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Aggiornato al 17/02/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Giovanni Paolo Pannini (1691-1765) – Veduta di Roma da Monte Mario nel sud-est

 

Passeggiate romane (Decima puntata).

 

continua da Nona puntata
 

I miei quartieri

 

Nel confronto con Stendhal, all’ombra del quale mi ostino spudoratamente a muovermi, ho il vantaggio di poter spaziare dentro il perimetro di una città assai più vasta di quella dentro la quale il francese fantasticava. Oltre la cerchia e i rioni che hanno racchiuso per molti secoli i resti della capitale dell’impero, ci sono ora numerosi quartieri frutto dell’urbanizzazione prima piemontese, poi fascista ed infine repubblicana, delle campagne e delle ville papaline poste a nord est.

All’interno di questo nuovo brulicare di vita urbana ci si imbatte talvolta in ruderi millenari, spaesati fra l’edilizia moderna, come avviene con la Sella del diavolo nel nomentano, e con il tempio di Minerva medica imprigionato fra i binari della stazione Termini, per citare due dei tanti. Si tratta però di incidenti di percorso perché camminare in questa nuova Roma eccita riflessioni diverse da quelle archeologiche, a meno che non si voglia annoverare tra queste anche i ricordi  di gioventù. Io infatti, contrariamente a Stendhal, e questo è un altro mio bel vantaggio, a Roma ho tanto da ricordare, qualcosa di sbiadito come è naturale se mi riferisco all’infanzia, ma del tutto vivo quello dell’età che gli inglesi con una sintesi linguistica di cui noi stessi difettiamo indicano come teenage.

Questi ricordi, passeggiando, si mescolano alle riflessioni sul sociale o alla semplice degustazione del bello, e spesso prevalgono su di loro. Il sovrapporsi di stati d’animo si fa serrato quando, mi accade spesso, costringo il camminare entro il mio quartiere personale, come mi sento di definire i luoghi che mi hanno ospitato da giovane. È una zona nella quale, in quegli anni, hanno trovato posto la mia casa, quella dei miei compagni e dei miei amori, tanto intensi quanto acerbi, oltre che le mie scuole, i luoghi degli svaghi, delle paure e delle gioie, e che comprende parte dei quartieri Italia-Trieste-Salario.

Piazza Bologna, via Livorno, via XXI Aprile, via di santa Costanza, corso Trieste, via Salaria, viale della Regina, viale Ippocrate, viale delle Province: questi i confini della mia piccola patria del dopoguerra, che quando ho iniziato a lavorare ho chiuso in un sacco che non ho più riaperto finché non ho smesso di agitarmi altrove, più o meno cinquanta anni dopo.

Quando ora percorro quelle vie, vengono fuori dal sacco come fotografie dimenticate in un cassetto volti ed episodi del passato, che si mescolano al gusto di approfondire la genesi di quelle strade e a quello di collocarvi dentro, saltando all’indietro nel tempo spesso a casaccio, reminiscenze storiche. Quando queste fanno agio sui ricordi di gioventù e sul resto, mi trovo immerso in un bivacco di soldati accampati la notte tra il 19 e il 20 settembre in attesa di dover attaccare le mura aureliane difese dagli zuavi. Sono una parte di quei 50.000 ragazzi richiamati alle armi per liberare Roma dal dominio temporale di Pio IX. Occupano, senza troppi complimenti, i bellissimi giardini di villa Patrizi, un gioiello di architettura neoclassica che fronteggia Porta Pia.

La villa ha le ore contate, perché all’alba l’artiglieria piemontese non andrà per il sottile e parecchie delle palle destinate ad aprire la breccia nelle mura finiranno col devastarne i saloni, al punto che, tornata la quiete, si deciderà di raderla del tutto al suolo per costruirvi al suo posto il palazzone delle Ferrovie dello Stato, assai meno affascinante. Gli stati maggiori dei due eserciti contrapposti si sono più o meno tacitamente accordati di non fare troppo sul serio: dopo una breve resistenza, le truppe papaline si dovranno ritirare in vaticano e trattare la resa. Al papa interessa dimostrare di aver ceduto solo alla violenza e a Cadorna di aver rispettato la nuova capitale. Non ci si può rassegnare alla follia di chi dirige le azioni di guerra, anche quando sono studiate per essere pro forma; sarebbe stato proprio necessario visto che l’esito era scontato, devastare quel gioiello architettonico e soprattutto proprio indispensabile immolare 50 di questi ragazzi che dormono con la testa appoggiata sullo zaino e storpiarne altri 180?

Purtroppo gli strateghi non sanno commuoversi al dolore morale che lascia una sola morte e a quello materiale spesso insopportabile che comporta una sola ferita. Questo cinismo riguarda i comandanti di ogni guerra, così come la paura accomuna tutti i giovani che sono forzati a fronteggiare un nemico ignoto con un fucile in mano. Mentre i bersaglieri di Cadorna posso solo immaginarli, certo meno baldanzosi di quello formato gigante che hanno messo sul piedistallo di Porta Pia, i tedeschi dei primi di giugno del ’44 addirittura li ricordo lasciare bendati, zoppicanti e impauriti su mezzi di fortuna la mia scuola, trasformata da loro in ospedale.

Chissà se qualcuno era tra quelli che 10 mesi prima mi avevano fatto tanta paura accanto alle loro mitragliatrici, agghindati com’erano con strisce di proiettili e con quelle bombe a mano che sotto il nome ingannevole di “ballerine” cercavano di nascondere lo strazio che erano chiamate a provocare. Erano lì, proprio dove 10 mesi più tardi, applaudivo in una folla di grandi che mi sovrastava le colonne interminabili di altri ragazzi, americani questa volta, che arrivavano a liberare i romani da un incubo. Gli yankees non li ho visti soffrire, ma ho visto in compenso tante croci bianche allineate a perdita d’occhio sotto le quali assai probabilmente giace per sempre qualcuno di loro. 

Mentre cammino cerco di non pensare più ai soldati perché non posso non associare alla divisa il dolore e la morte che strilla più forte delle fanfare chiamate ad esorcizzarla, e mi torna in mente la mia scuola elementare. Prima che i tedeschi venissero a curarvisi, mi insegnava l’abc una maestra il cui volto non riesco a ricordare mentre espleta le sue funzioni in aula, ma che vedo solo piangente nel rifugio antiaereo, incapace di trattenersi malgrado la sua disperazione facesse esplodere quella di tutti noi bambini. La cantina era quasi buia, a dispetto che una luce fioca tentasse di illuminarla. La ricordo insieme al rombo cupo degli aerei che aumentava via via di intensità insieme al crescendo pauroso degli scoppi delle bombe. Mi è rimasto tutto dentro quel pianto misto a quel frastuono, che riemerge ogni volta che passo davanti a quell’edificio.

Su di esso oggi campeggia il nome dei fratelli Bandiera, due illusi che come Pisacane pagarono con la morte la speranza di poter trasmettere facilmente agli altri il proprio amore per la libertà. Io l’avrei intitolata a Pinocchio, perché mi sembra fuori luogo il loro nome come esempio di vita a bambini delle elementari; è però un’indicazione assai migliore di quella inventata dagli educatori fascisti della mia infanzia: la scuola infatti si chiamava allora Enrico Corradini, un teorico del regime, senatore del regno non meno biasimabile di quelli corrotti di oggi, il cui pensiero era che l’uomo è per natura portatore di competizione e quindi di violenza, e che fosse quindi opportuno scaricare questo istinto contro altri popoli, meglio se indifesi come quelli africani. Quanto a religione, teorizzava che il cristianesimo fosse da ripudiare per i suoi legami con l’ebraismo, ma che il cattolicesimo, versione purificata e romana della dottrina di Cristo, fosse invece valido.
 

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Carlo Ademollo – La breccia di Porta Pia – 1880 ca

 

Pare proprio che per quanto mi sforzi di fuggire dagli orrori del periodo della mia infanzia, la memoria vi resti ancorata. Per fortuna in questo gioco di ricordi la realtà del quartiere di oggi scorre lentamente davanti ai miei occhi al ritmo dei miei passi, e un’immagine forte del presente prende il sopravvento. Mi trovo, vecchio come sono, davanti ad un’altra scuola, il Giulio Cesare, il mio liceo. È l’ora del termine delle lezioni, le frotte di ragazzi e ragazze che escono sono uno scoppio assai forte ma del tutto dissimile da quello terribile delle bombe di un tempo.

 

È un’esplosione di voglia di scherzare, richiamarsi e di gridare la propria vitalità repressa per qualche ora nelle aule. Ho la sensazione netta di essere tornato indietro di 60 anni, perché i volti, i richiami, i discorsi sono proprio gli stessi di allora; non c’è da meravigliarsi, 60 anni sono un battito di ciglia. Anche la statua di Giulio Cesare è sempre lì, a indicare ai giovani ciò che sarebbe bene diventassero: dei dittatori, capaci di andare ad ammazzare tribù indifese, prima di scardinare le istituzioni repubblicane.

Mi domando come mai a nessun urbanista sia venuto in mente che dopo la parentesi mussoliniana, sarebbe stato bene sostituire quella statua con quella di Gandhi, di Mandela, o forse meglio con quella di un buon padre di famiglia. La folla dei ragazzi fa presto a dileguarsi correndo verso casa, e il conquistatore delle Gallie resta solo a guardia di quel complesso squadrato, esempio dell’architettura priva di fronzoli che il regime fascista negli anni ’30, consolidato il suo potere, ha imposto in particolare negli edifici pubblici. Così come probabilmente succede ai liceali di oggi, io ai miei tempi avevo altro per la testa che riflettere sul bisticcio tra la rigorosa semplicità di quella costruzione e la ricercata complicanza delle case che la contornano. Fanno parte queste di quel gruppo di palazzi eccessivamente e magnificamente bislacchi conosciuti come “il quartiere Coppedè”. L’edificio che ospita il liceo, posteriore di una decina di anni rispetto ad essi, sembra messo lì ad imporre loro di piantarla con tutti quei fronzoli. Rappresenta la voce maschia di una società che, impegnata com’è dopo 2000 anni di lassismo a forgiare entro quelle mura i nuovi padroni del Mare Nostrum, richiama all’ordine i perditempo. Questo comando, ridicolo perché inquadrato nel progetto di imporre una nuova pax romana con delle legioni di carta pesta, fa riflettere però sulle eccessive sofisticazioni degli edifici Coppedè. 

Bisogna tornare a casa, consultare qualche libro di storia e soprattutto internet, e poi tornare a passeggiare per le strade intorno a via Tagliamento, piazza Quadrata e viale della Regina per collocare le costruzioni che ci passano via via davanti agli occhi nel contesto di ciò che è architettonicamente successo i primi decenni del secolo scorso. Il piano regolatore di allora tenne conto del fatto che c’era bisogno di un quartiere residenziale per la nuova borghesia che affluiva numerosa nella capitale. Una zona di villini piuttosto che di edilizia intensiva.

Fu scelta per la bisogna questa vasta area ad est delle mura aureliane, nella quale gli spazi di campagna tra le ville patrizie erano sufficientemente ampi. Quello che accadde in questi cantieri è la rappresentazione architettonica della libertà di pensiero che ha percorso l’Italia nel breve periodo laico che va da Porta Pia al concordato. Rotti gli schemi costruttivi della Roma papale, improntati al barocco e al neoclassico, la fantasia liberty degli architetti sembrò non avere limiti.

Fanno testo le costruzioni più significative quali il villino Berlingeri, quello dello scultore Ximenes, villa Durante e tante altre costruzioni minori. Finanche quelle meno pretenziose e più attente al risparmio accennano nella loro modestia a improvvisi richiami medioevali e rinascimentali, che si fondono in un guazzabuglio di stili. Gino Coppedè, chiamato a nobilitare il quartiere con alcuni edifici prestigiosi, ha dato a questo guazzabuglio la dignità di uno stile architettonico che nessuno ha più riprodotto, se non altro per l’enormità dei costi, ma che nessuno ha nemmeno osato alterare o addirittura distruggere. Il villino delle Fate, i palazzi degli Ambasciatori, il palazzo del Ragno, quelli di via Olona, di via Brenta e di via Ombrone, con i loro infiniti ghirigori, le loro sculture, i fregi d’oro e le facciate affrescate sono un cocktail che meraviglia, sconcerta fino a far gridare per l’inutile spreco, ma che alla fine incanta.

E se si riflette è proprio quel libero pensiero che incanta, quello che i fasci di combattimento e la curia, con un’alleanza che era logico che si producesse, ha messo presto in castigo. I pensieri che continuano a accompagnare il mio passeggiare nel quartiere evocano un passato prossimo che fa agio su quello remoto che sembra non esistere; sembra perché al contrario le ville e le vigne che fino ai primi del ‘900 si affacciavano qui, oltre le mura aureliane, hanno coperto per secoli niente meno che gli Horti sallustiani, cioè un’amplissima area nella quale la natura fu addomesticata per rendere piacevole la vita prima a Sallustio poi a una lunga teoria di imperatori. Una vegetazione leccata e abbellita da statue, ninfei, fontane e imponenti costruzioni destinate all’otium, che non era il far nulla ma ogni attività piacevole, fuori dal negotium che si svolgeva invece nei palazzi del Palatino.

Riemerge tutto questo quando a due passi dagli imponenti palazzi ministeriali di via XX Settembre, scendendo di 15 metri sotto l’attuale livello stradale, proprio in corrispondenza della Camera di Commercio, ci si trova di fronte ad una grande costruzione oggi disadorna ma che conserva i segni inconfondibili dell’antico splendore cancellato dai barbari che l’hanno depredata. Si può immaginare quanto fosse ricco il luogo da un particolare: nella sala centrale assai ampia e con un soffitto alto 7 o 8 metri, le pareti a metà altezza sono percorse da un balzo calpestabile. Il luogo era destinato ai banchetti e in quel rialzo stazionavano dei servi che gettavano petali sugli ospiti sdraiati sui triclini.

Il mio quartiere ha quindi più storia di quanto non possa sembrare a un passante che non immagina che dagli scavi necessari a tirar su le case di oggi siano venuti fuori non solo i resti di un insediamento preromano, ma tombe illustri e una gran quantità di sculture sparse oggi nei maggiori musei del mondo. Insomma Roma imperiale trabocca anche qui e incanta anche quando, trasferendoci in via Livenza, una strada che sembra insignificante con i suoi anonimi villini sotto i quali si immaginerebbe esserci solo del tufo mai violato, si finisce in un ipogeo ricco di dipinti e sculture intorno a una vasca lustrale di rara bellezza e dimensioni. Una misteriosa mistura di simboli pagani, cristiani e mitraici. Probabilmente una sorta di luogo aperto a ogni culto, frutto di quella tolleranza reciproca tra credenti che caratterizzava la Roma imperiale e che fu spazzata via dall’integralismo cristiano.

 

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Sylvester Shchedrin (1791-1830) - Veduta del Tevere a Roma con Castel Sant'Angelo 

 

Il Tevere

 

Appoggiato al parapetto di uno dei tanti ponti, penso che il fiume, così come la città che attraversa, non è mai lo stesso perché cambia attimo dopo attimo la sua acqua, come accade a ogni metro quadro della superficie di Roma. Per cogliere al meglio questo simbiotico movimentato rapporto non so se mi devo immedesimare nell’una oggettivando il Tevere, o calarmi nell’anima del fiume per radiografare la città, scannerizzandola ponte dopo ponte durante l’inesorabile e lento fluire della corrente. È troppo affascinante l’idea di impersonare il fiume, e che fiume, per non scegliere quest’ultima strada.

Ma che vuol dire identificarsi in un fiume storico? Sciogliersi nell’acqua di oggi o in quella che ha attraversato l’Urbe per oltre 2000 anni? Le infinite gocce che si sono via via presentate a nord provenienti dalla Sabina possono paragonarsi agli altri altrettanto incalcolabili pellegrini e turisti che sono passati di qua dal tempo di Romolo. Ciascuno di loro ne è uscito arricchito di storia e di arte. Per rimanere nella metafora, voglio credere che anche quest’acqua, che con ottimismo viene definita bionda, dopo aver passato i tanti ponti che oggi la sovrastano, si arricchisca anch’essa di quanto di straordinario Roma sa trasmettere.

Queste sono riflessioni nelle quali è bello cullarsi finché si resta appoggiati al parapetto; esse svaniscono quando si guarda il fiume nella sua realtà, ma il loro sapore resta in un angolo del cervello a ricordare che senza fantasia la realtà è sciapa. Un fiume nel traversare una città immagazzina, oltre che le immagini riflesse dei suoi palazzi e degli abitanti, anche la loro lordura della quale non si libera più fino alla foce. Per capire appieno il Tevere bisogna quindi andare a conoscere quell’acqua prima che perda la sua purezza fisica e perché no morale; il posto migliore per incontrarla è l’oasi naturale di Nazzano, una trentina di chilometri a nord della capitale.

Lì il fiume è padrone di sé stesso e non prigioniero degli uomini. Le nutrie e gli uccelli di ogni specie vi si muovono liberamente senza dover chiedere scusa dell’incomodo, come succede loro quando le acque entrano a Roma. Avendolo visto libero, si ha più rispetto del Tevere quando lo si guarda imprigionato tra i muraglioni, proprio come accade per gli sconfitti che abbiamo conosciuto in tempi per loro migliori.

La sudditanza del fiume a Roma, una volta che vi si immerge, è naturalmente antica quanto la città, ma il colloquio tra la padrona e il servo, ancora vivace fino a un secolo fa, si è interrotto oggi quasi del tutto. Per toccare con mano come fosse ancora accettabile questo dialogo, bisogna andare a scovare immagini antiche; fotografie vecchie più di un secolo come quelle del porto di Ripetta, oggi sepolto sotto i muraglioni più o meno all’altezza dell’Ara Pacis. Una costruzione neoclassica con la quale la città si avvicinava al fiume tramite una bellissima scalea che ricorda quella di Trinità dei Monti. Le immagini fotografiche la presentano ormai in abbandono perché il porto aveva praticamente cessato di essere uno dei polmoni di Roma già ai primi del secolo scorso. Le stampe vecchie di due secoli, però, lo immortalano in un brulicare di piccole imbarcazioni piene di botti di vino e di marinai che vi trafficano intorno, dando l’idea della contiguità del rapporto della città col fiume al quale, invece, sui marciapiedi trasandati che lo costeggiano, oggi si avvicina solo qualche barbone e qualche sportivo in vena di jogging.

Questo dialogo tra la città e il fiume non avveniva solo a Ripetta o nell’altro porto di Riva Grande; dovunque fosse possibile, i romani erano abituati a scendere verso l’alveo per le sponde degradanti e pescavano, si bagnavano o si trasferivano in barca da un luogo all’altro. I palazzi patrizi che affiancavano il fiume lungo quella via che oggi si chiama Lungara prevedevano un giardino e una spiaggia privata, o, per andare assai più indietro nella storia, come fece la turbolenta figlia di Augusto che aveva un faraonico pied-à-terre confinante con le acque del Tevere proprio dove oggi è la villa Farnesina.

Il rapporto tra il fiume e la città non è stato però sempre tranquillo perché ogni tanto, anzi ogni poco, questo servo si ribellava alla padrona. Le piene del Tevere, quelle che si ricordano come devastanti, sono una ventina, ma fin dalla fondazione della città quasi ogni inverno il fiume ha provato a ribellarsi. Roma, che si chiama così perché Rumon è il nome etrusco del Tevere, deve a una di queste ribellioni il suo fondatore, portato in una cesta dalle acque in piena sulla riva.  I romani, finché furono pochi, abitavano sui colli, ma quando lo sviluppo demografico li spinse a occupare Campo Marzio cominciarono i guai. I ripari posti a protezione delle rive non potevano trattenere le piene eccezionali ed anche in quelle meno invasive l’acqua penetrava all’interno attraverso le reti fognarie. 

I papi, arroccati in vaticano, abbandonarono poi per 1500 anni ogni tentativo di protezione lasciando il popolo in balia dei capricci del fiume. I problemi cominciavano a nord perché Ponte Milvio aveva ed ha delle arcate anguste cosicché il fiume in piena, che riceveva pochi chilometri prima l’Aniene, non riusciva a defluire bene e allagava quella che allora era soprattutto campagna.

I guai più grossi li procurava però nel centro di Roma ponte Sant’Angelo; lì infatti il fiume trovava le arcate quasi ostruite dai mulini sparsi lungo gli argini, che con la piena rompevano gli ancoraggi e andavano a incastrarsi sotto il ponte, facendo barriera a quanto fra alberi e bestie morte l’acqua  trasportava.

Tutto questo fa parte del passato perché i muraglioni piemontesi sono stati costruiti alti abbastanza per riparare anche dalle piene più gravi; ma la medaglia di questa sicurezza ha un rovescio. Lo si percepisce appena si imbocca una delle tante lunghe anguste e dissestate scalinate che portano giù dai lungotevere. Ci si trova, infatti, davanti all’habitat ideale per gli appassionati di solitudine capaci di accompagnare questo amore con l’indifferenza al lordume. Salvo qualche lodevole eccezione presente solo qua e là, le chiatte ancorate alla riva sono in stato di semi o totale abbandono.

Fa male sopra ogni altra cosa constatare il degrado in cui versano quelle destinate alle fermate del battello che avrebbe dovuto riconciliare i romani con il loro fiume: la loro palese inagibilità denuncia come l’iniziativa sia naufragata. A macchia di leopardo si trovano i segni delle paesane mostre commerciali con le quali, di tanto in tanto, si tenta malamente di portare la gente riluttante sul greto; mentre nei punti più periferici il selciato è difficilmente calpestabile per il limo stratificatosi nel tempo, quando il fiume deborda. È chiaro che lì non si pulisce da anni. Questo è il quadro, forse imbruttito dal rammarico.

Anche a Parigi si è dovuti ricorrere ai muraglioni, ma queste strutture non impediscono alla gente di svolgere ai bordi della Senna molte piacevoli attività. Per fare solo un esempio, proprio nei pressi dell’Hotel de la Ville si è creata Parisplage, un’ampia estensione di prati palme e sabbia che ospita coloro che vogliono prendere il sole. Anche a Londra l’approccio è profondamente diverso; lì le acque del Tamigi sono state depurate e si sono di nuovo ripopolate di salmoni, ed il fiume ospita una linea di trasporto in battelli che richiama sulle rive anche i turisti, per i quali è stata costruita una cabinovia che si muove lungo tutto il percorso delle acque e dalla quale si può ammirare la simbiosi del fiume con la città.

C’è da chiedersi perché Parigi e Londra, che sono nate come Roma per merito del loro fiume, non lo abbiano dimenticato come ha fatto invece la nostra capitale. Con chi dobbiamo prendercela? Un po’ con tutti.  Innanzi tutto col Tevere che quando si arrabbia sul serio ha una portata venti volte superiore a quella normale per cui i costruttori della sua prigione, che per il vero hanno peccato di mancanza di fantasia, sono stati costretti a pensarla molto profonda. La colpa maggiore è però di molti dei sindaci che in questi cento anni si sono passati il testimone, e che hanno fatto attenzione molto più al rapporto della città con la curia, che non a quello col fiume.

Questa colpa, è giusto ricordarcelo, ricade tutta sui romani che li hanno eletti.

(continua)

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Inserito il:29/12/2014 16:53:49
Ultimo aggiornamento:02/01/2019 13:43:01
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