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Aggiornato al 18/08/2018
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Ulpiano Checa (1860-1916) - Corsa di carri romani -1890

Passeggiate romane (Ottava puntata).

continua da Settima puntata

I resti di Roma antica (seguito)


Circo Massimo

Se passeggiando sopra le grandezze della Roma dei quiriti si ha bisogno di molta fantasia per immaginare il brulichio di uomini al lavoro nelle terme di Caracalla in costruzione, se ne deve avere assai di più quando ci si confronta con i resti del Circo Massimo.

Avevo sempre guardato quel luogo più per quello che vi si svolgeva sopra, concerti o manifestazioni politiche che fossero, piuttosto che per ciò che era stato; ho cominciato a immaginare il suo passato l’altro giorno mentre seguivo i discorsi di una guida dieci metri sotto la chiesa di Santa Maria in Cosmedin, tra i resti di un mitreo. I mitrei, per chi si interessa della Roma sotterranea, sono un po’ come le catacombe. Interessantissimo il primo che vedi, gli altri poi diventano una minestra riscaldata. Questo aveva la peculiarità di essere stato ricavato in un settore marginale di una costruzione di cui si intravedevano le imponenti dimensioni per quel poco che si era riusciti a scavare senza far crollare quanto nei secoli vi era stato sovrapposto. La guida sapeva tutto sul dio Mitra, ma poco su quelle mura se non che probabilmente si trattava delle carceres del Circo Massimo.

Per fortuna c’è Internet e si fa presto a sapere che queste carceres erano i box dai quali partivano le quadrighe in gara. Erano collocati, sei per parte, ai lati della monumentale porta di ingresso posta a meno di 100 metri dal greto del Tevere, che allora scorreva più o meno a quei livelli. Così si può anche arguire che in quel circo si sfidavano fino a dodici quadrighe.  Gli archeologi hanno capito, o forse qualche storico ce lo ha tramandato, che questi box erano posizionati in modo sfalsato come accade oggi con i blocchi di partenza delle corse veloci che si svolgono in anello, per compensare la maggior distanza che si deve percorrere man mano che si parta più all’esterno. E anche che, a somiglianza di quanto accade nelle odierne corse ippiche, esisteva un dispositivo che faceva aprire contemporaneamente, al momento del via, i cancelli di chiusura delle varie postazioni.

Risalito in superficie, mi è venuta voglia, dopo aver zigzagato tra le macchine bloccate sul lungotevere, di appoggiarmi al parapetto dell’argine ma non per guardare scorrere il fiume, bensì dando le spalle ad esso, per cancellare quel terrapieno e ritrovarmi otto metri più in basso, nella Roma imperiale, davanti a quell’enorme portone che si apriva spartendo i tre gradi di arcate, e anche quei box. In questo salto è stato facile azzeccare la dimensione spaziale, perché non potevo che finire sul greto del Tevere a meno che avessi strabordato oltre l’olocene che sarebbe la fase più moderna del quaternario; sono stato invece impreciso in quella temporale, e sbagliando di soli mille anni mi sono trovato davanti a un paesaggio bucolico.

Tra il Palatino e l’Aventino c’è una valle verde percorsa da un fiumiciattolo che si getta nel Tevere a pochi passi da me; qualche capanna di pastori sulle pendici delle due colline, pecore e bovini al pascolo. La vita sociale delle due piccole comunità latine e sabine che si sono appena unite si svolge nella valle a fianco, quella tra il Palatino e il Quirinale, dove ci sono i templi e i luoghi di ritrovo. Qui ci si viene per incontrare chi arriva dal fiume a fare commercio, greco o etrusco che sia, e anche per i giochi e le cerimonie che richiedono grandi spazi liberi. Sempre che il fiume in piena non abbia reso il fondo valle un acquitrino. Bisogna risalire più o meno duecento anni per vedere qualcosa di diverso. Il fiume, che si chiamava Marrana, è sparito. Le sue acque sono state convogliate in un grande condotto interrato che fa anche da fogna. Proprio nel punto in cui il fiume fa gomito è stato costruito un argine che ripara la valle dalle piene, quanto meno quelle non eccezionali. I giochi si sono fatti più frequenti e per ospitare gli spettatori appaiono delle strutture in legno, che si montano alla bisogna e per conservarle meglio si smontano a cose fatte. In questa valle i quiriti imparano dagli etruschi a fare spettacolo, e lo stadio cresce con il crescere della loro potenza.

Via via nel tempo le gradinate, ormai in tufo, si allungano a destra e a sinistra per qualche centinaio di metri e la pista si allarga e si leviga per far correre meglio i carri. In epoca repubblicana siamo ancora nelle dimensioni fisiologiche di qualcosa che deve divertire un popolo operoso, impegnato a costruirsi il futuro prima di giocare. È con la deriva imperiale che questa valle entra nel gioco di chi innanzi tutto vuol superare in grandiosità i predecessori, e fare dei circenses il sonnifero per distogliere la gente dall’appassionarsi alla cosa pubblica, che deve diventare materia esclusiva di chi vuole comandare con arbitrio. Ce n’è voluto a risalire mille anni, ma ora sono finalmente al tempo di Settimio Severo, davanti a quel grande portale. Oltre di esso c’è uno stadio che credo abbia ancora oggi il guinness dei primati quanto a capienza. Le piste sono larghe più di trenta metri e girano intorno a una spina centrale correndo per circa un chilometro. Al centro, fin dal tempo di Augusto, è piantato quell’obelisco rubato agli egizi che 1300 anni dopo Sisto V provvederà a trasportare in Piazza del Popolo.

I portici che contornano questa immensa cavea brulicano di plebe, solitamente più o meno sfaccendata: botteghe, osterie, bordelli. Una massa di tifosi chiamata giornalmente ad applaudire i campioni del momento, e quei campioni oggi sono gli auriga: Pompeo Muscoloso che ha vinto più di tremila corse e Pompeo Epafrodito che è sulla strada di imitarlo. Sono personaggi che si arricchiscono a dismisura, tal quale i nostri campioni di calcio, come accade a Scorpo, un altro idolo delle folle, che scatena l’invidia di Marziale: “Per quanto tempo ancora dovrò sudare tutta la giornata per guadagnarmi cento misere monete di piombo, mentre Scorpo, vincitore nella corsa, si porta via in un’ora quindici sacchi di luccicante oro?”. 

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Mosaico dalla Villa del Casale di Piazza Armerina 320-350 d.C.)


Ma che persone sono questi 250.000 romani che hanno fatto il pieno dello stadio per veder gareggiare Scorpo contro Pompeo Muscoloso? Settimio Severo li considera e li tratta come plebe. È un generale libico che alla morte del suo predecessore ha vinto la confrontazione tra le sue legioni e quelle dei concorrenti alla successione. Così Pescennio Nigro, Clodio Albino e Didio Giuliano sono passati rapidamente a miglior vita e lui ha potuto inaugurare il suo mandato facendo uccidere 29 senatori che avevano tifato per i perdenti. La sua è una vera e propria dittatura militare e non ne fa mistero quando dice ai suoi due figli Caracalla e Geta: “Per essere imperatori pagate bene i soldati e non preoccupatevi del resto”. Pensa di lasciare una diarchia, ma insieme a questo poco sociale insegnamento ha trasmesso a Caracalla i cromosomi giusti perché, per non spartire il potere con nessuno, uccida suo fratello.

Quando è a Roma è circondato da soldati così come quando gira per i confini: 10.000 delle corti pretorie, 6.000 di quelle urbane, 3.000 vigiles e 1.000 equites. Non contento sistema ad Albano, come riserva strategica, una legione di 6.000 uomini. Non gli bastano i 3.000 metri quadri del palazzo imperiale e allarga l’edificio fino alla propaggine estrema del colle dal lato che da sul circo. Proprio lì sotto corre l’ultimo miglio della via Appia, prima del Campidoglio. L’Appia, regina viarum, è quella dalla quale arriva la gente dal sud; ci tiene a far bella figura con i suoi conterranei e fa costruire una parete ornamentale lunga 100 metri che dalla strada sale fino al suo palazzo in cima al colle: un ninfeo multipiano ricco di nicchie, statue e giochi d’acqua.

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Anonimo - 200 d.c. - Settimio Severo e la sua famiglia ( la moglie Domna , i figli Geta e Caracalla) - Tempera su legno – Altes Museum Berlino



Risalendo i secoli tutto questo, seppur lentamente, si sgretola. L’ultimo a far spettacolo al Circo Massimo è Totila, poi gli argini del Tevere, non più manotenuti, cedono e il fiume invade la valle ad ogni piena, mentre si ostruisce l’imbocco della Marrana nella cloaca massima, e così questa fogna torna a correre allo scoperto. La grande cinta di mura che sorregge gli spalti è l’ideale per una fortificazione e i Frangipane ci insediano il loro quartier generale, arricchendola con una torre di guardia che è rimasta in piedi ancora oggi, e usano il ninfeo di Settimio Severo per foresteria. Ci ospitano addirittura san Francesco quando viene a mettersi d’accordo col papa su come far rientrare il monachesimo sotto il controllo della curia. Ad ogni inondazione il livello del terreno sale, coprendo piste e gradinate; si tratta di suolo fertile adatto alle vigne. Sisto V interviene a disseppellire l’obelisco crollato e finisce di distruggere il ninfeo per recuperare i marmi. Agli ebrei che non possono possedere nulla fuori dal ghetto, viene concesso nella valle un pezzo di terra per farne il loro cimitero che resterà attivo fino a quando, ai primi del ‘900, sarà trasferito al Verano.

Ma ormai siamo molto vicini ai nostri giorni. È il luogo giusto per metter su dei capannoni sotto i quali far lavorare i telai e c’è pure lo spazio per un gasometro. Poi arriva Mussolini che vuole tirar fuori, anche qui, le vestigia dell’impero che si è ostinato a scimmiottare. Spazza via tutto, ma non fa in tempo a eliminare anche la torre dei Frangipane perché la storia elimina lui.

 

I Fori

Le terme di Caracalla e il Circo Massimo sono un habitat eccezionale per la fantasia, ma sono i Fori il posto migliore per riflettere su quello che sono stati nel bene e nel male i nostri antenati romani. Lì c’è un punto in particolare dal quale, dopo aver girato in lungo e in largo tra gli scheletri del loro passato ed esserci riempiti gli occhi di mura diroccate e le orecchie della erudizione della guida, si possono abbracciare tutti i mille anni della evoluzione e della involuzione della loro civiltà. Il luogo è il tempio di “Venere e Roma”, o meglio la spianata ormai glabra sulla quale Adriano, scatenando il suo hobby autoreferenziale per l’architettura, fece costruire il tempio più grande e importante della città.

Ci si arriva, e non è un particolare di poca importanza per chi è innamorato delle pietre, calpestando quelle della Via Sacra che ci ricorda la notissima satira di Orazio, quella dello scocciatore, che ci ha fatto capire già ai tempi del liceo che il modo di pensare e le beghe quotidiane alle quali doveva far fronte duemila anni fa il poeta erano uguali a quelle di un uomo dell’apparato pubblico dei nostri giorni. C’è sembrato allora strano, ma invece è normalissimo perché tra lui e noi sono passate solo una sessantina di generazioni. Io ne ho viste trascorrere molte di più di topi o di galline che fanno le stesse cose che facevano quelle alle quali rubavo l’ovetto fresco della mia infanzia. I cambiamenti del cervello degli esseri viventi avvengono infatti negli stessi tempi geologici nei quali si modificano arti e organi interni.

Dicevo che è il posto migliore perché seduto tra due di quelle enormi colonne che reggono ormai il nulla si hanno sotto gli occhi da un lato l’edificio del Senato, dall’altro il Colosseo, e scompare nella mente tutto quanto altro testimoni l’esistenza passata di templi, basiliche, archi e mercati. Queste sono le costruzioni simbolo e testimonianza delle due età antitetiche della Roma antica, quella repubblicana e quella imperiale. È un po’ una suggestione perché anche la curia senatoriale è di epoca imperiale, essendo stata abbattuta quella preesistente per dar spazio all’arco di Augusto e al tempio di Cesare, divinizzato da Ottaviano che voleva spiegare al popolo come da quel momento in poi il potere assoluto aveva assunto caratteristiche divine. L’edificio senatoriale deve però essere stato ricostruito più o meno come era prima, vista la sua sobrietà palesemente in contrasto con la pomposità di quello che doveva essere stato tutto il resto.

È proprio questo bisticcio tra il luogo nel quale, per lo meno fino a qualche decennio prima che nascesse Cristo, si guidava la nazione e l’imponente megalomania dell’anfiteatro costruito solo un secolo dopo per tener buone le masse sollecitandone gli istinti più grossolani, a dare una chiave di lettura di come si sia deteriorato quell’unicum che è stata per estensione fisica e temporale la civiltà romana. La capacità di espansione della Roma repubblicana è stata un frutto del caso, come tutto ciò che accade al mondo; è il caso che ha concentrato nell’arco temporale di un paio di secoli scintille eccezionali di pensiero e azione in alcuni settori chiave dell’organizzazione sociale. Uomini che hanno saputo ideare e sviluppare il nuovo nell’arte militare, nell’ingegneria e nel diritto, e soprattutto che hanno saputo agire assai più nell’interesse della collettività che non in quello personale.

È stato per questo caso che un villaggio di pastori, liberatosi dal protettorato etrusco, si è trasformato in una macchina inarrestabile in grado di espandersi a dismisura, prima vincendo militarmente, poi inglobando buona parte del mondo conosciuto. Non era una società democratica perché, schiavitù a parte che va intesa come una malattia congenita e strutturale di ogni civiltà antica, si è trattato di un’oligarchia. Il potere, infatti, è rimasto sostanzialmente in mano ai ricchi che sono riusciti sempre a far abortire le spinte di democratizzazione che hanno finito col tempo per esaurirsi, sfociando nella dittatura populistica imperiale. Si trattava però di ricchi riconducibili a quelle eccezionali scintille, di fronte ai quali bisogna togliersi tanto di cappello; spesso campioni di sobrietà e di dirittura morale, erano capaci di mettere a repentaglio la propria vita per il bene della comunità che erano stati chiamati a guidare.

 

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Giovanni Paolo Panini (1691-1765) - View of the Roman forum


Se questo è ciò che mi passa per la mente tra le pietre del tempio di Venere, altro mi accompagna mentre percorro via dei Fori Imperiali. Gli archeologi del regime fascista, dopo aver portato a termine il grande lavoro che ha fatto riemergere il centro della vita pubblica quirita (distruggendo peraltro un intero quartiere medioevale nel quale, non posso dimenticarlo, c’era la casa abitata un tempo dai miei bisnonni materni), furono probabilmente costretti dalla megalomania del duce a subire la sua spaccatura perpetrata da questa fascia di cemento che doveva unire, chissà perché, piazza Venezia al Colosseo. Si chiamava allora via dell’Impero. 

All’esaltazione di questo impero inventato, il regime sacrificò, oltre tutto quello che fu gioco forza reinterrato, anche la rappresentazione della continuità di quest’area. Se ai nostri giorni fosse venuto in mente al potente di turno di fare una cosa del genere, un architetto di fama sarebbe passato sopra ai Fori con qualcosa di trasparente, capace di salvare sia i resti che la visione d’insieme. Allora, purtroppo, le tecniche costruttive non lo consentirono.

Per capire la Roma pubblica nel suo evolversi attraverso quei secoli lontani, bisogna immaginare che questo ponte trasparente ci sia, o meglio ancora che non ci sia nulla e che si possa volare sopra i Fori. Dall’alto si capirebbe meglio come quell’area di vita comune occupasse all’origine, quando non poteva venire in mente a nessun console di dare il proprio nome a un pezzo di città, solo la zona pianeggiante tra il Campidoglio e il Palatino.

Fu Cesare ad allargarla intestandosi l’ampliamento e inaugurando la prassi per la quale i successori, per riaffermare la propria imperitura grandezza, tendevano a realizzare un’opera pubblica marcata col proprio nome, stadio, circo, struttura termale o foro che fosse. Così i fori personalizzati allargarono di molto l’area pubblica verso il Quirinale (dall’altra parte c’era il Tevere a fermare l’espansione), prima con Augusto, poi con Nerva e infine con Traiano. Per farlo gli imperatori espropriavano zone popolari confinando la suburra alle pendici del colle, ed isolandola con quel muraglione, in parte ancora oggi in piedi, che doveva proteggere i fori dagli incendi e dal degrado dei quartieri poveri. All’epoca di Traiano l’insieme era diventata un’area vastissima, che andava dal teatro di Marcello al Colosseo e al Campidoglio. In essa confluivano giornalmente migliaia e migliaia di mercanti, faccendieri, avvocati, funzionari pubblici e politici per sbrigare i loro affari in ambienti monumentali ornati di marmi bianchi e colorati, e zeppi di statue.

Chi ha dissepolto i fori poco meno di cento anni fa poteva immaginare che si sarebbe tentato di far rivivere tutto questo negli ambienti degli studi cinematografici, ma non che un giorno questa vita potesse riemergere in un immaginario così vicino alla realtà da confondersi con essa, e non su uno schermo ma nei luoghi stessi vissuti dai nostri antenati. È ciò che sta cominciando ad accadere attraverso una tecnica che muove i primi passi grazie all’intuito di un personaggio di prim’ordine, quale è Piero Angela, ma che è destinata a svilupparsi chissà fino a che punto nella scalata verso una realtà virtuale tanto affascinante quanto inquietante.

 
(continua)

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Inserito il:16/12/2014 18:38:07
Ultimo aggiornamento:29/12/2014 18:08:31
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