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Aggiornato al 18/11/2018

Jennifer Owens (Irlanda, 1982 - ) - Discussion Developed (2008)

 

Le nuove armi della politica

di Peppino Perrotta

 

Mi rivolgo a tutti quelli del mio campo, cioè a quelli che hanno coscienza di trovarsi in Italia (come peraltro anche altrove) infilati in una bruttissima deriva, che si può chiamare in tanti modi (populismo, sovranismo, pentasalvinismo, pressappochismo) e che segue ad una colpevole miopia con la quale in passato sono stati gestiti i valori democratici. C’è un confine netto fra noi e quelli dell’altro campo, una sorta di Piave a ridosso del quale stiamo provando ad attestarci dopo la nostra Caporetto. Come i nostri soldati di allora stiamo cercando di capire come e perché sia successo tutto questo in così poco tempo e siamo in confusione. C’è chi cerca di resuscitare le strutture e i valori che in qualche modo tenevano in piedi il paese e che oggi scricchiolano se non addirittura crollano, e c’è chi si limita solo a piangersi addosso perché quello che sta accadendo sembra troppo complicato per recuperare il bandolo della matassa.

L’incontro con il libro di Baricco “The game“ mi ha fatto capire che per combattere il nostro nemico dobbiamo prima chiarirci quale sarà il terreno dello scontro e quali le armi che si dovranno usare, probabilmente del tutto diverse, così come il campo di battaglia, da quelle con le quali si è guerreggiato finora.

E’ difficile riassumere quel che il libro dice. Si farebbe torto all’autore se un “poveraccio“ come me tentasse di fare la sintesi di un’opera frutto di una profonda ricerca, piena di idee intuizioni e riflessioni e scritta da un poeta-filosofo di grande levatura ed intelligenza. Provo solo a mettere in fila, per sommi capi, quel che ho capito del ragionamento che l’autore sviluppa mettendo in ordine le conquiste tecnologiche degli ultimi settanta anni e le loro conseguenze sociali.

Le nuove tecnologie elettroniche, nate per dare supporto e slancio alle strutture organizzative su cui poggiava la società nata nel dopoguerra, hanno preso negli anni settanta una strada diversa; quella che Baricco chiama insurrezione digitale: un gruppo di cervelloni concentrati nella Silicon Valley si sono messi a sviluppare tools atti a smontare l’ordine costituito.

Si può essere d’accordo con l’autore nel credere che questa ribellione fosse voluta, per cercare di costruire una società diversa da quella che ci aveva indotto a massacrarci in trent’anni con due guerre mondiali. Lui chiama in causa le parole di uno dei padri del terremoto, Sheward Brand: “Puoi provare a cambiare la testa della gente ma stai perdendo tempo, cambia invece gli strumenti che hanno in mano e cambierai il mondo.” Si può anche, al contrario, pensare che tutto fu casuale. Poco cambia, quello che è stato è stato.

L’evoluzione esponenziale dei devices è storia nota: inizia con la diffusione su tutte le scrivanie della capacità elaborativa, attraverso i personal computer, e passando prima da internet e poi dal web, per citare solo i momenti più significativi, si arriva (per ora) allo smartphone.

La conseguenza è che un numero grande ed in continua crescita di individui vive incollato ad un device che fa parte del suo abbigliamento (e che si avvia probabilmente a far parte del suo corpo) in grado di metterlo costantemente in contatto con tutta la memoria del mondo, di fargli mandare messaggi immediati anche nei luoghi più sperduti della terra, di socializzare, lanciare a destra e a manca le proprie opinioni, vendere, comprare, prenotare, disdire, locare e fare una miriade di altre cose senza la intermediazione di nessuna di quelle strutture che sono, o meglio erano, le nervature della società novecentesca. Fin qui tutto abbastanza chiaro: una rivoluzione positiva ed epocale con portata addirittura superiore a quella del rinascimento, dell’illuminismo e di quella industriale.

Quel che Baricco afferma nel proseguire la sua analisi, supportato da originalissime riflessioni e ricerche, a quel che ho capito, è che questa rivoluzione, come peraltro molte altre del passato, dopo lo slancio iniziale è entrata in una fase complessa, contraddittoria e piena di incognite: una fase che chiama “ the game”. La rivoluzione tecnologica, lui sostiene, sta producendo in una moltitudine di individui, oltre un miliardo, una mutazione genetica. Ed il numero è destinato velocemente a crescere perché si va allargando all’intera umanità, e contagerà tutti gli uomini del terzo millennio.

Il nuovo individuo vive due realtà: quella fisica (la sedia su cui siede, il cibo che mangia, la persona con la quale va a letto) ed una virtuale, quella del mondo cui accede continuamente attraverso lo strumento con il quale convive. L’interscambio fra questi due mondi è cosi frequente da indurlo ormai a non distinguere uno dall’altro. E’ nato un nuovo essere, portato a percepirsi come un’entità autonoma che non ha più bisogno per vivere delle strutture burocratiche, politiche, commerciali e financo dell’istruzione, che hanno intermediato finora i rapporti fra gli uomini; quelle strutture che nel tempo si sono, spesso autonomamente, definite élite. Lui si muove nella convinzione che finalmente se ne possa liberare.

Egli è sospinto, consciamente o inconsciamente, in una grandissima ammucchiata festante nella quale ci si può muovere gratis per sfruttare una cultura infinita attraverso il browser o succhiare capacità operative, sempre praticamente gratis, dalle app ormai diventate innumerevoli. Non riflettendo che gratis non fa niente nessuno, soprattutto se ricco, egli dà in cambio la sua privacy ai giganti del web che stanno accumulando un patrimonio di informazioni dal valore incommensurabile. Queste quattro o cinque megastrutture tecnologiche e soprattutto economiche sono fra i pochi enti al mondo ad avere i mezzi per finanziare la ricerca che porterà alla prossima grande rivoluzione, quella legata all’intelligenza artificiale, ricerca che imboccherà probabilmente l’orientamento più utile per consolidare se non aumentare il loro potere. Questo almeno mi sembra che voglia dire Baricco.

Torniamo a ragionare sul “game” e su cosa altro vuol dire Baricco con questa espressione. Nella grande moltitudine di individui coinvolti in questo gioco, molti sono impreparati a comprendere la complessità, le possibili distorsioni e i pericoli che comporta, anche perché esso si sviluppa a grande velocità. I più sono contenti di poter fare molte cose che fino a poco tempo fa non si sognavano neppure di immaginare, ma ignorano intellettualmente e culturalmente di essere strumentalizzati: tanti pinocchi nel paese dei balocchi. Nel game entrano però anche cervelli che sanno bene che spesso uno non vale uno. Costoro, protetti dall’ombrello dei pochi giganti che giocano al grande gioco, approfittano su scala minore della situazione sfruttando a proprio vantaggio l’esistenza quasi improvvisa di questo enorme, per usare un termine borsistico, parco “buoi”.

Si sta creando insomma una nuova élite diversa dagli affaristi, dai burocrati, dai professori e da quanti vi vengano in mente erano intesi finora come tale. Gente che maneggia bene le tecnologie e che, sgomitando, si pone come ceto intermedio fra i grandi del web e la moltitudine dei pinocchi, un po’ come secoli fa si proponevano i nobili fra il re e la plebe. Costoro giocano spesso anche più sporco di quanto non facciano i grandi; capita per esempio, sempre più frequentemente, di essere subissati sullo smartphone di pubblicità costruite sui contenuti delle nostre tracce scritte e, ancor più gravemente, su quelli delle nostre conversazioni anche intime.

Come andrà a finire questo processo rivoluzionario e postrivoluzionario che sembra guidato talvolta dal grande fratello, e talvolta dalla fantasia di un apprendista stregone? Baricco saggiamente non si pronuncia. E’ preoccupato come tutti, incrocia le dita e oscilla fra il pessimismo e l’ottimismo.

Che c’entra la mia esegesi pacioccona di questo pregevole libro con le premesse da cui sono partito? Bene, voglio dire che questo è il campo di gioco nel quale dovrà scendere chi vorrà salvare una parvenza di stato di diritto. Dovrà fare i conti con la mutazione avvenuta e in corso di sviluppo negli elettori e con il fatto che gli intermediari non sono più per gran parte i partiti, i sindacati, le parrocchie, le associazioni e quanto altro vi venga in mente che c’era nel ‘900, ma questi nuovi soggetti che si sanno muovere con facilità e spregiudicatezza nel web e che sanno come infilare tra i tools che la massa usa per comunicare, manifestarsi, confrontarsi, comprare e curiosare, insomma per vivere, messaggi politicamente mirati. Se non si passa da loro o non si scende direttamente in battaglia con quelle che sono le nuove armi, quelli della nostra parte finiranno come la cavalleria polacca quando provò ad andare a passo di carica contro i panzer del fuhrer.

È lecito chiedersi come si potrebbe agire sul piano operativo; non lo so, a ottantatre anni posso dare solo questo contributo di pensiero, lasciando a chi è più giovane di noi il compito di inventarsi qualcosa.

 

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Inserito il:07/11/2018 09:55:30
Ultimo aggiornamento:07/11/2018 10:03:54
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