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Aggiornato al 16/08/2018
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LeRoy Neiman - (1921 – 2012) - Via Veneto

 

L’età dell’oro.

 

 

Una, forse la più straordinaria delle meraviglie di questo complicatissimo insieme di cose chiamato universo, nel quale un improbabile demiurgo ci ha messo a nostra insaputa a galleggiare, è che ognuna delle innumerevoli entità che lo costituiscono risulta talmente marginale da essere insignificante per la funzionalità del sistema ed al tempo stesso talmente complessa da farci perdere nei grovigli dei suoi meccanismi.

Si può dire così di ogni uomo, animale o pianta, di ogni pianeta, stella o galassia, ma anche di ogni cellula, enzima, neurone o atomo.

Uno scontro di pattuglie che ha visto l’esplodere di forti sentimenti di violenza, paura o pietà e che può aver segnato la vita dei partecipanti è insignificante rispetto all’intera battaglia, che può essere marginale nell’ambito di una guerra, che è solo un episodio della storia di un popolo che spesso si perde in quella dell’umanità, a sua volta un piccolo tassello dell’esistenza del pianeta, atomo lui nell’universo.

Bisogna aver coscienza di questo se si decide di parlare del mondo nel quale si è vissuti, banale anello nell’infinita catena dei secoli, e al tempo stesso nostra eternità.

Scrivere, per chi ha abbandonato semmai abbia avuto ambizioni di successi letterari, è qualcosa più vicino a un atto onanistico che non ad una copula. Certo si pensa anche al piacere che il tuo pensiero possa incontrare qualcuno che lo apprezzi, ma sostanzialmente si gode per qualcosa che con una non bella espressione potrebbe definirsi “parlarsi addosso”.

Con questo stato d’animo mi accingo ad affrontare quel periodo storico che è andato dalla fine della seconda guerra mondiale a prima di Mani Pulite, un atomo nella storia dell’umanità e tanto ancor di meno in quella del pianeta, ma qualcosa di assai complesso e importante per il nostro paese e, se mi è consentito, per me che l’ho vissuto.

Sono stato io, come tantissimi altri, un minuscolo registratore dei suoni usciti da quegli eventi; non so a quanti sia venuto in mente di risentire quella musica. Io da parte mia ho deciso di riascoltarla.

Se si cercano le storture, le ingiustizie, le grassazioni e i mancati obiettivi in quegli anni, se ne trovano a bizzeffe. Guardandoli però incastonati tra i cinquanta anni che li hanno preceduti e i quaranta che alla data li hanno seguiti, appaiono come l’età dell’oro. Dietro ci sono infatti due guerre devastanti intervallate da vent’anni di fascismo, e davanti la perdita di ogni ritegno da parte dei politici, la rottura degli argini che contenevano il fiume della corruzione, Craxi, Berlusconi, e da ultimo Renzi: l’avvelenamento cioè dei principi democratici attraverso il populismo, brodo di coltura della dittatura.

Che è successo invece negli anni in questione?

Alla ricostruzione del paese hanno partecipato tutti, perché le donne hanno visto finalmente riconosciuta una sostanziale parità sociale, e i lavoratori i diritti di pensiero, associazione e protesta fino a quel momento negati. È stato perché i padroni, preti o capitalisti che fossero, si sono messi paura dell’incombente minaccia comunista? Forse sì, ma anche perché alla guida dei due schieramenti opposti, quello democristiano e quello del Pci, oltre ai settari dell’una e dell’altra specie, ci sono stati uomini di valore guidati dal senso del bene comune che si sono saldati in una tacita intesa per cercare di migliorare il paese. I principi cui costoro si ispiravano, quelli di una più equa distribuzione della ricchezza e della costruzione di un forte stato sociale, sono stati travolti dal fallimento della prospettiva socialista e dalla globalizzazione.

Non c’è dubbio che l’Italia di oggi sia assai peggiore non solo di quella che negli anni 80 si ipotizzava sarebbe diventata, ma anche di quella che è stata a quel tempo. Come raccontare quest’età dell’oro? Ci sono due modi per farlo. Se immaginiamo di rappresentare un evento con dei filmati, possiamo mandare una folta troupe di operatori dotati di tempo e strumenti per coglierne e riprodurne ogni aspetto, o possiamo affidarci a un fotografo che, usando una semplice macchina da presa, provi da dilettante e sbrigativamente ad immortalare qualche volto o qualche scorcio che aiuti ad arrivare lo stesso ad una sintesi.

Io non ho i mezzi, le competenze e il tempo di uno storico, non mi resta quindi che fare il fotografo, o meglio di mettere un altoparlante non alle elaborazioni personali su ciò che è accaduto, che inquinerebbero i suoni, ma la sola musica così come allora l’ho registrata.

 
 

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Greg Olsen (1958 - Idaho US) – 4 giugno 1944, Liberazione di Roma


Siamo partiti da qui.

Alla luce fioca delle poche lampade il lato opposto dell’androne si vede a malapena, mentre il rumore sordo degli aerei si sostituisce sempre di più al chiacchiericcio dei bambini che tacciono via via percependo il pericolo non con la ragione, ma con l’istinto degli animali.

Il boato delle prime bombe che provocano l’inferno a due o tre chilometri di distanza scatena il panico nel rifugio; sono le preghiere ad alta voce di una maestra e le urla di un’altra a tramutare il silenzio degli scolari in lamenti e pianti corali. Non valgono le parole di rassicurazione delle poche che non hanno perso il controllo dei nervi, fin quando non cessano gli scoppi e il tuono delle fortezze volanti non si allontana fino a perdersi.

La scuola elementare si chiama “Enrico Corradini”, un intellettuale fascista guerrafondaio morto per fortuna qualche anno fa; sono gli ultimi giorni di scuola, le lezioni a ottobre non ricominceranno perché l’edificio ospiterà l’ospedale militare per i feriti che arrivano prima dal fronte di Cassino, poi da quello di Anzio. Ragazzi sofferenti e malridotti che a giugno non potranno tutti scappare via sui camion, quando i tedeschi in fretta e furia lasceranno la città in mano agli alleati. I meno fortunati, si fa per dire, dovranno imboccare la via Cassia in bicicletta, su qualche carretto o peggio a piedi, con un braccio al collo o la testa bendata, sotto lo sguardo ostile dei romani incapaci ormai di esprimere un minimo di compassione per loro; non possono dimenticare l’incubo dei programmi di morte, delle retate, e le fosse ardeatine.

Mentre loro se ne vanno, arrivano dall’altro lato della città, su una lunga teoria di camion intervallati da carri armati, altri ragazzi. I romani sono tutti per loro; applaudono, gridano, agitano tricolori ai quali è stato tagliato via lo stemma sabaudo. Essi rispondono con uno sguardo stanco e pensieroso di chi teme di dover presto affrontare la morte chissà ancora quante altre volte. Solo alcuni, lusingati da tanta accoglienza, ricambiano lanciando sulla folla sigarette o stick di life savers sulle quali gli eredi dei quiriti si lanciano con tanta foga da rischiare, per quelle elemosine, anche lo scontro fisico.

Chi non è andato ad applaudire, manifesta altrove la fine di un incubo; una famiglia ebrea che ha vissuto sotto falso nome, si inginocchia a pregare davanti alla porta di casa, mentre una vecchia signora inglese agita una Union Jack che ha sferruzzato a uncinetto per il lunghissimo periodo nel quale è rimasta nascosta.

Roma volta pagina, presto arriverà di nuovo il pane bianco e il companatico sotto forma di scatole di meat and vegetables; e con loro le a.m.lire; così tante e consegnate tanto in fretta da arrivare ai soldati ancora in rotoli da tagliare sul posto alla bisogna. Le lire stampate nel tempo dalla zecca e conservate finora con tanta cura dai romani avranno all’improvviso lo stesso valore, quello della carta straccia.

Ma Roma dimenticherà presto, come ha dimenticato Alarico, il sacco dei Lanzichenecchi, e Pio IX.

(segue)
 

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Inserito il:07/03/2016 10:51:09
Ultimo aggiornamento:25/03/2016 18:08:07
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