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Aggiornato al 17/12/2018
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Antonio Vassilacchis (1556-1629) - Trionfo dell'Ordine dei Benedettini –Basilica di S. Pietro a Perugia

Passeggiate romane (Dodicesima puntata).

continua da Undicesima puntata


Alla ricerca del medioevo, del rinascimento

e del barocco romano. (seguito)


Mentre Gregorio VII mi sta finalmente uscendo dalla testa, tornano i benedettini che verso la fine del millennio avevano costruito intorno alla basilica e al loro monastero un grande borgo fortificato. Un potentato che possedeva o controllava vasti territori qua e là per l’Italia e che cumulava ricchezze tanto che quando si dovette, dopo l’incendio, demolire il campanile, si trovarono una gran quantità di monete tutte del X e XI secolo provenienti da 70 zecche diverse d’Europa. Questo fortilizio è stato un punto di riferimento fondamentale per Ildebrando quando doveva difendersi dai nobili romani collusi con l’imperatore, che poteva a sua volta avvalersi di altri benedettini, quella di Farfa, ricchissimi anche loro, che si erano attestati a piazza Navona proprio per controllare per suo conto le mosse del papa.

Ci vorrà la gran fatica del cardinale Ludovico Barbo quattro secoli dopo per rimettere in qualche modo, almeno formalmente, insieme i seguaci di san Benedetto che avevano preso la brutta strada oltre che di far cose assai diverse dal pregare e lavorare, anche quella di farsi la guerra tra loro.  Se si va appresso a Gregorio VII e ai suoi successori si rischia di andare oltre nella storia avendo capito ancora assai poco della Roma del medioevo.

Bisogna ripartire, come mi ero proposto, dalle basiliche e quando dico così non intendo esprimermi in modo figurato. Certo si può ragionare di ciò che succedeva anche in poltrona, davanti ai libri o a quella fonte inesauribile di informazioni che è Internet, ma non è la stessa cosa che pensare e soprattutto immaginare nei luoghi nei quali l’azione di quei papi si è sviluppata. San Giovanni, santa Croce in Gerusalemme, santa Maria Maggiore, prima ancora che san Pietro, per quanto oggi siano diverse da ciò che furono allora, trasmettono magicamente il loro passato a chi va lì con l’animo di cercarlo.

Un pellegrinaggio che comprenda questi luoghi, così come in occasione dell’anno santo aiuta i credenti ad avvicinarsi alle loro favole, è di grande supporto alla fantasia del turista laico che vuole entrare nella storia. Costui, anche il più attento, che non sia storico, non avendo gli strumenti culturali né mnemonici posseduti dallo studioso per assaporare nel dettaglio l’epoca che gli occhi spingono a rivivere, deve saper mettere insieme in una sintesi affrettata le nozioni che ha immagazzinato a scuola, con letture o chissà altro, con tutta la logica e la fantasia che gli è possibile.

Nell’amalgama del medioevo romano ci deve mettere, oltre che i papi e i dominatori venuti via via da lontano, spesso accavallandosi tra loro, in primo luogo il popolo. Quello dell’epoca non aveva nulla a che fare non solo con le motivazioni ma anche con i cromosomi dei quiriti che avevano fatto l’impero. Erano una sparuta derivazione di quella massa di azzeccagarbugli, faccendieri, gaudenti e soprattutto nullafacenti che campavano qui nel tardo impero di ludi e di elemosine imperiali.

Un cocktail eterogeneo di razze arrivate in due o tre secoli da tutto l’impero alla spicciolata in una Roma che si reggeva su eserciti mercenari. Gente che non solo non sapeva e non voleva combattere, ma nemmeno lavorare. I loro discendenti, decimati rispetto a quanti erano stati i loro avi, avevano abbandonato i colli per avvicinarsi il più possibile al fiume, quasi unica fonte idrica dopo che i barbari avevano tagliato gli acquedotti, e altrettanto unica energia necessaria per far girare i mulini;  il pane infatti ora bisognava farselo con il sudore della fronte. I muri maestri delle loro case erano i ruderi rimasti in piedi dei monumenti imperiali, rabberciati con ripari essenziali messi insieme con la malta ricavata dalla triturazione dei marmi, statue colonne o pannelli che fossero.

Vivevano il più vicino possibile agli animali che davano loro carne e latte perché scarse erano le difese da chi aveva scelto di vivere rubando. Il governo della città era infatti più formale che sostanziale e spesso in combutta con i grassatori, antenati di quei piccoli potentati urbani che si andarono costruendo nei secoli e che riempirono la città di enclavi fortificate e protette dalle torri. Esposti come erano all’incertezza del domani e delle malattie, non potevano che affidarsi al soprannaturale, impersonato dal papa, con una religiosità che sconfinava nella superstizione. 

Il potere papale, sorretto non solo da loro ma anche dai tantissimi altri disperati che versavano nelle stesse condizioni ben oltre i confini della città, poco aveva da opporre se non preghiere o anatemi agli invasori che avevano la forza delle armi.

La storia della città in questo periodo si identifica quasi con la storia del papato. Percorrendola si scopre che la vera grandezza politica della chiesa è stata quella di aver saputo, giocando appunto sull’appoggio dei miseri, restare in piedi come interlocutore dei potenti malgrado le enormi difficoltà. Si deve parlare di grandezza della chiesa e non dei singoli papi, gran parte dei quali meritano assai più biasimo che lodi, perché la struttura ha sempre magicamente saputo produrre a tempo e luogo qualcuno capace di raccogliere il testimone ridotto a brandelli, rigenerarlo e riaffermare il potere ecclesiastico su quello laico.

Con questi pensieri passo le mura aureliane attraverso porta san Giovanni prendendo in prestito gli occhi di uno dei tanti pellegrini che giungevano nell’alto medioevo dal sud e si mescolavano con i pastori che portavano le pecore per vendere il latte. Cerco di trovarmi davanti a quella che era allora la cattedrale, assai diversa da come si presenta oggi dopo i rifacimenti barocchi e neoclassici, ma anche allora imponente.

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Bernardo Bellotto (Canaletto) 1721-1780 - Piazza San Giovanni in Laterano e l'obelisco di Costantino

Non c’era intorno il traffico convulso di adesso, ma una miriade di piccoli e grandi ruderi, blocchi di tufo emergenti dal verde che aveva ricoperto il suolo un tempo lastricato. Erano i resti degli edifici e delle pertinenze della grande caserma dove alloggiavano i 2000 cavalieri mercenari che costituivano la guardia imperiale. Fecero l’errore di mettersi col contendente sbagliato nella battaglia di Ponte Milvio, così i loro quartieri furono abbattuti per dar spazio alla costruzione di un tempio degno della nuova religione.

Presto però il presente si impone, e allora tutto rispetta il copione dei grandi edifici di potere: il largo spazio che anticipa la facciata costringe il visitatore a cominciare a misurarsi con la sua pochezza che troverà conferma in un interno non solo anch’esso gigantesco, ma talmente addobbato di opere d’arte e tesori da fargli capire che ha a che fare con qualcosa che fa parte di un mondo superiore. Da laico impenitente non sto al gioco, e vado invece a cercare i nei. Il primo è un signore autorevole e imponente, ma discreto allo stesso tempo, che ferma all’ingresso i turisti e soprattutto le turiste, vestite in modo troppo sbrigativo, che non si attengono a quanto prescrive un cartello dove è spiegato che questa è proprio la più importante delle basiliche del papa, quindi non ci si può entrare con i calzoni corti e le braccia scoperte. Gli passo davanti e malgrado sia portatore di entrambi i peccati, non vengo fermato. Ahimè, gli anni passano, non sono più in grado di attirare lo sguardo né di donne né di uomini.

Un altro neo mi mette malinconia, la malinconia dei disattesi. Lungo la parete dell’abside di destra c’è una lunga teoria di stupendi confessionali, squisite opere di alto artigianato. Ognuno di essi è dedicato, come spiega l’indicazione, a confessioni in una particolare lingua: francese, tedesco, spagnolo, inglese. Dalle tendine scostate si intravede all’interno la presenza un po’ annoiata di un confessore in attesa di clienti. Vengo travolto da un’immagine blasfema, quella di certe signorine che nella via dell’amore di una città del nord attendono anch’esse. La chiesa, così come è quel quartiere, pullula di turisti ma nessuno compra.

Esco, perché non è giusto insultare, anche solo col pensiero, qualcosa anche se ci è estraneo e vado a cercare i ricordi nella piazza che si affaccia sul retro. L’obelisco che ha più di 3000 anni attira l’occhio e la fantasia. Dei tanti rubati agli eredi dei faraoni è il più grande ed è forse quello che ha la storia più affascinante. Costantino lo aveva fatto prelevare ed era pronto a spedirlo dall’Egitto per abbellire Costantinopoli, ma alla sua morte il figlio, più attento a Roma che all’oriente, decise di portarlo qua. Fece costruire una nave fuori misura che spinta da trecento rematori lo fece arrivare ad Ostia, da dove su uno zatterone trascinato sul Tevere da chissà quanti buoi, giunse all’attracco di via Marmolada. Lo misero a fare la spina al Circo Massimo.

Questo viaggio fa capire come ancora nel già tardo impero l’attenzione di chi comandava al panem et circenses fosse altissima. Negli anni bui finì per crollare spezzandosi in tre tronconi e per sparire ricoperto dal terriccio. Dovette attendere il 1500 per riemergere, essere rimesso insieme e innalzato qui dove è ora,  al posto di un altro dei simboli di Roma: la statua di Marc’Aurelio. Anche questo cimelio ha la sua storia curiosa.

Qui aveva probabilmente le sue proprietà Marco Aurelio e per questo, alla sua morte, vi fu posta la sua statua che oggi invece è al Campidoglio. I nuovi padroni cristiani non la squagliarono, come tante altre, nella frenesia di distruggere i simboli del paganesimo perché, visto il luogo, la presero per l’effige di Costantino. Sotto falso nome traversò così indenne i secoli, finché in un’età in cui si era meno integralisti, scoperto il bisticcio, dovette lasciar posto all’obelisco per essere però solo trasferito, e oltretutto in una posizione più che onorevole.

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Medaglia annuale del Comune di Roma – 1972 - Statua equestre di Marco Aurelio

A Roma è tanto facile quanto affascinante andare avanti e indietro rispetto al periodo nel quale ci si voleva calare. La scala santa mi riporta al medioevo perché i suoi gradini erano quelli che portavano alla cappella del trono papale nella residenza a fianco della basilica fino a che lì vissero i papi, prima di Avignone. L’antico patrarchio, così si chiamava l’edificio, non c’è più ed è sparito nel rifacimento tardo cinquecentesco che ha generato il palazzo lateranense. Non tutti i suoi resti potevano essere messi via per la valenza sacrale che avevano, così sono andati a formare quel guazzabuglio di leggende, superstizioni e balle fuori misura che è l’edificio della scala santa. 

Scappo da lì come, per usare una metafora che calza, fa il diavolo quando si accosta all’acqua santa, ma mi restano in testa quei gradini e soprattutto quei papi che si sedevano nella cappella alla quale essi ancora portano. Penso innanzi tutto a quelli che hanno avuto a che fare con gli ostrogoti, a Giovanni I che fu spedito da Teodorico a Costantinopoli  a cercare di convincere l’imperatore a non perseguitare gli ariani, e a Agapito che fece a forza lo stesso viaggio per ordine di Teodato e che andò lì a morire.  Anche Felice IV e Giovanni II furono dei fuscelli sballottati da Amalasunta e da Alarico nei contrasti prima e nella lotta poi tra goti e bizantini.

Teoricamente avrebbero dovuto tifare per gli imperatori d’oriente che professavano la stessa fede, ma gli ariani ce l’avevano in casa. E’ vero che era gente comprensiva ma finché faceva loro comodo, quando si arrabbiavano diventavano cattivi, come potrebbero testimoniare se potessero tornare dall’al di là Cassiodoro e Boezio. Quando i bizantini prevalsero e vennero direttamente in Italia a unire di nuovo, come loro dicevano, l’impero, le cose non cambiarono anzi peggiorarono. Il patriarca di Costantinopoli, trasferitosi ad Aquileia, si presentava, vicino com’era, quale collega assai scomodo per i papi, perché oltretutto era amico del padrone. Questi, niente po’ po’ di meno che Giustiniano, la sapeva lunga quanto a comandare ed entrava a piè pari nelle questioni dogmatiche. Richiamò papa Vigilio a Costantinopoli perché si convertisse al monofisismo, che per il clero romano era un’eresia.

Il monofisismo, tanto per capire su che cosa si accapigliavano i preti mentre si susseguivano guerre, pestilenze e carestie, era la convinzione che la natura divina e quella umana di Gesù si fossero fuse. I bizantini ne erano sicuri, i romani la consideravano una balla. In ogni caso, con le buone o con le cattive, Vigilio si convinse che gli orientali avevano ragione ed allora anche i papi che seguirono, Pelagio I, Giovanni III e Pelagio II, tutti eletti da Bisanzio, pensarono che fosse un nonsenso che le due nature di Gesù fossero rimaste separate.

Che dire di questi papi che sono succeduti al primo (che è stato Costantino) e hanno condotto le sorti della chiesa di Roma finché non è arrivato Gregorio Magno? Credo che vadano nel loro insieme considerati positivamente, soprattutto se si confrontano con tanti dei loro colleghi di epoche successive. Lasciati senza armi a difendere non solo la latinità tout court, ma anche il suo carattere, se si può dire, romanocentrico, si sono difesi come potevano, talvolta comprando gli aggressori con i quattrini che sono sempre riusciti a scucire al popolo, talvolta piegandosi a far da burattini, e talaltra pigliando schiaffoni.

Certo di ritorno da qualche umiliazione gli sarà capitato di dover salire, imprecando (!!), quelle scale che portavano al trono del patriarco. Non avrebbero mai potuto immaginare che quei gradini, che qualche papa più fortunato di loro ha avuto secoli dopo la fantasia di decidere che fossero gli stessi calcati da Gesù mentre si recava da Pilato, sarebbero stati ricoperti di legno (per lasciare intatte le orme del redentore) e percorse come lo sono ancora oggi ginocchion-ginocchioni dai pellegrini diretti al sancta sanctorum dove, tra tante altre improbabili reliquie, c’è anche un bellissimo quadro dipinto da san Luca, una zappa quanto a disegno, ma guidato per l’occasione da mano divina.

Lascio piazza san Giovanni per trasferirmi nel mio pellegrinaggio nell’altra tappa canonica della vicinissima basilica di Santa Croce in Gerusalemme, meno di un chilometro durante il quale mi esplode in testa il contrasto tra il silenzio, l’ordine e la pulizia che albergano lì dove ci si preoccupa soprattutto che le gambe non vengano messe in mostra e di lucidare quei mille tesori cumulati nei secoli, e il disordine, la sporcizia e la cogenza dell’oggi di tanti che, lì a due passi, fanno fatica a mettere insieme il pranzo con la cena.

Percorrendo viale Carlo Felice, che collega le due basiliche, mi imbatto infatti a più riprese in consistenti gruppi di diseredati per lo più di colore che occupano i marciapiedi in attesa di chissà che: un permesso di restare qui a chiedere l’elemosina, del cibo o forse niente. Sono sporchi così come è la strada, alcuni rassegnatamente accovacciati a terra, alcuni ancora con la forza di discutere. Un mondo lontano da chi come me transita lì casualmente.

Forse è solo una sensazione, ma mi sento i loro occhi addosso; è come se mi rimproverassero che mentre loro sono lì a cercare di accomodare alla meglio il loro futuro da lì a poche ore, io mi aggiro tra inutili sacrari alla ricerca di storie sepolte ormai da secoli.

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Dopo pochi passi che egoisticamente cancellano questi pensieri, mi trovo di fronte al solito copione. Una facciata barocca e un interno riaggiustato nei secoli fatto di opere d’arte, grandiosità, ricchezza e soprattutto di silenzio e di ordine.  Anche qui le fondamenta sono imperiali. La chiesa originale appoggiata alla mura aureliane è sorta infatti modificando la gran sala del palazzo Sessoriano, residenza degli ultimi imperatori. Qui la vocazione museale, comune a tanti luoghi sacri, è sovrastata da una ipertendenza maniacale a conservare reliquie da sballo. C’è l’intera croce di uno dei ladroni, e addirittura parti di quella di Cristo; un pezzo della corona di spine e uno dei sacri chiodi, insieme alla tavoletta sulla quale Ponzio Pilato scrisse l’imputazione, una falange del dito col quale san Tommaso volle accertarsi della presenza di Gesù, e frammenti della grotta di Betlemme e del santo sepolcro.

Questa ossessione a vincere il campionato dei collezionisti di reliquie dovette appartenere per secoli ai monaci che hanno gestito per lunghissimo tempo questa basilica e che da qualche anno non ci sono più. Sono stati tutti trasferiti altrove per indegnità. In cosa consistesse questa indegnità non è chiarissimo.

Benedetto XVI, nell’imporre il loro trasferimento nei monasteri di san Bernardo, ha detto solo che la più grande persecuzione della chiesa non viene dai nemici di fuori ma dai peccati dei preti. Sembra che i peccati ai quali il papa si sia riferito non fossero tanto quelli sessuali (che di dritto o di traverso hanno a che fare un po’ con tutti, preti compresi) quanto all’eccessiva mondanità.

Il fatto è che i frati, ai quali sembrava ormai troppo difficile attirare la gente con la puerile storia delle reliquie, spinti da uno di loro, un ex stilista degli atelier milanesi, ospitavano in raduni religiosi, tanto simili a festini, il generone romano insieme alla cantante Madonna e ad altre star a dir poco fuori luogo. Facevano anche quelli che in diritto canonico si chiamano abusi liturgici, perché nelle funzioni talvolta alcune monache ballavano intorno all’altare. E non mancava la frode alimentare perché vendevano a caro prezzo alla Roma bene frutta e verdura del loro grande orto, passate per biologiche ma in realtà fornite loro da un fruttivendolo della zona.

Trasgressioni pacioccone, niente a che fare con quando bruciavano gli eretici, ci si poteva passar sopra ma Benedetto XVI è stato inflessibile.

Ora, una volta ripulito, il convento è diventato un bell’albergo che richiama i clienti indicando di esser posto “all’interno di un complesso archeologico nell’annesso anfiteatro castrense dove si svolgevano spettacoli di gladiatori e combattimenti tra uomini e belve, e dove si custodisce l’orto di Santa Croce in Gerusalemme”.

(continua)

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Inserito il:14/01/2015 19:22:08
Ultimo aggiornamento:27/01/2015 09:22:45
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