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Aggiornato al 16/01/2019

Brandon Hebb (North Carolina, Contemporary) – Washington D.C. under Moonlight

 

Il senso del dovere dei generali

di Francesco Lacapra

 

Mentre disastri ecologici si succedono, come nei giorni scorsi è avvenuto in Texas con l’uragano Harvey, e mentre il dittatore Nordcoreano va sempre più provocando il resto del mondo con i suoi test missilistici e nucleari, l’amministrazione di Trump continua a tentare di districarsi fra discorsi provocatori e tweet assurdi, dimissioni, licenziamenti, indiscrezioni e approfondimenti delle indagini sulle collusioni russe e vicende e personaggi connessi.

Il quadro complessivo è decisamente demoralizzante per qualsiasi individuo dotato di un minimo di razionalità. La paura che reazioni folli di un narcisista impreparato e ignorante possano destabilizzare l’America e il mondo aumenta.

Dubito che le indagini dell’investigatore speciale Mueller porteranno a provare senza dubbio alcuno che ci siano state vere collusioni, anche se i corteggiamenti da entrambe le parti e alcune delle azioni adottate di conseguenza non sembrano affatto neutre. È più probabile che si scoprano connivenze economiche sconfinanti nel riciclo di denaro sporco e prestiti illeciti probabilmente a carico di figure collaterali, che consentiranno a Trump di sfoderare la “plausible deniability”.

In tutto questo confuso panorama ci si domanda come ci sia ancora un minimo di funzionalità alla Casa Bianca. La verità è che uno dei punti di forza di Trump è nel fatto che può contare sulla resilienza, professionalità e amore di patria di tre generali:

  • Kelly: Chief of Staff della Casa Bianca, autore dei repulisti più recenti, ma in una posizione in cui non può e non vuole “insegnare le buone maniere” a un recalcitrante e inadeguato personaggio, adatto al massimo ai reality show.
  • Mattis: ministro della difesa.
  • McMaster: National Security Advisor.

Costoro, esibiscono un’autodisciplina e una capacità di modificare a piccoli passi le imperiose direttive dell’adolescente settantunenne, per riportarle nell’alveo di una quasi ragionevolezza.

In molti si domandano chi glielo faccia fare a ingoiare quotidianamente rospi, a beneficio di un insulso personaggio che si copre di un titolo che non è in grado di esercitare. Giornalisti pongono loro queste domande. In un’intervista recentissima a Mattis, Aaron Blake, del Washington Post ha domandato[1]:

“Sembra che tutte le volte che il presidente dice cose che fanno infuriare metà del paese, ci sia l’aspettativa che voi generali (lei, Kelly, McMaster) possiate dare le dimissioni. Perché continuate a lavorare in questa amministrazione? Ci avete mai pensato?”

Mattis ha risposto:

“Se un presidente degli Stati Uniti mi chiede di far qualcosa, io obbedisco. Non è questione di vecchia scuola di pensiero. A me non interessa che la richiesta venga da un repubblicano o un democratico: noi tutti abbiamo il dovere di servire. Tutto qui.

E così uno fa quello che deve. La prima volta che ho incontrato il presidente Trump, nei miei primi 40 minuti con lui eravamo subito in completo disaccordo su tre cose: la NATO, la tortura e qualcosa d’altro. Ma lui mi ha richiesto ugualmente di lavorare per lui. Non è un uomo immune dall’essere persuaso, se pensa che tu abbia qualche ragione solida. Perciò bisogna continuare ad insistere…”

Trovo questo enormemente interessante. Indubbiamente i tre generali lo fanno per estremo senso del dovere e perché pensano che alla fine abbandonare il vecchio adolescente a se stesso potrebbe solo portare catastrofi.

Ammiro questi individui che, sapendo benissimo con chi hanno a che fare e quanto questo personaggio sia impopolare ed essendo perfettamente coscienti che la loro presenza in questa amministrazione non comporterà per loro vantaggi personali, sono tuttavia disposti a continuare a lavorare duro per togliere idee balzane dalla testa dell’imprevedibile soggetto e a tentare di arginare i danni.

Non ho mai avuto dubbi sul fatto che il governo di una nazione debba essere gestito da civili, piuttosto che da militari. In questo caso, però forse solo questi generosi militari con larghe spalle, coscienza solida e senso del dovere possono forse riuscire ad attraversare questo difficile guado. In più di una situazione hanno enfatizzato che la diplomazia viene sempre prima e che, solo nell’impossibilità di portarla a termine, la via armata diviene perseguibile.

Da queste parti si dice: “Se sei un martello, vedi tutto come un chiodo”. Questi illuminati e colti generali sono pur sempre generali. Auguriamoci che non prevalgano mai “deviazioni professionali”.

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Inserito il:04/09/2017 14:34:59
Ultimo aggiornamento:04/09/2017 14:45:26
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