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Aggiornato al 19/02/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Jacob Lawrence (Atlantic City, 1917-2000) – Street to Mbari – Nigeria 1964

 

I migranti visti da dentro

di Peppino Perrotta

 

Voglio dire qualcosa anche io sui migranti, non certo con la pretesa di aggiungere alcunché sul piano teorico a quanto le televisioni e i giornali ci propinano, ed a quanto puntualizzato nella meticolosa e dettagliata relazione di Achille De Tommaso pubblicata giorni fa sul blog.

Voglio dare, ed in sintesi, come contributo, il frutto di una mia laboriosa esperienza personale. Costretto a Roma in questo fine agosto afoso, ho deciso di impegnarmi intervistando i sempre più numerosi mendicanti di colore che col cappello in mano sostano davanti agli esercizi pubblici più frequentati: bar, farmacie, supermercati. Negli ultimi mesi sono cresciuti progressivamente di numero ed ora nelle vie intorno a casa mia a Roma, ai Parioli, ce ne sono una quindicina. Neri che più neri non si può. Ne ho contattati cinque, facendo le cose sul serio, quasi fossi un giornalista. Interviste lunghe, talvolta più di un’ora, con l’obiettivo di sapere chi erano a casa loro, perché sono partiti, quali tappe hanno fatto, quanti soldi hanno speso, i tempi e le vicissitudini della loro odissea, da quanto tempo sono a Roma, cosa fanno e dove dormono.

E’ stato difficile parlare con loro, perché pur sapendo tutti le parole essenziali di un inglese sgrammaticato, si esprimono con una fonetica gutturale che le rende di primo acchito incomprensibili. Non è questa la sede per tradurre i miei copiosi appunti in singoli drammatici racconti. Cerco solo di darvi una sintesi di ciò che ho appreso.

Premetto che quattro delle persone intervistate sono nigeriane, e uno del Gambia, tutti tra venti e ventisei anni. Due sono a Roma da più di cinque anni, una da un anno e mezzo e due sono arrivate da quindici giorni. Le motivazioni della spinta ad emigrare sono da ricercarsi per tre di loro più che nella estrema povertà, che pure c’era, alla quale però erano atavicamente abituati, nella assenza di ogni speranza di cambiamento. Loro guardano all’Europa (che noi rappresentiamo con le pubblicità televisive, che in un modo e nell’altro arrivano anche lì come un paese del bengodi) come i nostri avi meridionali, o veneti, guardavano all’America. Altri due, quelli provenienti dal nord della Nigeria, sono scappati per evitare di essere uccisi nelle faide tribali che si consumano nei territori interessati al fenomeno boko haram.

Il racconto della loro odissea per ciò che riguarda il primo tratto di viaggio, dal luogo di origine ai confini meridionali del Sahara, è pressoché lo stesso, pur riguardando tempi e tragitti diversi. Il viaggio si svolge in brevi tratte, cambiando ogni volta vettore. Nei posti di tappa esistono parcheggi nei quali sostano, con il loro camion o autobus, piccoli imprenditori dei trasporti. I migranti, che si muovono in gruppi di una cinquantina di persone, scesi dal primo camion che il proprietario guidatore riporta a casa, cercano il più conveniente nuovo mezzo per fare un altro pezzo di strada. Ogni tratta costa più o meno l’equivalente di venti euro. Quella nella quale si passa il confine tra Nigeria e Niger costa molto di più perché essendo tutti privi di passaporti, o comunque di visto, il guidatore deve pagare le guardie di confine. Sembrerebbe tutto abbastanza facile, se non ci fosse di mezzo la polizia di questi paesi. Molto spesso i poliziotti approfittano dei momenti di sosta per arrestare tutti, e rilasciarli solo dopo aver ricevuto un riscatto per ciascun prigioniero, di un valore variabile tra i cinquanta e i cento euro. Uno dei miei intervistati è stato arrestato in questo tratto pre-Sahara tre volte, un altro due, e gli altri tre una volta sola.

Il problema che tutti hanno è quello della gestione dei soldi. Partono con pochi spicci, e lasciano il gruzzolo a casa, in mano a persona fidata. Se lo portassero addosso, finirebbe subito in mano al primo che li ferma. Da casa, su loro richiesta, arrivano bonifici per i loro fabbisogni e per i riscatti. Questi racconti confermano che fino ai bordi del Sahara non c’è, come qualcuno pensa, una strategia dell’anonima trafficanti, che spinge gli ingenui a intraprendere un viaggio che si rivelerà disastroso. Non esiste l’anonima trafficanti, ci sono, del tutto scollegati tra loro, piccoli mondi di vettori borderline e piccoli mondi di poliziotti sicuramente malpagati che campano di estorsioni.

Anche la traversata del Sahara nigeriano e poi libico ha presentato difficoltà comuni nei tempi diversi nei quali l’hanno effettuata i miei cinque amici.

Nel Sahara entrano in gioco altri attori, sempre scollegati tra loro, ed anche con quelli che abbiamo descritto prima. Sono i banditi, che catturano i migranti, li portano chissà dove e tendono ad estorcere a ognuno il massimo che può dare. Per costringere quei poveretti a far tirar fuori tutto il possibile dagli amici e dai parenti, ogni tanto uccidono davanti a tutti qualcuno dal quale non hanno ancora ricevuto il bonifico. Nessuno dei miei intervistati ha incontrato per fortuna i banditi, ma essi sono stati naturalmente il loro incubo nelle tremende settimane della traversata del Sahara. Non si può procedere, proprio per l’esistenza di questo pericolo, nei tracciati diretti attraverso i quali si arriverebbe, tribù di frontiera permettendo, alla città libica di Sahba cioè fuori dalle dune, in un paio di giorni. Bisogna trovare percorsi alternativi, assai più lunghi e disagiati, attraverso i quali si viene fuori dal deserto dopo due o tre settimane. Non si può neanche procedere su un bus o su un camion, ma si viaggia su una station wagon guidata da un arabo che appare all’esterno l’unico passeggero. Sdraiati sotto ai sedili e nel portabagagli si stipano non più di cinque o sei migranti. Naturalmente il viaggio costa caro, l’equivalente di mille euro. Si soffre molto la sete, in una gara mortale contro il tempo. Uno dei miei intervistati dice che due dei suoi compagni sono morti disidratati. Ci si deve fidare dell’arabo al volante, che non sia proprio lui a portare tutti direttamente ai banditi. A questo provvede un compatriota che vive a Agadez prima del deserto, che è amico di un amico, e conosce gli arabi giusti.

L’esperienza libica è stata invece diversa per chi l’ha vissuta cinque o sei anni fa da quella subita in tempi più recenti dagli altri.

Negli anni nei quali si consumava la fine di Gheddafi nessuno badava troppo ai migranti, si arrivava quindi presto al mare. Una volta a Tripoli si bonificavano mille euro a un nigeriano, noto già alla partenza, che aveva i collegamenti giusti con tanti scafisti arabi. Si saliva su un vecchio peschereccio o un gommone in grado di fare la traversata e con il mare calmo in un giorno o poco più si arrivava a Lampedusa. Se si fanno i conti di dei tempi e dei costi di queste odissee di cinque o sei anni fa parliamo di un paio di mesi e di tremila, tremilacinquecento euro. Una somma importante per un nigeriano povero, accumulata in chissà quanti mesi e chissà come.

Per quelli arrivati più tardi, e soprattutto i due che sono a Roma da due settimane, la Libia è stata assai più pesante. Sono finiti in un giro perverso di carceri. Il trattamento che hanno subito può così descriversi: una volta arrestati, si è minacciati, dal poliziotto cattivo, di rimpatrio. Che nella fattispecie significa esser portati dentro container infuocati dal sole ai confini col Niger, in pieno deserto e lì lasciati a morire. Si presenta poi un poliziotto buono, che si presta a trasferirli in una prigione più umana dalla quale non si viene espatriati, una prigione che gestisce lui privatamente. Presto diventa cattivo anche lui, e minaccia il ritorno alle carceri pubbliche se non arrivano i soldi. Se e quando i soldi sono abbastanza, li mette in contatto con qualcuno che dopo due o tre tentativi andati a vuoto e anticipi persi, gli trova un posto a cavalcioni a bordo di un gommone. Uno dei miei intervistati ha passato così tre mesi, un altro sei, e un altro undici. Tutti e tre raccontano, oltre le angherie e le torture, anche il profondo disprezzo che hanno tutti gli arabi per le persone di pelle nera.

Il viaggio fino alle navi di soccorso sul gommone, che loro chiamano lamplamp, è stato faticosissimo per due di loro e terribile per il terzo. Il suo lamp lamp si è ribaltato e dei quaranta che erano a bordo solo cinque si sono salvati. Il racconto della loro vita in Italia ricalca quanto sappiamo dalle cronache e i dibattiti.

Quel che impressiona è che i due che vivono da noi da più di un lustro non hanno mai lavorato, sono totalmente fuori controllo dal nostro sistema di accoglienza, dormono in quattro o in cinque sotto un tetto in periferia, e vivono di elemosina, perché ti dicono subito che non trovano lavoro. Quando li metti di fronte al fatto che se si dessero da fare qualcosa di occasionale troverebbero, ammettono che accattonando si è più liberi e si porta a casa di più dei trenta o quaranta euro che si possono rimediare sgobbando. Gli altri tre, quelli qui da meno tempo, dormono sui marciapiedi della stazione tiburtina, per terra. Quello che è qui da più di un anno, dopo aver avuto assistenza dalla Caritas, non ho capito perché, ne ha perso il diritto. Hanno addosso panni unti e bisunti, ma dal fetore che emanano si capisce che sotto sono più sporchi dei loro vestiti. Devo dire che dopo aver superato il disagio iniziale di trovarsi a contatto ravvicinato in macchina con individui così ridotti, nel colloquio ho recuperato l’umanità che avevo perduta nell’ascoltare e trattare l’argomento in punta di forchetta come succede a tutti noi. Mi sono infatti trovato accanto esseri umani come me, che dopo aver subito un calvario, sono ridotti in uno stato pietoso. Mi sento solo più fortunato per esser nato ottanta anni e non venti anni fa, in Italia e non in Nigeria. Chi mi stava accanto piangeva, si accalorava, faceva il furbo, inventava qualcosa, ma certo era ora disperato quasi come lo era stato in Nigeria prima di sottoporsi a questa odissea.

Prima di chiudere questa nota, vorrei fare due considerazioni. Una è rivolta, oltre che ai politici che sostengono che i migranti vanno aiutati a casa loro, a quanti sostengono che basterebbe incrementare investimenti europei che stanno già dando i loro benefici effetti in Africa per placare il fenomeno. Io credo che noi Europei possiamo fare assai poco per l’Africa, anche se magicamente decidessimo tutti uniti di trasformarci in grandi finanziatori di un piano Marshall per il continente nero. Per duecento anni l’Africa l’abbiamo sfruttata da soli, prima direttamente poi attraverso malandrini locali che ci consentissero a scapito degli africani di succhiare ancora le loro risorse. Oggi le cose stanno assai peggio.

Abbiamo due compagni di sfruttamento, ben più potenti di noi: gli americani e i cinesi, che malauguratamente non vengono toccati da questa bolla migratoria che lo sfruttamento ha generato. Essa fa addirittura loro comodo perché mettono in difficoltà un concorrente che una volta unito potrebbe diventare potente. I cinesi, che fanno una politica di lungo termine, stanno comprando larghe estensioni di territorio fertile che sottraggono ai locali, mandano a sfruttare la terra lavoratori dalla madrepatria, che valgono molto di più della manodopera locale. Stanno facendo, per assicurarsi il fabbisogno alimentare di una società in espansione, nella loro mega dimensione, quello che abbiamo tentato di fare noi tanti anni fa. I neri, scacciati, si ammassano in megalopoli ingovernabili, nelle quali una natalità fuori controllo fa esplodere la crescita demografica. I duecento milioni di nigeriani saranno quattrocento più o meno tra trent’anni; i giovani più intraprendenti scappano da questa realtà.

Ma quale piano Marshall potremmo noi fare contro gli interessi cinesi e americani? Il fenomeno non può essere governato da nessuno, sul piano strategico, e prenderà la strada che la storia deciderà di fargli prendere. Sul piano tattico, ci stiamo mettendo una pezza calda, vergognosa quanto si vuole, ma l’unica praticabile per non finire a sparargli addosso quando tentano di sbarcare sulle spiagge. Riusciamo a chiudere i confini e a mandare indietro il maggior numero possibile di persone. Ma indietro dove? In hotspot gestiti da arabi che odiano i neri.

L’altra considerazione riguarda quelli che sono già venuti, e che continueranno in misura ridotta a venire. Vagano oggi per il paese centinaia di migliaia di giovani, intraprendenti tanto da aver voluto correre l’avventura, e forti tanto da averla superata. Una parte si gira i pollici, o gioca a pallone in qualche ghetto più o meno comodo in attesa di chissà che, e un’altra parte accattona in giro. Pochi si integrano, pochi imparano l’italiano, pochi lavorano.

Gli unici che fanno qualcosa sono i preti che riescono però a gestire solo una piccola parte del problema. Le autorità pubbliche, che i preti stessi da sempre hanno cercato di distruggere nell’intento di avere loro il monopolio dell’assistenza, fanno acqua da tutte le parti.

E’ possibile che il nostro paese di eroi, santi e navigatori non riesca ad esprimere un gruppo dirigente capace di inserire nel tessuto produttivo queste energie anziché spingerle prima o poi, a una prevedibile ribellione? Lo stato dell’arte è tale da farci dire che è possibile.

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Inserito il:01/09/2017 12:21:30
Ultimo aggiornamento:02/01/2019 12:08:20
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