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Aggiornato al 17/02/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Charles Thévenin - La presa della Bastiglia - 1793

 

Nel Futuro (dell’Italia e dell’Europa).

 

Parto da un assunto, pronto a fornire a chi non fosse convinto della sua solidità ampi elementi di riscontro: il mondo nel quale stiamo vivendo è caratterizzato da una crisi della portata di quella che travolse oltre due secoli fa le monarchie assolute. Quando ci sono troppe nuvole all’orizzonte bisogna ipotizzare che, così come è stato in passato, si avvicina un temporale del peso della rivoluzione francese.

Quando oggi leggiamo la cronaca di quel grande evento, abbiamo a fianco l’analisi storica che è stata fatta a posteriori dai professionisti, e siamo quindi in grado di dare il giusto peso, spesso minimale, ai mille eventi e nomi che si sono affollati in uno spazio temporale assai ristretto. Prendiamo per esempio il racconto che se ne fa su internet in Wikipedia evidenziando quali siano state le correnti politiche e i comprimari che hanno tenuto la scena in quel soffio di tempo che va dalla Bastiglia al terrore. Di quei tanti nomi solo pochi sono passati al setaccio della storia con la S maiuscola; degli altri che apparivano allora protagonisti, divisi tra realisti vandeani cordiglieri montagnardi foglianti girondini giacobini e uomini della palude, cioè Hulin Bailly Perigot Babeuffe Desmolines Monge Tondù Calariere Brissot Verginaud, per prenderne a caso solo alcuni, pochi di noi ricordano qualcosa.

Questa rapida occhiata a Wikipedia ci ricorda che individuare tra gli eventi e gli uomini del momento quelli che passeranno il setaccio storico è praticamente impossibile perché il futuro sarà quello che sarà, dopo essere passato per infiniti bivi. È quindi solo un gioco quello che si può fare, cioè infilarsi nel sentiero del futuro per valutare sulla base degli elementi attuali qual è la direzione che più probabilmente la storia prenderà. Per quanto attenti si possa essere, il futuro sarà probabilmente assai diverso perché esso porta con sé, oltre agli sviluppi logici, anche elementi inimmaginabili di novità. Il gioco è però stimolante perché aiuta a sollevarsi di qualche spanna al di sopra di ciò che accade nel presente per tentare di distinguere il grano dalla pula. Prima di farlo, questo gioco, proviamo a sintetizzare gli elementi di coesione e di disgregazione dei due organi che ci interessano.

L’Italia, rimasta divisa per 1500 anni, ha una coesione fragile quanto i suoi miseri 150 anni; credo che si possa convenire che lo sforzo prima dei Savoia, poi del fascismo e infine democristiano di fare del nord e del sud qualcosa di coeso non abbia dato i risultati sperati.
Oggi la Lombardia è tenuta insieme alla Sicilia da strutture nominalmente omogenee, ma quanto a pratiche comportamentali ed efficienza profondamente diseguali. Vero è che le infrastrutture, da quelle tecnologiche a quelle burocratiche e dell’ordine pubblico, formano un tessuto non semplice da sciogliere, ma non dobbiamo dimenticare che esse, tenendo insieme pezzi disomogenei, sono assai fragili. Un trauma che indebolisca ulteriormente, come sta succedendo, la forza del governo centrale, potrebbe essere fatale.
C’è inoltre da considerare che molti segnali della politica portano a una confrontazione tra nord e sud, mentre l’elemento di coesione che è stato quello dell’interesse degli investitori all’unità d’Italia si va affievolendo man mano che il tessuto industriale, con la dislocazione delle fabbriche nei paesi emergenti, non è più quello di un decennio fa.

Passando all’Europa, non bisogna dimenticare da dove essa viene. L’hanno inventata i romani che l’hanno tenuta insieme più o meno per cinque secoli con la forza delle loro legioni e delle loro leggi.
Costantino poi l’ha data in gestione ai preti, che si sono dati da fare per conservarne l’unità mettendo il bollo di sacro e di romano sulla struttura che doveva garantirne un’unità basata sulla combine di due paure: quella dei re e quella dell’inferno.
E l’hanno fatto prendendo le distanze dal cristianesimo orientale. Essa è stata poi unita all’epoca di Carlo V e per brevi e travagliatissimi periodi in quella di Napoleone e di Hitler. Tanti momenti di unione, vissuti assai spesso nel sangue e durati finchè la struttura egemone ha avuto la forza di fare da collante. Malgrado, o forse proprio a causa di queste coesioni forzate i tedeschi sono rimasti sempre tedeschi, i francesi francesi, gli spagnoli spagnoli, e i napoletani napoletani.

L’unione europea che stiamo vivendo è la prima che tenta di nascere per la volontà comune di strutture nazionali e democratiche, che cercano di fondersi con la dovuta calma e senza spargimento di sangue. Si è visto presto che ci voleva qualcuno che facesse da motore al compiersi di questo processo, e che costui non poteva essere uno dei membri che sarebbe stato un nuovo dittatore.
Si è affidato allora questo compito alla finanza, che ha assunto le sembianze dell’euro e lo si è fatto dimenticando che gli strozzini non sono meno prepotenti di Napoleone o di Hitler. E così questa bella idea, di personaggi mitici quali Spinelli, De Gasperi, Schumann, Monnet, Spaak e Adenauer si sta intorcinando su sé stessa.
A complicare ulteriormente le cose è venuta l’idea, propugnata da chi aveva interesse ad annacquare il brodo, di allargare l’unione oltre misura ad altri soggetti, così che le strutture che collegano italiani francesi e tedeschi sono assai più fragili, ed è tutto dire, di quelle che tengono insieme lombardi napoletani e siciliani.
Guardando quindi con occhio storico il tentativo attuale, esso appare uno dei tanti a rischio di estinzione per la fragilità del motore trainante che, come è accaduto a tanti strozzini che hanno esagerato, potrebbe fare una brutta fine.
Fatta una panoramica sulla fragilità delle strutture in questione, eccoci di fronte al bivio a chiederci che probabilità ci siano che esse resistano o che l’una o l’altra o entrambe crollino sotto l’attacco del moto rivoluzionario.

Partiamo a guardare quella più a rischio, cioè l’Europa di Maastricht.
I gendarmi della finanza che la guida nei paesi in rivolta sono le banche, che sembrano però oggi fragili come erano gli svizzeri a difesa di Versailles. Le vedo proprio male se i rivoltosi riusciranno a sfondare i cancelli e a metter su un governo che le nazionalizzi. Per non arrivare a essere travolta la finanza dovrebbe cambiare pelle: far respirare i debitori, concedere altro credito a questi spendaccioni meridionali sperando in un loro futuro più roseo generato non da un improbabile cambiamento della loro indole, ma dalla forza della fantasia e dell’inventiva che caratterizza i latini.

Sarà capace la finanza, che è soprattutto quella tedesca, di imboccare questa strada o sceglierà di abbandonare al suo destino il debitore insolvente che non può costringere con la forza a pagare? Sarebbe una scelta non nuova, alla quale talvolta sono costretti gli strozzini e che potrebbe segnare la fine dell’Europa di Maastricht.
A me appare assai probabile che, pur leccandosi le ferite, i tedeschi finiscano col decidere di spostare affari e capitali nel mondo emergente dei cinesi e degli indiani pur cercando di attenuare il trauma con il papocchio dell’euro a due velocità; ma magari mi sbaglio, il futuro ci darà la sorpresa di un nuovo Adenauer che accetterà la sfida.

Quanto all’Italia, il discorso mi sembra legato alla speranza assai tenue che questo popolo, che preferisce affogare piuttosto che pagare le tasse, possa generare un governo forte abbastanza per affrontare i venti rivoluzionari: il governicchio del momento sarà quindi travolto.

Il gioco ci porta quindi a ipotizzare che né l’Italia, né tanto meno l’Europa abbiano basi abbastanza solide per assorbire l’urto rivoluzionario.
Viene quindi da chiedere all’astrologo che succederà di conseguenza. Ma nel futuro un po’ più lontano c’è una gran nebbia.
Nella foschia italiana si agitano ombre sinistre. Ho letto da qualche parte che qualcuno ha virgolettato frasi inneggianti alla distruzione dei partiti, all’occupazione del parlamento da parte del popolo che tutto intero dovrà seguire il suo leader. Lo ha fatto lasciando intendere che fosse un passo delle esternazioni di Grillo, per rivelare in seguito che si trattava di un discorso di Hitler alla vigilia della sua presa di potere per via elettorale, uno di quelli che faceva urlando e riempendo di improperi gli avversari.
Proprio come fa il nostro comico. Se tanto mi da tanto, speriamo che lo spirito santo, che estromesso dal conclave è disponibile per altre attività, ci aiuti facendo sì che gli italiani, come sempre è stato, prendano, anche in questo caso, le cose assai meno sul serio di quanto non facciano i tedeschi.

Altre ombre aleggiano sull’Europa, ormai spaccata, nella quale la Germania dovrebbe un’altra volta cercare il suo futuro conquistando la Russia, mentre noi latini dovremmo fare comunella con un nord Africa nel quale la primavera tarda a venire e l’integralismo schiaccia la ragione.
Sono ombre cinesi, perché c’entreranno anche i Cinesi che tra un po’ ci arriveranno fino in camera da letto, ma sono ombre più confuse di quelle che seguivamo da bambini sui muri.
Ma siamo ormai in un tempo in cui anche l’astrologo sarà crepato.

Prima pubblicazione su Nel Futuro: 27/08/2013

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Inserito il:02/11/2014 21:00:23
Ultimo aggiornamento:06/02/2019 21:57:10
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