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Aggiornato al 14/11/2018
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Giuseppe Cesari (Cavalier d’Arpino) (1568-1640) – La cacciata dal Paradiso terrestre

Cacciata dal Paradiso.

Che cosa fosse un pene e a che cosa servisse l’avrebbe saputo molto più tardi; troppo presto, invece, e con sconvolgente confusione, aveva scoperto che l’uomo nascondeva qualcosa di vivo dentro i pantaloni; tutto ciò era avvenuto in modo così tragico e imprevedibile, che non aveva trovato altra soluzione alla grande angoscia provata, se non quella di non parlarne con nessuno, ma di cacciare giù tutto il più in fondo possibile.

Era accaduto che il destino le facesse incontrare, in un giorno dei suoi quattro anni, mentre tornava dall’asilo, sulle scale del suo stabile, un uomo che l’aveva gentilmente presa in braccio parlandole con tenerezza.

Le sue mani erano grandi e forti, con grosse vene sporgenti, i suoi occhi erano azzurri e i suoi capelli biondi.

Per lei era “un grande”, anche se lui aveva poco più di vent’anni.

Aveva i colori dei principi del suo libro di fiabe, ma principe non era.

Non aveva paura di lui perché lo conosceva come amico di famiglia.

Si lasciò perciò docilmente prendere in braccio, provando tuttavia uno strano sotterraneo timore per quel modo “fisico” così inconsueto di trattarla.

I suoi fratelli giocavano talvolta con lei, ma raramente.

Qualche volta il più giovane dei due la slanciava in alto, nel vuoto, per poi riprenderla al volo o capitava che per farle passare il singhiozzo, le facesse fare una strana capriola prendendole le manine dopo averle fatte passare in mezzo alle gambe costringendola a una strana complicata flessione.

Lei si divertiva a questi giochi che erano preziosi data la loro rarità.

Nessuno invece l’aveva mai presa in braccio in quel modo, né le aveva parlato con quella voce bassa e tenera, come ipnotizzante, né aveva mosso le mani su di lei così a lungo e sapientemente.

Le grandi mani toccavano e toccavano, tremando un po’ l’accarezzavano, sfregavano, si insinuavano sotto il grembiulino e perfino dentro le mutandine.

Dio come batteva il cuore, come si allargavano gli occhi, come scorrevano veloci l’ansia, l’angoscia, il terrore, lo stupore…..

L’uomo non era brutale, al contrario non smetteva di parlare con quella strana voce un po’ interrogativa mentre le sue mani non smettevano di stringerla facendo un’infinità di potenti, sconosciuti, straordinari gesti.

Lentamente la portò lassù, in cima alle scale, nel misterioso solaio  dove per lei incominciava un altro mondo: spaventoso, pericoloso, proibito che neppure la sua fantasia aveva voluto esplorare anche se solo una rampa di scale lo divideva dalla sua casa.

Quanto poté durare quella scoperta?

Pochi minuti e tutta la vita.

L’uomo le disse sempre soavemente, ma seriamente, di non parlare di quel “gioco” a nessuno e alla domanda della bambina, fatta più per convincere se stessa che era ancora viva, sul nome di quel gioco, lui aveva risposto – “ Fare il solletico” –

Ma era un imbroglio.

Questo l’aveva capito subito.

Non era il solletico, gioco comunque scorretto e maleducato, da non fare insomma.

Questo era un gioco “da grandi “ e sicuramente “brutto”.

E che cos’era quel grosso verme rosso scuro, umido e spaventoso, pieno di vene azzurre che all’improvviso l’uomo aveva preso in mano tirandolo fuori dai calzoni?

Non aveva avuto il coraggio di chiederlo perché aveva visto il suo viso diventare tutto rosso, aveva sentito il respiro farsi forte e affannato come quello di qualcuno che sta molto male.

L’uomo del resto sembrava lontano, in un mondo solo suo, forse anche lui sognava?, gli occhi stravolti guardavano qualcosa o qualcuno che lei  non poteva vedere e la sua bocca aperta emetteva versi strani e incomprensibili.

Ancora una volta lei si sentì invisibile e inesistente eppure non aveva mai provato un dolore così assoluto e intollerabile.

Finalmente la bocca dell’uomo si chiuse, il respiro tornò normale, gli occhi la videro e sorrisero.

Con un vecchio straccio che usciva da un grande sacco di pezze, lui le asciugò le gambine, pulendo via uno strano liquido appiccicoso.

Non le disse più nulla.

Solo da donna adulta avrebbe compreso che la sua solitudine era già così profonda da non consentirle, neppure in quel momento, di reale terrore, di mettersi a piangere.

Aveva già imparato da un pezzo che le lacrime servono solo a bagnare il viso, a irritare gli adulti, a farsi chiamare “piagnona”.

Non piangere era un merito, era una qualità, era da “grande”, era da forte. Infatti i maschi non piangevano mai.

Lei sentiva l’aria pesante e minacciosa.

Una sensazione come prima di un temporale.

Si ricordò proprio in quegli attimi di una grande illustrazione su un libro di sua sorella.

Un immenso cielo grigio-nero, gli alberi piegati esageratamente da un forte vento e due figure stravolte e seminude che nascondevano il volto voltando le spalle a un giardino.

Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso Terrestre.

Rientrò a casa sola, silenziosa, istupidita.

Le tremavano le gambine e le bruciava là sotto.

Non disse nemmeno una parola.

Nessuno si accorse di nulla, eppure la bambina era stravolta, sconvolta, assente e stupefatta.

Le venne la febbre.

Il medico disse che era cistite.

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Inserito il:06/09/2015 11:51:57
Ultimo aggiornamento:25/09/2015 14:56:56
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