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Aggiornato al 18/10/2018

Reena Ahluwalia (India/Canada- Contemporary) – The Portal of Journeys

 

Abbiamo il piacere di pubblicare la quarta di sei puntate del “giallo”di Peppino Perrotta.

(Seguito)

 

Yan Patterson e le due password (4° puntata)

di Peppino Perrotta

 

Arriva finalmente un’aiuto.

 

Violet è più simpatica, più collaborativa e più giovane di quanto non fosse dieci giorni fa.

Ammette di non essersi sforzata più di tanto e ci sta a rianalizzare insieme il materiale raccolto. Passano tutta una giornata insieme, continuano a lavorare al pub e a cena.

Verso le undici Yan è stanco e in vena di confidenze.

“ Non mi fido dell’Interpol e in specie degli italiani. Penso che non bisogna dire tutto nemmeno al sovraintendente perché sarebbe come dirlo al commissario Bruni”.

“Ma dopotutto non abbiamo niente di significativo da dire“ commenta Violet .

“Io forse ce l’avrei” si lascia scappare Yan“.

“Ce l’avresti cosa?”.

“Niente, niente, una supposizione o forse qualcosa di più ma non voglio parlartene altrimenti ti infilerei in un problema dal quale è meglio che tu stia fuori e poi è ora di andare a dormire“.

La mattina successiva, mentre sta andando da Violet per continuare l’esame dei dossier, un tintinnio annuncia l’arrivo di una mail.

“Allora? Dici che bisogna fare in fretta poi non ti fai più vivo. Vogliamo fissarlo o no questo incontro?“.

Cosa rispondere? Yan ha bisogno di pensare; entra in un pub e si ordina una birra anche se non sono ancora le dieci.

Da un lato si rende conto che non può tergiversare troppo con il suo interlocutore, ne può pensare di organizzare una trappola a George Town senza coinvolgere la struttura, dall’altro per affrontare il suo capo ha bisogno di avere qualcosa di più concreto che giustifichi la sua diffidenza nei confronti della polizia italiana. Deve cercare di allungare un po’ i tempi, ma per farlo ha bisogno di una giustificazione credibile.

Riprende in mano il tablet, “Certo che dobbiamo fissarlo al più presto. Sto attendendo dal mio esperto le date della sua disponibilità”.

“Se il tuo esperto batte la fiacca cambialo, oppure vieni da solo. Come tu stesso hai detto, prima facciamo sparire questi indirizzi e meglio è”.

“Stai tranquillo, mi farò sentire prestissimo”.

E’ contento di aver preso tempo, un tempo assai limitato però. Deve capire meglio e al più presto cosa stanno facendo o non facendo a Napoli. Altro tintinnio; questa volta è l’africano che finalmente risponde alla sua chiamata.

“Salve colonnello, l’ho cercata perché vorrei parlarle fuori del contesto Interpol”.

“Sfonda una porta aperta perché trovo quelle riunioni inutili, Van Der Meer un coordinatore più inutile ancora e l’italiano stranamente reticente“.

“Voi state indagando ancora sulle amicizie di Pride?“.

“Certo proprio ieri, perquisendo la casa della segretaria, abbiamo trovato il suo computer”. “

C’è qualcosa di interessante?“.

“Non lo so ancora, è all’esame dei tecnici“.

“Le sarei grato se mi tenesse al corrente“.

Non si può approfondire troppo né per telefono né scambiandosi mail; bisogna guardare in faccia le persone, portarle a pranzo, cogliere le sfumature. Comincia a pensare che deve andare ad Harare e anche a Napoli. Non può farlo ufficialmente, deve prendersi con qualche scusa tre o quattro giorni, forse una settimana. Ora è tempo di raggiungere Violet.

Un’altra giornata di riscontri telefonici, colloqui in sede e un sopraluogo, ma niente di interessante. A cena Yan anticipa a Violet l’idea di andare in privato a Napoli e ad Harare.

“Mi sembra tempo sprecato”.

”Forse, ma l’uomo che cerchiamo forse sta proprio nello Zimbawe, e a Napoli voglio guardare bene in faccia Bruni per capire cosa nasconde e per conto di chi.”

“E tutto il lavoro che c’è ancora da fare qui? Ci sono parecchie situazioni ancora da esaminare“.

“Tu sei perfettamente in grado di andare avanti da sola, comunque ci terremo in contatto per telefono o attraverso le mail“.

La decisione di partire è presa, ma prima deve tranquillizzare il contatto fissando l’appuntamento. “Ho avuto l’ok dal mio esperto, siamo disponibili dal 10 in poi”.

La risposta arriva quasi subito.

“Per me va bene il 12 all’Hilton di George Town alle 10 di mattina nella sala colazioni”. ”Ok anche per me, sentiamoci quanto prima per i dettagli”.

Quattro giorni di permesso per assistere suo fratello che ha avuto un incidente in Italia coprono la sua missione personale che inizia all’aeroporto di Harare dove lo accoglie con simpatia Angangawa. “Ci sono novità interessanti; Pride aveva un’amante con la quale scambiava mail di fuoco. Stiamo andando con i piedi di piombo per via che è la moglie dell’ambasciatore americano. Nelle mail erotiche non c’è traccia della storia dei diamanti, ma si dice che, qualora lei avesse bisogno di qualsiasi cosa, in assenza di Pride, poteva rivolgersi a “chi sai tu“, cosi proprio è detto nella missiva. Domani, profittando che il marito è momentaneamente in America, convochiamo la signora e cerchiamo di capire chi è questo chi sai tu”.

Il colonnello è un ospite impeccabile e ad Harare c’è un ristorante cinese di prim’ordine; una atmosfera giusta per tagliare i panni addosso a Bruni.

Angangawe è convinto che quel delitto non c’entri con i diamanti e che c’è dietro una storia di mafia nella quale qualcuno della polizia è coinvolto. Non sarebbe la prima volta, “qui la metà dei poliziotti ha a che fare con la delinquenza locale“.

Yan è tentato, in difesa della razza e dell’Europa, di ribattere che l’Italia non è lo Zimbawe, ma capisce che non è il caso, perché rovinerebbe l’atmosfera; il cibo è ottimo e lui deve restare ancora un giorno per capire di più nel caso che il colonnello riesca a scoprire l’identità di quel chi sai tu.

La sera dell’indomani, passata in albergo a recuperare sonno, capisce di aver fatto un viaggio a vuoto perché la moglie dell’ambasciatore non si è presentata. Ha telefonato il marito da New York specificando che verrà lui appena tornerà in sede.

Dopo tre giorni di inutili spostamenti e cambi di aereo, atterra a Capodichino.

Bruni ha consentito di incontrarlo, visto che è a Napoli in privato, ma non si può aspettare che venga a prenderlo all’aeroporto come ha fatto il colonnello.

Invece si sbaglia perché l’altoparlante lo chiama e al posto di polizia trova proprio lui.

“Sono contento di vederla e di confrontarmi con lei, perché in questa storia mi pare che l’Interpol stia battendo la fiacca“. Proprio lui che a Lione altro che fiacca ha battuto!

“Perché dice questo?”.

”Il giorno stesso del ritrovamento del cadavere noi abbiamo messo le mani sul computer di Silvestri. C’era una corrispondenza annosa e intima con un certo Robert. Dal contesto delle mail siamo risaliti al personaggio. Si tratta di Robert De Boer il numero uno della Diadema, una delle principali strutture al mondo nella intermediazione nel mercato delle pietre preziose. Prima della nostra riunione ho informato Van Der Meer, anche per avere da lui, suo conterraneo, qualche notizia in più sul profilo dell’uomo. Mi ha pregato di non far cenno del personaggio durante il meeting, perché si tratta di un uomo di specchiata onestà e molto influente. Avrebbe proceduto lui a fare le indagini in modo riservato”.

“E’ per questo che lei è stato reticente, ora capisco”.

“Sarebbe stato assai scortese disattendere la richiesta di Van Der Meer. E’ successo però che noi, procedendo al controllo delle presenze anomale ad Ischia, abbiamo trovato che, proprio nei giorni compatibili con quelli del delitto, De Boer faceva i fanghi nell’hotel Punta Molino”.

“Lo ha fatto presente a Van Der Meer?“.

“Eccome! E gli ho anche chiesto di divulgare la notizia agli altri membri della commissione“.

“Quando glielo ha chiesto?”.

“L’altro ieri“.

“Non lo ha ancora fatto! “.

“Se la prende comoda! Io posso far poco perché lui ha avocato a sé le indagini; mi pare fuori luogo contattare direttamente la polizia olandese anche se bisognerebbe far presto e ci sarebbero gli estremi per fermarlo”.

In treno per Roma Yan, oltre a riflettere su quanto sia pericoloso farsi guidare dalle impressioni e dai pregiudizi, comincia a vederci più chiaro. Il suo misterioso interlocutore ha ormai un nome e un cognome ed è qualcuno che Van Der Meer copre.

Non è l’Interpol che non funziona, è Van Der Meer che sta con i ladri. Manca ancora l’altro pezzo del puzzle. Purtroppo in pochi giorni sarebbe un miracolo trovarlo, anche perché la storia della moglie dell’ambasciatore non sta in piedi e i tempi dell’indagine del colonnello sono tempi africani.

Basta correre appresso alle cose da solo, una volta a Londra bisogna andare dritti dal sovrintendente a consegnargli solo uno dei due ladri.

E’ una mezza vittoria, ma pur sempre un successo……

 

(Continua)

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Inserito il:17/01/2018 20:25:54
Ultimo aggiornamento:26/01/2018 15:57:50
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