggrada, cosa abbiamo scritto di tanto inaccettabile lì dove mostriamo che la vera forza è nella cooperazione dell’intera creazione? Animali magici, sì: cos’è che non torna? Le favole che tanto propagandate hanno o non hanno animali che parlano?

Vostra grazia sua maestà il sire si agita sul trampolo che gli hanno messo a mo’ di trono sotto il sedere, questa storia della cooperazione armonizzante va assolutamente regolata, è lui che lo decide cosa è giusto e cosa sbagliato pure nell’unione anzi a maggior ragione, lui e tutto quel nugolo di illusionisti e fanfaroni che c’ha al seguito e mai che riescano a stringere la trama della rete come si deve così da separare le persone lasciando però in piedi l’illusione dell’unione universale. Ci manca solo che questa Cenerentola ci si metta a cinguettare dentro con tanto di pigolii di rimbalzo, bell’affare.

- Voi dite che la fanciulla si limita a chiedere con animo aperto e certo di ottenere e con ciò sconfinate in un terreno che non vi appartiene. Chiedete e vi sarà dato, abbiate fede ed otterrete è faccenda di Chiesa, Merlino è altra cosa, maneggiarla non è questione vostra né a me compete. Questa è la Corte degli Incantesimi, non la Corte dei Miracoli!

Ah. Bene che l’abbia precisato.

- Non c’è mago Merlino in questa nostra fiaba, signor giudice. E non vediamo in cosa possa nuocere il credere di avere in sé il potere di creare, è una narrazione, è solo immaginare.

- Quindi, lo confermate: in questa storia voi esortate a non confidare in maghi e fate per ottenere quel che si vuole, bensì a credere che in ciascuno risiede il potere di immaginare che poi è creare. Signori, non v’è chi non veda quanto ciò sia tutt’altro che privo di conseguenze.

No, infatti. Sua maestà e seguito in particolare lo vedono benissimo. Anche i bambini a voler essere completi, ma loro già lo sanno che possono diventare quel che vogliono, è un gioco. E non serve neanche questo grande sforzo di immaginazione, nel mondo c’è tutto, basta guardarsi attorno, è magico. Proprio non lo capiscono perché gli adulti tirino sempre dritto, perché abbiano lo sguardo sempre basso o comunque perso nel vuoto e frettoloso o incastrato non si capisce in quale pensiero che oltretutto è sempre spento o spaventato, perché guardano senza vedere quando loro gli indicano un miracolo appena apparso, stanno dappertutto. Non ci vedono più bene, crescere significa perdere vista e visione?

- Non abbiamo ritenuto necessario incomodare neanche la fata, signor giudice, è corretto. Cenerentola aveva già gli uccellini e il rametto di nocciolo chiesto in dono al padre. Le è bastato piantarlo, le sue lacrime l’hanno annaffiato, non vi sembra che per i bambini sia anche un buono stimolo bucolico?

- Il rametto non è la bacchetta magica.

- Ma è come se lo fosse, signor giudice. Il ramo di nocciolo manifesta il potere della cura, se si dà attenzione a ciò che si ha nel cuore si riceve in dono amore che è l’unica energia capace di creare. Cenerentola si è presa cura del ramoscello di nocciolo regalatole dal padre, lo ha piantato accanto all’immortale amore della madre facendo in modo che crescesse forte e robusto e al momento giusto le è bastato chiedergli di ricoprirla d’oro e d’argento perché apparisse l’abito, il più sfarzoso. Vedete l’incanto? A che serve dunque l’incantesimo di un altro?

- Orbene, facciamo il punto: una fanciulla docile e perbene, anziché affidarsi alla speranza che prima o poi compaia un essere benevolo e superiore a consolarla e a risolverle la vita, un bel giorno decide che si è stancata di vedere la sua esistenza sempre impantanata in attesa degli altri o della fata e che piangersi addosso non è poi questo vantaggio e prende in mano il proprio destino chiedendo direttamente lei quel che vuole e vedendolo apparire. E va in sposa al principe. Bididibodidibù, immagino.

- Immaginate male, signor giudice, nessuno nella fiaba pronuncia questa formula.

- Bene, manca anche la formula magica. È tempo di decidere.

E che la decisione sia la censura assoluta, su questo il re non transige. E neanche quello sciame dei migliori che gli aleggia attorno ovunque. Non si è mai visto in nessun regno che un eccelso qualunque creda di poter creare il proprio destino con un rametto manco comprato e senza intercessione regale o quantomeno un intervento magico che poi è lo stesso visto che quelli più famosi sono al suo servizio e soldo, e lui che ce l’ha a fare lo scettro?

- Considerato, dunque, che non compare neanche un mago nel racconto e che, a dire il vero per intero, esso non viene nientemeno neanche invocato perché si muova a compassione e compia l’incantesimo.

- Ma cosa c’è di magico nell’attendere che sia un altro a giocare il nostro gioco?

- Considerato, altresì, che non vi è traccia nella storia di una magica bacchetta che un filantropo benevolo e tra i migliori accreditato si premuri poi di usare per premiare l’anima perbene e ubbidiente.

- Il ramo di nocciolo, signor giudice, ve l’abbiamo appena detto.  

- Considerato, infine, che non vi è alcuna formula magica.

- C’è. L’intera fiaba lo è.

- Ritenuto, ordunque, che vi è una sostanziale distinzione tra una favola e una fiaba, ossia la prima reca in sé la social somma morale che ogni anima perbene può sperare in una forza filantropica ed esterna che intervenga prima o dopo a premiare un onorevole sopportare sacrifici lacrime e cenere. Quanto alla fiaba, la sua forza è assai eversiva, essa dice a chiare lettere di asciugare tutte le lacrime ed avviare il proprio esistere senza fare affidamento in un qualche salvatore.

- È quanto dice anche l’esimio Goethe sull’iniziativa umana, signor giudice: quando l’uomo si muove, la Provvidenza lo segue.

- Questa è la Corte degli incantesimi, non quella dei poeti per di più romantici, e questa Corte ha norme ferree: ogni fiaba va sottoposta a severa revisione per il bene della gente perché non cada mai nell’illusione di puntare su di sé per attivare il vivere, questo è impossibile.

- Siete in errore, signor giudice, non c’è illusione nel proiettare al di fuori quel che i bambini hanno ben chiaro dentro, che tutto è possibile per la nostra mente, è questo l’educare, è portare alla luce il potenziale personale, quello che noi adulti via via che andiamo avanti tendiamo a conformare alle regole mondane perché è più saggio, noi lo crediamo etico sopprimere quel che dentro abbiamo di diverso e all’improvviso ci ritroviamo in un carcere mentale di dogmi e di paure mentre l’istinto a vivere e creare, che poi è l’amore, lo iberniamo nell’attesa di un qualche salvatore mosso a compassione. È questo che vogliamo, lasciare in loro il segno dei nostri limiti che come burattini abbiamo reso dogmi, vogliamo insegnare ai bambini a rimpicciolire il proprio essere fino poi a farlo sparire dentro l’omologazione, quella perbene?

A parlare questa volta è stato Wilhelm, il minore dei fratelli, mentre il principe azzurro avanzava incespicando nel mantello. Anzi che è comparso, ora al re gli prende un colpo.

- Voi dite, Signori Grimm, che questo regno umano è un carcere.

- Mentale, principe, ed è asfissiante per le anime.

- La vita, lo sapete, è un percorso accidentato, recintarlo è un provvedimento che si dice doverosamente preso per il bene collettivo.

- Ogni percorso infausto può essere gestito con l’equilibrio, maestà.

- Sociale, signori Grimm?

- Immaginifico e spirituale innanzitutto, vostra grazia.

- L’equilibrio si perde di continuo, l’impossibile crea vertigine. Guardate Don Chisciotte.

- E dunque si addormenta ogni persona raccontandole la favola che se abdica da sé prima o dopo arriva qualcuno che la risveglia alla vita.

- Le favole sono scritte appositamente per far addormentare, conoscete un modo migliore del dormire e sognare un futuro più felice mentre tutto è lacrime e rinunce?

- Ricordare che si può sempre scegliere, maestà.

- Il rischio di assumersi la responsabilità del proprio essere?

- La fiaba. Che poi è la dignità di trovare dentro sé il senso autentico del proprio vivere.

- Già, ma è facile fallire.

- A prescindere dal risultato, sire. Si tratta di vivere il presente, è esso l’occasione.

Sua maestà senior prende appunti, deve assolutamente ricordarsi di fare quattro chiacchiere con quel Goethe che se ne va in giro ad aprire i recinti alle sue pecore insieme ai suoi romantici seguaci, pure con suo figlio che non gli sembra si sia minimamente accorto del plateale coming out appena fatto sulle favole che raccontano ogni giorno alla gente. Sua maestà junior nel frattempo prende fiato per emettere il verdetto. Il signor giudice sta lì zitto e muto a godersi lo spettacolo.

- Che dunque sia così deciso.

 Sia resa ufficiale e divulgata ovunque la favola di Cenerentola che ha in sé la fata e la bacchetta magica e che in essa l’inerzia dell’eroe venga chiamata resilienza. Quanto alla fiaba, sarà solo per chi vorrà cercarla. Se essa vuol mostrare il potere che ha ogni umano di creare ciò che vuole, che sia un percorso autentico di iniziazione e ciò richiede il chiaro intento di andare oltre una narrazione facile e a disposizione generale. Nessuna censura, dunque, ma resterà celata a chi si ferma alla versione della storia propagandata in ogni dove e si accontenta senza andare oltre.

Adesso a prendere appunti è il signor giudice, mai che sia lui davvero a decidere quanto poi gli tocca ogni volta firmare. Non che gli dispiaccia salvare la versione fiabesca di Cenerentola, sia chiaro, gli darebbe lui il bacio a quel principe azzurro anche solo per aver servito al re lo scacco matto inserendo il senso autentico del vivere in un forziere a prova di inerzia e di inganno, ma il finale. Eh, gli lascia in bocca l’amaro. Va bene che l’invidia è cieca e che il karma non perdona, figurarsi quelle invidiose delle sorellastre che vengono accecate dalle colombe, ci sta, per carità. Però in questo occhio per occhio che si ripete all’infinito ha il terribile sospetto che ad uscirne accecato alla fine è il mondo intero. E poi manca la formula magica, almeno quella.

- Un’ultima cosa, signori. Avete fatto cenno ad una qualche formula magica presente nella fiaba, ma passandola al setaccio parola per parola essa non si rinviene in nessuna riga.

- È nell’intera storia, maestà, in ogni suo vocabolo, questo mondo è tutto narrazione.

- Con le parole dunque creo la realtà che voglio.

- Abracadabra, sire.

 

Inserito il:23/09/2022 18:27:15
Ultimo aggiornamento:23/09/2022 18:38:33
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