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Aggiornato al 17/12/2018
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Karl Friedrich Schinkel (1781 – 1841) – Trieste e il suo porto

L'età dell'oro: 4 - Trieste torna all’Italia.

 

I ritardatari che hanno allungato il passo nel timore di trovare i cancelli chiusi, con la conseguente ramanzina del preside, tirano un sospiro di sollievo nel vedere che i compagni sono ancora tutti fuori. Forse non c’è scuola, si fa sciopero. Perché? Per Trieste.

I più sanno che Trieste e la zona circostante è occupata ancora dagli alleati che si sono messi in mezzo tra noi e gli jugoslavi, ma la cosa non turba i loro sonni.

Siamo al liceo Giulio Cesare a Roma, lontano fisicamente e psicologicamente dal problema. La guerra qui è finita nove anni fa; questi giovani di quindici, sedici, diciassette anni sono preoccupati di un quattro in latino e molto di più di essere innamorati di una compagna o un compagno che non corrisponde.

Mentre la folla dei ragazzi chiacchiera a capannelli occupando per metà la strada, nel cortile dell’istituto, nel quale campeggia, a coronamento di un’architettura maschia tipica del passato regime, la statua di Giulio Cesare, si svolgono le trattative tra il preside e un gruppo di professori da un lato e gli esponenti del Movimento Sociale dall’altro. Questi ultimi pretendono che i giovani bigino la scuola per recarsi in corteo, confluendo con quelli di altre scuole, al Parlamento e reclamare un intervento militare per liberare non solo Trieste, ma l’italianissima Istria e se si può anche la Dalmazia, che sono sotto il giogo di Tito.

È una trattativa pro forma perché il corpo insegnante, o almeno la gran parte di esso, è stato forgiato con la stessa propaganda del regime cui si richiamano i loro nostalgici facinorosi interlocutori. Il via libera, per una causa così nobile, è presto ottenuto e il gruppetto dei vincitori sale sul camioncino col quale sono arrivati su cui sventola una bandiera tricolore.

Quello che sembra il capo si rivolge ai giovani attraverso un megafono; parole forti sulle sofferenze cui sono sottoposti i nostri connazionali e sulla necessità di scuotere il torpore degli anglo-americani andando noi a combattere per riprenderci ciò che è nostro. Parole che scuotono l’ignoranza e l’abulia di quei ragazzini; un passante di mezza età, fermato ad ascoltare, si rivolge a un gruppetto di loro e sembra infervorarsi: “Voi non sapete cos’è la guerra. State facendo questo casino e poi a farci ammazzare mandano noi”.

Il corteo si muove dietro la vettura che strombazza l’inno di Mameli, ma alla fine del viale c’è uno sbarramento: quattro camionette piene di celerini. Stavolta la trattativa fallisce; il commissario intima lo scioglimento, i patrioti si rifiutano e partono le camionette che fanno carosello tra i ragazzi, mentre i poliziotti menano colpi di manganello non guardando in faccia nessuno. I giovani si spargono per le vie circostanti, tutti col fiatone e qualcuno con un bitorzolo; è un prezzo un po’ caro per aver evitato l’interrogazione di matematica.

Ci vorrà un anno per far rimpatriare i diecimila inglesi e americani e far tornare, come era giusto, Trieste all’Italia. La Dalmazia è rimasta, com’era anche giusto, ai dalmati e l’Istria agli slavi, anche se lì ci sono rimasti parecchi italiani, ma anche questo è giusto, pur se ci dispiace, perché siamo stati noi, anzi i nostri genitori, a scatenare con l’assurda storia del Mare Nostrum la violenza e l’odio etnico.

Per fortuna la guerra che invocavano quei signori sul camioncino non è scoppiata e i militari si sono limitati al solo tintinnio di sciabole al momento del reinserimento della città nei confini dello stato: il 5 ottobre 1954, alle 5,20, sono entrati in Trieste i bersaglieri, alle 7 i carabinieri e la 132° brigata Ariete, alle 11, con più comodo, hanno sorvolato la città gli aerei dell’aerobrigata Treviso e alle 11,30 è entrato in porto l’incrociatore Duca degli Abruzzi scortato dai caccia Grecale, Granatiere e Artigliere. Alle 12 infine hanno fatto ingresso i fanti dell’82° Torino, accolti da un gran battimano di popolo.

Il giorno dopo tutti sono tornati a pensare ad altro, anche i militari.
 

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Inserito il:16/03/2016 11:09:46
Ultimo aggiornamento:01/04/2016 12:23:30
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