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Aggiornato al 09/04/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Futurando.

04/09/2013


Il futuro, dunque.

Ovvero: la storia complicata di un sostantivo tanto utilizzato quanto temuto.
Temuto dai “conservatori”, da coloro i quali – seduti sulle glorie del passato – tutto anelano tranne il cambiamento e pertanto sognano domani il più possibile identici agli ieri.
Ma c’è un problema: adesso, il cambiamento è imprescindibile. Parlo di noi, di questo Paese.
E quindi, il futuro.

Futuro come rivisitazione dello status.
Facile chiederlo alla politica: qui il gap tra “as is” e “to be” appare in tutta la sua maestosità.
Ma non è soltanto la politica, a dover riprogettare il suo futuro.
Abbiamo bisogno di un’industria che torni a fare industria, che sia capace di considerare la finanza come mezzo e non come fine. Soldi che servono per produrre beni e servizi, non soldi che servono per produrre (o perdere) soldi.

Servono anche nuove capacità di immaginare modelli di business “diversi dal solito”, perché niente è più come prima già da un pezzo ma non tutti se ne sono accorti. E non soltanto sui mercati di massa: anche il caro vecchio B2B, quello che da ragazzi studiavamo come “marketing industriale”, si regge su regole nuove e va verso un futuro fatto di ulteriori enormi mutazioni.

Serve anche un profondo ripensamento dell’Information Technology, la quale deve uscire una volta per sempre dalla sua autoreferenzialità. “Sto nel business dell’informatica” deve diventare un’espressione obsoleta, e lo dico pensando soprattutto ai tanti, tantissimi startupper che si affacciano al business immaginandosi futuri Zuckerberg o Brin ma non riuscendo sempre a capire che – esattamente come la finanza – l’informatica è un mezzo e non un fine, e che Facebook e Google sono tutto tranne che due aziende di ICT.

Serve, e qui vengo al mondo a me più familiare, una Pubblica Amministrazione messa finalmente di fronte alla richiesta di una resa incondizionata: non possiamo più permetterci una “macchina” costosa e divoratrice di risorse in gran parte utilizzate per l’autoperpetuazione. Un esempio su tutti: 30 dei circa 116 miliardi che spendiamo ogni anno per la sanità servono per il funzionamento amministrativo delle ASL e degli ospedali pubblici. Numeri che non si giustificano, che non hanno senso.

Ed è qui che si ricongiunge il discorso con le ICT: la semplificazione amministrativa, la sburocratizzazione, passano attraverso una reale (e “totale”) digitalizzazione della PA.
“Digital by default”, come dicono quelli che parlano forbito.

Da almeno tredici anni (iniziò Franco Bassanini tra il 1999 e il 2000 con i fondi per l’e-government accantonati con una parte dei proventi dell’asta UMTS, ricordate?) ci stiamo provando. Ma è una finta.
Digitalizzazione significa trasparenza, significa misurazione in tempo quasi reale delle performances: e questo ai cosiddetti “burontosauri” piace poco. Farsi disintermediare da un portale e/o da un PC significa perdere pezzetti di potere. E questo è il futuro che preoccupa chi ha seri motivi per preoccuparsene.
Anche in questo caso, cerchiamo il bicchiere mezzo pieno e lo troviamo nelle ormai quotidiane osservazioni che ci arrivano da Bruxelles: la ricreazione è finita, l’alternativa è andare a casa come successo in Grecia.

Insomma, che dire: le cose che servono sono tante, e chissà se davvero i tempi sono maturi.
Una cosa, però, è certa: se non ci proviamo, non lo sapremo mai.

Perché il futuro è così. Non è determinato né determinabile, fortunatamente assoggettato al principio di Heisenberg: siamo noi, che lo costruiamo e lo plasmiamo istante dopo istante.

L’alternativa è da bollare come ignavia, ma non sono sicuro che i nostri figli si meritino anche questo schiaffo dopo tutti quelli che abbiamo già più o meno involontariamente dato loro.

 

Inserito il:25/11/2014 11:33:41
Ultimo aggiornamento:03/12/2014 21:05:03
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