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Aggiornato al 17/02/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Commento di Peppino Perrotta al pezzo di Gianni Di Quattro: Olivetti. Dimenticare?

 

Pubblichiamo in una pagina separata questo commento per motivi di dimensione.

Altri commenti alla fine dell’articolo di Gianni Di Quattro.

 

Hai fatto un lavoro egregio dal quale ho imparato molte cose, anche perché quel lungo periodo di decadenza non l’ho vissuto avendo lasciato assai presto la Olivetti.

Quel che appare, al di sopra di tanti pur fondamentali dettagli, è che l’azienda, dopo la morte di Adriano, è stata costretta ad ammainare la bandiera di una gestione illuminata per issare quella di un capitalismo marcato Fiat che ha sempre curato molto più gli interessi del padrone che quelli dei dipendenti; è poi scivolata nelle mani di un finanziere portato, come tale, a fregarsene oltre che dei lavoratori anche della stessa azienda a beneficio delle sue speculazioni.

La tua è un’analisi storica di questi passaggi, nella quale evidenzi bene i momenti in cui qualcuno ha lodevolmente tentato di frenare o di invertire la rotta. Una doverosa ricostruzione che nessuno aveva mai fatto con tanta precisione, cognizione di causa e coinvolgimento emotivo.

La Olivetti, malgrado l’abbia lasciata tanto tempo fa, mi è rimasta nel cuore perché ad essa devo gran parte della mia formazione. Tanti personaggi che tu ricordi li ho solo sfiorati, ma, malgrado fossi allora appena trentenne, ho avuto rapporti assai significativi con tre di loro già molto importanti.

Il primo è Beltrami, di cui sono stato assistente per oltre un anno nel periodo nel quale era amministratore delegato dell’azienda nata dalla cessione della divisione elettronica agli americani. Ho avuto con lui contati stretti sempre in un quadro di una distanza gerarchica. Nei mesi in cui gli americani per valutarlo se lo erano portato negli Stati Uniti con la scusa di un corso di formazione che, se non ricordo male, durò tre mesi, ho fatto il suo agente segreto. Ci sentivamo di notte per via del fuso orario: io lo relazionavo sulle mosse di coloro che in sua assenza tentavano di scalzarlo, e lui mi faceva spesso strumento delle sue contromosse. Delle sue capacità aziendali ho grande stima, meno di quelle umane. Era nel fondo, malgrado facesse tutto per non farlo apparire, un militare a 360 gradi, con tutte le poche positività e le molte negatività che questa condizione comporta. Era inoltre stizzosamente vendicativo anche verso persone di un minimo livello aziendale che avessero fatto qualcosa che lui disapprovava; in nome di un concetto tedesco della disciplina, faceva loro pagare conti abnormi rispetto alle trasgressioni. Mi ha insegnato molto, anche a non essere, nei rapporti umani, come lui.

Un altro è Roberto Olivetti, con il quale ho avuto solo due incontri ma molto significativi. Negli accordi tra la General Electric e la Olivetti c’era l’impegno, da parte di quest’ultima, a non riassumere i dirigenti che erano stati ceduti in blocco con gli altri assett aziendali. Malgrado la mia giovanissima età, ero tra quelli. E per quanto dirigessi la sede di rappresentanza di Roma, mi trovavo male con i nuovi padroni. Andai da Piol, che era stato il mio capo e che era rimasto a Ivrea, per chiedergli di tornare a casa, lui mi mandò da Roberto Olivetti, a quel momento amministratore delegato. Incontrai una persona che trasudava signorilità. Mi propose di andare a Londra per una serie di corsi di marketing e di lingua, le spese sarebbero state sostenute dalla Olivetti con l’aggiunta di un bonus silente pari alla retribuzione netta che avevo allora. Sei mesi dopo il patto tra le due aziende sarebbe scaduto, e sarei stato assunto regolarmente. Riflettei sulla proposta, avevo già allora quattro figli, non ero in condizione di rischiare su una promessa verbale. Tornai di nuovo da lui per farglielo presente; non mi lasciò finire, prese un foglio e vergò di sua mano un impegno personale ad assumermi a mia sola richiesta. Nel consegnarmelo mi disse: “penso che posso fidarmi di lei. Questo foglio tranquillizza lei, ma potrebbe creare problemi a me. Lo tenga in un luogo sicuro e non ne parli con nessuno. Ben tornato in Olivetti”.

L’interesse aziendale a riportarmi a casa era del tutto marginale; il suo gesto è stato quindi solo un gesto umano. Si mosse, anche se i tempi erano già più bui, nella dimensione che era stata quella di suo padre. Era già malato di tumore e poco dopo morì. Mi dispiacque come fosse morto uno di casa.

La terza persona è Elserino Piol. Mi ha insegnato quasi tutto ciò che mi è servito per vivere bene nel mondo aziendale: pensare velocemente, dar retta prima di tutto al mio cervello, non aver paura di inventare, accettare il rischio, combattere le informalità, non porre limiti alla dedizione al progetto in cui si crede e pensare grande, perché a pensare piccolo si fa la stessa fatica. Non mi ha detto esplicitamente una parola su tutto questo, quello che sono riuscito a portare a casa di questi insegnamenti è derivato solo dallo stare dietro a lui. Non mi ha mai dato la confidenza che avrei voluto sia per il suo carattere schivo, che per una sorta, da parte mia, di metus reverentialis. È stato per me per molti anni il cavaliere senza macchia e senza paura del marketing con la M maiuscola.

Dopo decenni nei quali, forte dei suoi insegnamenti, ho potuto fare il guappo dentro enti assai più grandi di me, l’ho rincontrato. Era una persona diversa. Allo slancio ed alla spontaneità e al coraggio che ricordava la cavalleria polacca lanciata contro i carri armati, si era sostituita la furbizia e il calcolo del finanziere. Pensai che probabilmente l’incontro con De Benedetti ne avesse fatto un altro uomo. È stata una delusione, del tutto naturale, come quella che si prova quando si rincontra l’amore dei banchi di scuola appena diventata nonna. Il Piol prima maniera è comunque una grande icona che non ha subito scalfitture nella mia mente: un gigante.

 

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Inserito il:22/07/2017 16:06:45
Ultimo aggiornamento:02/01/2019 12:11:01
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