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Aggiornato al 16/12/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Alberto Burri – (1915-1995) – Red Plastic, Guggenheim Museum, 1961, Plastic (PVC), acrylic

 

L’età dell’oro: 7 - Un sogno di plastica.

 

Verso la fine degli anni cinquanta il popolo italiano emigrava dal sud al nord, dall’agricoltura all’industria e dalla povertà all’odore del benessere; fu investito da un’ondata di prodotti per la casa, l’abbigliamento e lo svago a costi bassissimi o addirittura marginali rispetto a quelli fino al momento sul mercato: stoviglie, recipienti e utensili per la casa, mobili, giocattoli, vestiti e finanche piccoli natanti diventarono improvvisamente alla portata di ogni borsa, e si moltiplicarono nella vita di tutti.

Fu merito di una nuova industria, la petrolchimica, che riusciva a sostituire il legno, il ferro, la gomma, la bakelite ma anche la seta e il cotone lavorando un materiale di scarto, la virginafta, derivato del petrolio che in quegli anni si estraeva in quantità sempre crescenti.

Il fenomeno naturalmente era mondiale, ma allora l’Italia correva più di tutti e così plastica e fibre sintetiche invasero il paese più che altrove.

L’operazione era portata avanti non solo dall’industria di stato, attraverso l’Anic del gruppo Eni, ma anche dai privati; alcuni blasonati come la Montedison che riuniva la vecchia Edison con la Montecatini, leader della chimica fine e della farmaceutica, oltre a imprenditori rampanti e assai discutibili come Rovelli, patron della Sir, e Ursini della Liquilchimica. Personaggi questi che interesseranno in futuro le cronache giudiziarie.

Per tutti gli anni ’60 si costruirono stabilimenti di produzione sempre più grandi perché la domanda di un popolo, che riempiva la propria casa e la propria vita di oggetti di plastica, era inesauribile.

Questo regno del Bengodi, sia per gli industriali che per i consumatori, fu bruscamente interrotto agli inizi del nuovo decennio, quando la crisi petrolifera fece schizzare il greggio a prezzi tali da far tornare concorrenziali le materie prime originali, e togliendo i prodotti dalla portata delle masse. Fu un disastro non solo per gli industriali, ma per le banche che avevano prestato loro i soldi per realizzare i mega stabilimenti ancora in corso di realizzazione, la cui costruzione fu gioco forza bloccata.

La Montedison, solida com’era nel business tradizionale, resse il colpo, mentre Rovelli e Ursini andarono a gambe all’aria. Dopo un periodo di contenzioso, la cosa finì all’italiana, addossando cioè le perdite a pantalone: per evitare che il disastro coinvolgesse i finanziatori, si inventò una nuova azienda dell’Eni, la Enoxy, con la foglia di fico di una join-venture con l’americana Occidental, che rilevò le aziende fallite con un piano di rilancio che rimase naturalmente sulla carta.

Quella della plastica non è quindi una storia esaltante, anche perché i derivati del petrolio rispetto alle materie prime tradizionali hanno il difetto non banale di non essere biodegradabili. Nell’età dell’oro essi ebbero però il merito di far sentire ricchi anche gli italiani poveri.

Vi ricordate dell’industria di stato?

Se domandassimo oggi a un ragazzo quello che sa di Finsider, Stet, Sme, Società Autostrade, Finmare o Finsiel o Cnen, non saprebbe di cosa stiamo parlando; se lo chiedessimo a un signore di mezza età risponderebbe che si trattava di carrozzoni pubblici, per fortuna ora spariti, in mano ai partiti e fonte di corruzione e sperpero del danaro pubblico.

Bisogna esser vecchi per ricordare cosa sono state le aziende di stato negli anni ‘50/60 e ciò che hanno fatto perché oggi noi potessimo pensare a quel periodo come all’età dell’oro.

Lo stato imprenditore allora si estendeva anche oltre le strutture oggi scomparse, ma quel che resta, come l’Eni, la Finmeccanica o la Rai, appare nella complicata negatività della realtà attuale come un simulacro. Quasi un colosseo o un pantheon nella babele della Roma odierna: ancora più o meno in piedi, ma capaci solo ormai di far immaginare la vitalità di allora delle tante costruzioni ridotte a blocchi di tufo sparsi nel terreno.

Quel che è stato definito “miracolo economico”, cioè la rapidissima evoluzione di un paese, per gran parte ancora agricolo, nella quinta o sesta potenza industriale nel mondo, lo si deve sì alla concomitante presenza di molti imprenditori “doc”, ma altrettanto se non di più alla lungimiranza di un ceto politico che ha puntato sul rafforzamento dell’industria di stato.

L’Italia del dopoguerra mancava di fonti di energia, di industrie di base e di infrastrutture di comunicazione e di trasmissione; nessun imprenditore privato, per quanto illuminato, investe in mancanza di un chiaro piano di rientro in tempi accettabili. Solo lo stato industriale poteva affrontare progetti destinati certamente a portare grandi benefici alla comunità, ma difficilmente definibili dal punto di vista finanziario se non in decenni, e soggetti quindi alle aleatorietà insite in tempi così lunghi.

Quella scelta politica, protetta dalla tranquillità che ci dava l’ombrello americano, fu figlia della parte migliore del mondo democristiano di allora e del sostanziale consenso delle teste più sagge della controparte comunista.

Una scelta che ha avuto tanti figli: la grande rete di comunicazione stradale, la modernizzazione delle strutture portuali e aeroportuali, una efficiente flotta aerea e di navi mercantili, nonché la capillarizzazione e l’automatizzazione delle telecomunicazioni.

Quella scelta ha consentito inoltre di affrontare, attraverso l’Eni e il Cnen, con grande respiro il problema delle fonti energetiche e di impostare con criteri di avanguardia una delle più essenziali industrie di base, quella siderurgica.

I motivi per i quali l’industria atomica è stata cancellata, i cantieri navali non più concorrenziali vengono chiusi, l’Alitalia vive le crisi che sappiamo, le autostrade da fonte di sviluppo del paese sono diventate fonte di reddito per imprenditori privati, le telecomunicazioni sono state oggetto di speculazioni al limite del lecito e la siderurgia alimenta più la cronaca nera che lo sviluppo del paese, sono da ricercare non solo nel ciclone della globalizzazione ma anche nel mal tempo politico che si è installato in Italia.

La miseria dei tempi di oggi non può però cancellare ciò che è stata l’industria di stato nell’età dell’oro.

 

Inserito il:25/03/2016 07:52:25
Ultimo aggiornamento:02/01/2019 12:36:51
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