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Aggiornato al 18/10/2018
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Renato Guttuso (1911 – 1987) – Contadini al lavoro - 1951

L'età dell'oro: 3 - La terra ai contadini.


Lungo la strada di campagna che si muove a saliscendi appena fuori del raccordo anulare di Roma, e talvolta si contorce tra i campi, si incontrano, distanti più o meno un chilometro l’una dall’altra, delle residenze per lo più ben curate nelle recinzioni esterne e, per quello che si vede, negli spazi antistanti le costruzioni.

Sul cancello di una di esse ci attende un uomo di mezza età, titolare dell’officina che occupa tutto il piano terreno della sua abitazione. Siamo lì per parlare dei tempi di suo nonno.

“E’ arrivato qui da Greve in Chianti nel 1953 con moglie e sei figli, come assegnatario di un podere a seguito della riforma agraria; era riuscito a entrare in graduatoria perché aveva una famiglia numerosa ed era privo di reddito per causa della gelata degli ulivi. Gli altri, che con lui allora si sono installati da queste parti, erano più o meno nelle stesse condizioni”.

“Venivano tutti dalla Toscana?”.

“No, qui c’è un campionario dell’Italia: siciliani, veneti, abruzzesi e marchigiani. Ancora in quei pochi sopravvissuti della generazione di mio padre si può avvertire quanto è rimasto delle cadenze di origine”.

“Ma queste terre di chi erano prima?”.

“Del marchese Ferraioli. Era una tenuta di trecento ettari, una delle tante che aveva in centro Italia. Questa l’aveva lasciata a pascolo, cioè praticamente l’aveva abbandonata a se stessa”.

“Quanta terra ha avuto suo nonno?”.

“A lui, come agli altri, hanno assegnato dieci ettari; qui intorno, tra la via Giustiniana e il Cremera, si sono trasferite allora una ventina di famiglie. Mio padre mi raccontava che a nonno l’ente Maremma, che gestiva l’esproprio, aveva fatto firmare un contratto capestro”.

“Ma nel lotto assegnatogli c’era un’abitazione?”.

“Avevano costruito alla meno peggio dei casali, senza alcuna rifinitura e quasi senza fondamenta. Credo che ormai non ce ne sia più in piedi nessuno. Mio nonno arrivò su un camioncino di un amico con su un tavolo, un letto matrimoniale, qualche sedia e qualche materasso”.

“Come fece a resistere i primi tempi?”.

“L’assegnazione prevedeva, oltre al casale, una mucca e una bicicletta. Con qualche lira prestata dagli amici mise delle galline e dei conigli; andava lungo questa strada, allora appena tracciata e sterrata, a vendere polli uova e latte che avanzavano; pian piano poi mise altri animali, coltivò tre ettari a fieno e piantò l’uliveto; con le esigenze di allora una famiglia anche numerosa riusciva a campare bene in dieci ettari”.

“Quante di queste piccole aziende sono ancora in piedi?”.

“Praticamente nessuna. Le famiglie di origine erano numerose, i poderi si sono spezzettati. Già nella generazione di mio padre erano pochi i contadini rimasti. Oggi siamo quasi tutti artigiani, cioè falegnami, carrozzieri, idraulici e piastrellisti. Qualcuno ha preso altre strade: c’è un allevamento di cavalli e un club di scambisti. Intorno alle case, che sono ormai tante, e qualcuna anche di lusso, sono però rimasti gli ulivi e gli orti. Servono per non farci dimenticare da dove veniamo”.

Lasciando il nostro amico, ci viene la curiosità di parlare con gli eredi del marchese espropriato per sapere come l’aveva presa lui, la vittima, questa riforma. Arriviamo a quello che era allora il casino di campagna della tenuta, e che oggi ospita, affianco a dei pieds-à-terre assai discreti per benestanti, dei saloni per ricevimenti matrimoniali.

I nobili non ci sono, e il fattore, che gestisce i poche ettari rimasti, non ha memoria di un passato per lui troppo lontano.

Ci sembra evidente che non possiamo valutare tutta la riforma agraria dall’angolatura così stretta, seppure assai significativa, del nipote di un assegnatario. Chiediamo aiuto, quindi, a internet, grande memoria collettiva e grande vantaggio, uno dei pochi, della globalizzazione.

Il contratto che oltre sessanta anni fa l’ente Maremma ha sottoposto per la firma a quell’agricoltore toscano alla fame era effettivamente un diktat: un prezzo pari a 2/3 di quello che aveva ricevuto il marchese, pagabile in trenta anni col riservato dominio dell’ente fino al totale pagamento del debito; una condizione risolutiva da esercitare da parte dell’ente entro tre anni se avesse giudicato a suo insindacabile giudizio uno scorretto comportamento dell’assegnatario; indivisibilità del lotto anche per gli eredi che avrebbero dovuto continuare a fare gli agricoltori pena la perdita della proprietà; obbligo ad entrare in una cooperativa.

Quanto al marchese, anche lui non poteva non firmare, non certo per fame, ma perché la legge glielo imponeva; gli venivano tolti i 2/3 della proprietà e gli si imponeva di apportare nella metà della parte rimasta gli ammodernamenti suggeriti dall’ente. Dopo tre anni anche questa parte sarebbe diventata proprietà dell’ente.

Letta così sembra un decreto giacobino, c’è però da considerare che sia la parte espropriata in prima istanza, che l’ulteriore lotto venivano pagati a prezzo di mercato, considerando anche il costo degli ammodernamenti. Gli si faceva, insomma, l’occhietto per dirgli che con quei soldi si sarebbe potuto aggiustare anche la parte che gli restava. Era una bella occasione per far soldi, sbarazzandosi di terre spesso improduttive, per concentrarsi in un’agricoltura più moderna nel rimanente.

Seguendo questa logica, solo per la parte gestita dall’ente Maremma nell’Italia centrale, si espropriarono 200.000 ettari creando più di 10.000 poderi. Considerata così, la legge appare un capolavoro di equilibrio che riusciva da un lato ad aiutare gli agricoltori poveri a ricostruirsi una vita, e dall’altro a mettere soldi in tasca ai latifondisti per non far boicottare la riforma.

A stare alla realtà raccontataci dal nostro amico, l’obiettivo di sostituire il latifondo inefficiente con delle cooperative moderne, raggiunto certamente altrove, qui a due passi dal Tevere non è stato centrato; questo fallimento ha però generato una nuova valenza sociale, famiglie molto più ricche di quelle di origine che hanno imparato a dare al paese, che stava diventando da agricolo a industriale, un valido supporto.

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Inserito il:11/03/2016 09:31:12
Ultimo aggiornamento:25/03/2016 18:14:47
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