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Aggiornato al 18/08/2018
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Giovanni Paolo Pannini (1691-1765) - Galleria di quadri con viste dell’antica Roma (1758).
Metropolitan Museum of Art, New York.

Passeggiate romane (Prima puntata).

Passeggiando per Roma sulle orme di Stendhal.


Ho incontrato Stendhal mentre riposavo le gambe affaticate dalle lunghe passeggiate romane. È stato proprio il titolo del suo libro che mi ha costretto a vincere la patologica pigrizia che ho a leggere. Ho scoperto così che lui ed io abbiamo qualcosa in comune, oltre al fatto che saremo autori di un libro con lo stesso titolo.

Ciò che ci unisce non è certo la ossessiva abitudine a mettere su carta le idee e le sensazioni che le nostre menti hanno prodotto, perché sarebbe come dire che un peschereccio e una portaerei hanno in comune il fatto che galleggiano. E neppure il nostro carattere e i nostri gusti, perché per quello che ho letto sulla sua vita, egli era assai più complicato di me quanto meno nei rapporti con l’altro sesso.

L’affinità a cui alludo riguarda il dialogo che abbiamo sviluppato con Roma; intendo dire che lo stato d’animo con il quale io da qualche tempo osservo questa città è molto simile a quello che lui trasmette molto bene al lettore di “Promenades dans Rome”. Stendhal è a Roma senza una ragione se non l’attrazione per l’Italia e per questa città in particolare, nella quale si muove senza un programma preciso a 360° condendo con la sua vasta cultura e la sua sconfinata fantasia le impressioni provate di fronte ai monumenti imperiali e a quelli altrettanto imponenti del mecenatismo clericale; e non perde nel frattempo occasione per inquadrare e studiare la gente che si muove tra queste mirabilia. Lo fa con lo stato d’animo del turista, quello con la T maiuscola di cui si è perso lo stampo, spensierato, senza vincoli di tempo o di itinerario.

Un turista che non ha nulla a che fare con le moltitudini che riempiono oggi le vie della città, costrette ad ingozzarsi con il menù di meraviglie comprate nel pacchetto dell’agenzia, e a digerirle in gran fretta. Lui è come se procedesse sotto una campana di vetro attraverso la quale gli è consentito di vedere ciò che vuole, preservandolo al contempo da quanto di sgradevole il contatto col nuovo potrebbe comportare.

È proprio quanto capita a me, si parva licet componere magnis, quando passeggio. Nella mia campana non c’è certo la cultura di Henry Beyle, né tanto meno la sua capacità critica e letteraria, ma ci sono ingredienti altrettanto importanti che lui all’epoca non poteva portarsi dietro. Non parlo solo della saggezza dovuta all’età e della serenità sentimentale che a lui mancava del tutto, ma dei ricordi di gioventù che danno un sapore assai gustoso ai luoghi in cui si ripassa da vecchi, e che lui certamente aveva lasciato a Grenoble.

E non basta. Io ho altri vantaggi che in qualche modo riducono il grande gap che letterariamente ci separa. Il primo è Internet che mi aiuta a riempire in un baleno i vuoti di cultura, fornendomi basi solide di comprensione su quanto gli occhi hanno percepito e la fantasia intuito. L’altra arma micidiale è costituita dagli oltre 2000 sonetti del Belli, che mi fanno percepire viva l’atmosfera di quel popolo, ancor più di quanto non sia stato forse concesso a lui. È evidente comunque che la somiglianza tra le mie passeggiate romane e le sue andrà ben poco oltre il titolo, non solo per l’handicap letterario con il quale mi tocca gareggiare, ma perché, pur rimanendo il passato lo stesso, la Roma nella quale io mi muovo è molto cambiata rispetto alla sua per ampiezza di territorio e per eterogeneità di popolazione, che nel frattempo peraltro è aumentata di venti volte; e quanto di nuovo si è posato sui sette colli dal tempo della Roma del Belli crea su quella dei Cesari e dei papi giochi di luce che Stendhal non poteva vedere.

È bello comunque incantarsi di fronte a ciò che ha meravigliato lui quasi due secoli fa, e rivivere così le sue emozioni, anche se la mia ammirazione va allo scrittore e non al personaggio che, trascinatosi prima nelle avventate campagne napoleoniche, ha poi dovuto piatire una sistemazione con la reazione, e che ha speso la vita passionale tra amori insensati da un lato e bordelli dall’altro. È quindi in compagnia di Stendhal e non di Henry Beyle (che sono molto lontani tra loro come tanti di noi con la nostra anima) che passeggio per Roma.

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Giacomo Trecourt (1812-1882) - Ritratto di Henry Beyle (Stendhal)


Se si cammina a piedi, non per dover andare da qualche parte, ma solo per il gusto di farlo, se si è deciso che i problemi dell’esistenza vivono troppo in alto per poterli solamente sfiorare, se non si hanno altre preoccupazioni e se ci accompagna solo la curiosità, si può star bene certo ovunque ma mai quanto a Roma. La storia infatti è passata per Babilonia, Atene, Cartagine e tanti altri luoghi che sono stati pro tempore l’ombelico del mondo e continua a trasferirsi via via nelle metropoli che lo sono oggi, ma dovunque si sofferma solo per decenni, al massimo per qualche secolo, ma non per millenni come è stato ed è sulle rive del Tevere.

A Roma si può camminare entro le cerchia delle mura serviane o allargarsi verso quelle aureliane, e sempre ci si imbatte in pezzi di storia. E non solo quelli evidenti che abbiamo imparato a scuola, ma anche particolari più o meno sepolti dal tempo o dalla scarsa attenzione per le chicche di chi si rimbambisce con una musica assordante all’interno della propria vettura, o si affanna a comunicare con un suo simile chiuso tra quattro mura, o peggio intrappolato come lui in un’altra scatola di ferro. Se solo sapessero cosa si può gustare di Roma all’interno della nostra bolla, cambierebbero vita, ma allora forse di bolle in giro ce ne sarebbero troppe e non potrebbero circolare come succede oggi per le macchine.

Meglio essere in pochi e provare semmai a raccontarlo, oltre che a viverlo, quel tanto che c’è da scoprire. Quando si ha l’età per poter smettere di dedicarsi al negotium, come chiamavano i romani qualsiasi cosa che avesse a che fare col procurarsi denaro per campare, e ci si può beare dell’otium che non era per i nostri avi il non far nulla, bensì il fare per il gusto di fare, allora il rapporto con la città cambia. Si restringe, per ciò che concerne la vita quotidiana, alla casa, ai negozi che ci forniscono quel che serve per vivere, alla pizzeria dietro l’angolo e a pochi altri luoghi che più o meno abitualmente si continuano a frequentare in ossequio al nuovo negotium che è il sopravvivere.

Per contro, si allarga assai per dar da mangiare all’otium se la cosa che ci gratifica è proprio il muoversi senza confini dentro la nostra bolla di sapone. Ci si accorge allora che la città è assai più grande e ricca di quella che ci passava frettolosamente sotto gli occhi mentre attendevamo ai negotia del passato, che più si allontanano nel tempo e più ci sembrano privi di veri contenuti.

E accade che questo immenso giocattolo che diventa Roma si offre ai nostri otia come materia plasmabile per una archeologia, seppur pacioccona, ma come quella professionale capace di penetrare in ciascuno dei 2700 anni ab urbe condita nel quale decidiamo di fermare il carotaggio. Di archeologia infatti si tratta anche quando è solo la vita che abbiamo vissuto noi stessi quel passato da mettere in un museo. E’ proprio quello il primo strato di reperti, sprofondando oltre il quale ce ne sono ben più dei sette che inventariò Schliemann scavando lungo le sponde dello Scamandro.

Sappiamo bene che soffermandoci a ricordare accanto al portone di un palazzo che abbiamo abitato noi, qualche parente o amico o qualche amore di gioventù, o se alziamo gli occhi alle finestre dietro le quali abbiamo passato migliaia di ore di lavoro, o solo se guardiamo un angolo di strada che ci ricorda un momento significativo della nostra vita, possiamo, scavando oltre nel tempo, proprio in quel luogo imbatterci in un cardinale di Pio IX, in un comizio di Cola di Rienzo, in un lanzichenecco, in un flagellante dell’anno 1000, o finire anche dentro la battaglia tra Costantino e Massenzio. E potremmo scavare ancor più sotto di altre mille anni, sempre togliendo dalla polvere reperti significativi per la storia del mondo.

    

Piazza Navona

 

Piazza Navona è una delle più belle piazze del mondo. E non solo, è anche la metafora della straordinarietà di Roma, e come tale non va solo assaporata ma masticata e digerita con scienza e coscienza.

Chi vive a Roma e si limita, quando gli capita, a respirare l’aria impregnata dall’allegria che trasmette ognuno che si affacci sulla piazza o a gustarsi seduto a un caffè i mille tenui cambi di tono delle facciate che la contornano, regalategli dal sole che tramonta, o a sorridere della rivalità tra Bernini e Borromini che si vuole abbia generato la strana posizione di una delle quattro statue della fontana dei fiumi, ebbene costui non la merita.

Ci sono molti posti nella nostra città nei quali un carotaggio culturale e ove possibile fisico che giunga fino al “ab urbe condita” fa riaffiorare attività creative quasi ininterrotte e progetti imponenti delle pressoché cento generazioni che hanno calpestato prima di noi questo suolo. Non ce n’è però nessun’altra che mantenga ancora oggi la vivacità che si è respirata via via durante i certami nello stadio domiziano, nel fervore religioso di chi nel medioevo costruiva sant’Agnese e san Giacomo, nelle feste rinascimentali organizzate dagli spagnoli vincitori dei mori, nelle processioni pasquali o nelle naumachie del periodo barocco, e nel mercato settecentesco e ottocentesco che si è trasferito ai nostri giorni praticamente senza soluzione di continuità.

Piazza Navona da un romano va vista con uno stato d’animo mistico, non solo nei momenti di maggior confusione per meravigliarsi di come venga da lontano questa vivacità, ma anche prima dell’alba quando è deserta. È solo allora che, isolati dai rumori di fondo, riemergono dalle sue viscere stratificate i tanti suoni di quello che è stato.

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Giovanni Antonio Canal (Canaletto) (1697 - 1768) – Vista di Piazza Navona


Domiziano non doveva essere troppo simpatico se Svetonio e Plinio lo descrivono taciturno e scontroso, né onesto intellettualmente se mentre promulgava leggi per frenare l’omosessualità, alternava i rapporti con Tullia, che tra parentesi era sua nipote, con quelli con il liberto Flavio Earino, che i poeti di regime non mancavano di glorificare. Anche il fatto che fosse figlio d’arte, destinato quindi a succedere al padre e al fratello, non me lo presenta bene visto che sono stufo, come tanti, delle caste che tramandano i loro privilegi ai parenti.

A questo quadro sgradevole, Svetonio aggiunge una ciliegina raccontando che aveva gli occhi miopi, e quindi inespressivi. Se lo immagino mentre si aggira a cavallo, circondato da un drappello di pretoriani (è antica l’abitudine dei potenti di muoversi al sicuro quando sono costretti a uscire dal palazzo) tra i resti di Campo Marzio devastato dall’incendio dell’80, faccio quindi fatica a dover ammettere che aveva la dote di saper pensare grande.

Gli edifici pubblici da restaurare sono tanti: il teatro di Pompeo, le terme di Agrippa, l’ara pacis, per non parlare del tempio di Iside e delle terme di Nerone. Devono essere rimessi tutti in efficienza per quanto sono malmessi, perché i padri della patria esigono che le loro opere riacquistino al più presto lo splendore che avevano prima che le fiamme le deturpassero.

È un dovere di chi comanda, oltre che un’occasione per far circolare danaro a beneficio di coloro che lo sostengono; ma è anche la volta buona per aggiungere a quei simboli uno tutto suo, di imperatore appena succeduto nella carica al fratello.

È necessario pensare a qualcosa di monumentale, e serve spazio che non può essere tolto alle opere esistenti che devono essere ammirate da ogni lato. Uno spazio che sia ampio tanto da far emergere la sua di opera sopra le altre. È voluto andare di persona a verificare dove fosse possibile erigere quello che deve dare lustro nei secoli al suo nome, e lo trova proprio qui il posto giusto, ai limiti estremi dell’urbe, quasi a ridosso del Tevere, dove l’incendio ha incenerito i piani alti di un vasto gruppo di insulae, e ingombrato di conseguenza le strade di legni bruciacchiati e di mattoni.

Tra quelle rovine si aggirano ancora coloro che ci hanno vissuto e che hanno trovato momentaneo accomodamento al di là del Tevere, tra le capanne dei pescatori, degli ebrei e degli orientali che la violenza delle legioni ha portato a lavorare per i quiriti, per amore o per forza. “Fai recintare tutta questa zona” sta dicendo al prefetto pretorio, “scaccia costoro, non potranno più abitare qui, perché proprio qui sorgerà il mio stadio”.

Se facciamo cominciare la storia di piazza Navona da questo momento, dobbiamo essere coscienti che stiamo accantonando le gioie, i dolori e le vicissitudini di tutti coloro che per qualche secolo hanno abitato quelle insulae, ora distrutte dalle fiamme, ma che hanno tenacemente rubato spazio alla riva del fiume e che di esso di tanto in tanto hanno subito le piene.

Sono soldati, artigiani, scrivani, impiegati pubblici che possiamo trascurare qui perché, se avremo modo di camminare ancora per la Roma repubblicana e del primo impero, li ritroveremo altrove, mentre quello che accadrà dove ora posiamo i piedi apparterrà solamente a questo grande spazio oblungo che la guardia pretoria sta picchettando.

Non si può pretendere che le memorie che evoca oggi la piazza deserta rispettino la consecutio temporum, così se guardiamo la chiesa di Nostra Signora del Sacro Cuore le grida dei pretoriani che cacciano senza troppi complimenti coloro che tra le rovine della propria casa stanno pensando come fare per tornarci a vivere, o forse solo stanno cercando di recuperare qualcosa, si affievoliscono fino a scomparire perché con un salto di 1400 anni la piazza diventa il teatro della rappresentazione della grandeur dell’emergente potenza spagnola.  Quella chiesa infatti non si chiamava così, ma san Giacomo degli Spagnoli, e aveva grande importanza per essere il punto di riferimento, quasi un enclave, degli spagnoli di Roma nel tardo rinascimento.

E gli spagnoli a Roma erano tanti e godevano del prestigio della forza crescente del loro paese; erano insomma un po’ gli americani di oggi. È qui che si fa festa per la presa di Granada, è qui che arriva la processione partita da san Pietro e guidata dal papa, è qui che si erige un castello per rappresentare il vittorioso assalto alla città, è qui che sfilano i cento mori regalati al pontefice da re Ferdinando “tutti vestiti ad una livrea con un ferro al collo per uno e tutti a catena, e dove mancava la catena suppliva una corda”, è qui che si tiene la lotta dei tori “ne caddero quattro ed un cavallo, ma non si ebbero disgrazie tra gli uomini. Altri prelati nei giorni successivi offrirono ancora dei tori al popolo, e lo spettacolo inumano fu ripetuto. Vi fu anche un prelato spagnolo che per una intera giornata fece distribuire pane e vino”.

Ma gli spagnoli, per quanto importanti, non erano i padroni di Roma. I veri padroni erano i papi che con quella potenza hanno avuto, come si sa, un rapporto complicato e conflittuale come testimonia il sacco di Roma e come dimostra l’alleanza di Paolo IV con i francesi finita assai male, con l’assedio della città da parte del duca D’Alba quando si andò vicino a un nuovo sacco.

Non ci si può meravigliare quindi che alla morte di Carlo V, quando gli spagnoli indirono la solenne cerimonia funebre in onore del loro imperatore proprio nella chiesa di san Giacomo, successe quel che successe. “Sua Santità nella congregazione dell’inquisizione fece un gran rabbuffo al cardinal Paceco et al camerlengo perché nelle esequie dell’imperatore, fatte in san Giacomo, vi fu dipinta la presa del re di Francia sotto Pavia, e un trionfo dove avanti all’imperatore era il re di Francia legato con le mani di dietro. Di ciò Sua Beatitudine si alterò assai, dicendo che quelle erano vanità e cose non in connessione a luoghi sacri”.

Questa arrabbiatura del papa era conseguenza di ciò che accadde durante quel giorno nel quale “certi spagnoli cominciorno a dar la burla con parole a un povero franzese che stava davanti la chiesa di san Giacomo. Il franzese rispose alli spagnoli in maniera che da quelli gli furono dati degli sgrugnoni. Il franzese se ne andò via, ma fra poco comparve una quantità grande di franzesi i quali andorno alla volta della casa delli spagnoli, contigua alla chiesa. Gli spagnoli subito serrorno la porta, e i franzesi fecero impeto per aprirla. I franzesi entrando per le botteghe davano di piglio a ciò che trovavano per lanciare contro le finestre delli spagnoli.

Occorse di persona il governatore di Roma e il cardinale Barberino con tutte le sbirrerie armate e una compagnia di soldati corsi, sicchè piazza di Agone era piena di gente armata di tutte le sorte e fu cosa assai pericolosa”.

Le risse tra spagnoli e francesi a Roma sono cessate col finire della guerra secolare tra le due potenze, così come san Giacomo degli Spagnoli ha cessato di essere un punto strategico della piazza col decadere dell’impero spagnolo che meritava, col passare degli anni, sempre meno attenzione da parte dei papi. Depredata pian piano di ogni valore e di gran parte delle opere d’arte, trasferite in altre chiese via via più di moda, finì col diventare un deposito di legname e di ferraglia, prima di essere di nuovo consacrata con il loro marchio un secolo fa dai missionari del Sacro Cuore. 

(continua)

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Inserito il:19/11/2014 21:56:53
Ultimo aggiornamento:02/12/2014 13:08:44
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