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Aggiornato al 17/02/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Natalia Tsarkova - Glicine - Trastevere, Roma - 1995

Passeggiate romane (Quarta puntata).

 

continua da Terza puntata


Trastevere
 

Se per gran parte di Roma posso addebitare alla necessità di muoversi su quattro ruote la giovanile scarsa dimestichezza culturale con la città nella quale ho pur vissuto così a lungo, ciò non dovrebbe valere per Trastevere.

Trastevere, o quanto meno il cuore di questo quartiere, è da lungo tempo isola pedonale e quindi ho percorso le sue intricate viuzze tantissime volte in situazioni che oltre tutto spesso avevano a che fare con quello che allora mi pareva naturale definire tempo libero. I suoi ristoranti, se escludo quell’anno di incubo nel quale ho preteso di gestirne uno, sono stati luoghi di cene conviviali, spensierate quanto meno all’apparenza, e a Trastevere ho persino preso in affitto negli anni ruggenti una garconnière, tempio della libera trasgressione.

Capisco ora che il motivo per cui devo ripartire da zero anche nel rapporto con questi luoghi è che quel tempo non era libero, perché non lo era la mente, e che le due libertà perché si possano esercitare devono convivere. Oggi provo a ripartire dal belvedere del Gianicolo, là dove si domina quanto è compreso in quell’ampia ansa del Tevere che va da via della Lungara a Porta Portese.

È una modalità soft per prendere contatto gradualmente col cuore del quartiere che so essere lì abbasso intorno a quella piazza che ospita una delle più celebri chiese e una delle più celebri fontane di Roma. Subito vengo preso dalla passione per la storia, perché da questa altura, oggi belvedere dove si fermano i pullman dei turisti nella tappa obbligata per la vista panoramica, dove spuntano come funghi un po’ dappertutto busti di gente meritevole di essere ricordata frammisti a qualche infiltrato che non lo è affatto, dove si fa il teatro dei burattini e dove a mezzogiorno si spara una cannonata a salve, un po’ più di 160 anni fa i francesi di Oudinot per quindici giorni spararono cannonate su Trastevere per passare il tempo in attesa che i romani si arrendessero. In quei giorni di giugno ci lasciò la pelle tanta gente, non solo per la pioggia di fuoco sulle strade e le case sottostanti, ma anche qui sopra.

Era gente che aveva creduto nella libertà e che morì certo per mano dei francesi che sparavano loro contro, ma più ancora per colpa di Pio IX che li aveva chiamati qui per poter ritornare su un trono dal quale era scappato vestito in borghese. E morirono tanti ragazzini che non erano sicuramente ancora in grado di capire quello che stava succedendo.

Questo per colpa di Garibaldi che, facendo finta di niente, oggi domina la scena in mezzo al piazzale con un bel macigno nell’anima. “Sei coraggioso, bravo” diceva al tamburino ciociaro o a Righetto che col suo cane si gettava sulle bombe francesi per spengerne la miccia prima che esplodessero, e che insieme non facevano trenta anni. “Coraggio” diceva anche ai 32 ragazzini del battaglione della speranza, addestrati da Ciceruacchio e mandati a morire in un ultimo disperato ed inutile assalto alla villa dei Quattro Venti. Inutile non solo perché i francesi avevano avuto modo di ben trincerarsi, ma soprattutto perché le sorti di Roma erano già decise da giorni, dal momento che francesi e austriaci, che erano un po’ come i russi e gli americani all’epoca della guerra fredda, si erano messi d’accordo di rimettere al suo posto il papa. E tutti lo sapevano.

Conviene scendere da qui per togliersi di dosso la tristezza e la rabbia per come sono fatti sia i guerrafondai che coloro che li combattono, dimenticando che l’eroismo diventa fanatismo quando il sacrificio si impone anche, se non addirittura soprattutto, a chi non c’entra niente.

Scendendo ci si imbatte subito in qualcosa di buffo, una casa rinascimentale che sembra piovuta dal cielo: è nientemeno che la casa di Michelangelo. Ma non abitava a piazza san Marco, come si chiamava ai suoi tempi piazza Venezia?

Si scopre presto infatti che dietro la facciata non ci sono le stanze dove lui è vissuto, ma un serbatoio costruito da Paolo V quando, restaurando l’acquedotto traianeo, riportò l’acqua di Bracciano a Roma.  Viene spontaneo chiedersi come mai quella facciata sia finita qui, e si viene a scoprire che la fantasia di chi sovraintende le Belle Arti non ha limiti.

Quando i Savoia ritennero che Vittorio Emanuele II andasse ricordato nel cuore di Roma con quell’immensa macchina da scrivere, chi di loro fu preposto all’opera non se la sentì di fare a pezzi la casa del Buonarroti, vero o no che lui ci avesse proprio abitato; smontò allora la facciata e la rimontò alla meglio lì vicino, ai piedi del Campidoglio, dove però si capì presto che ci stava come i cavoli a merenda e che quindi  il “tacon” era peggio del “buso”.

Qualcuno dei suoi successori, venti anni dopo, passeggiando per il Gianicolo, fu sgradevolmente colpito da quel serbatoio che deturpava una passeggiata impreziosita dai busti degli eroi garibaldini. Ma, da architetto qual’era, capì al volo che poteva essere nascosto proprio dalla facciata della casa di Michelangelo che dava così fastidio ai piedi dell’Ara Coeli. E così essa fu trasportata vicino a Garibaldi, un po’ come accadde a quella della Madonna che volò fino a Loreto.

Se si scende dal Gianicolo con l’idea di fare un semplice trasferimento dal belvedere di Roma al folklore trasteverino ci si sbaglia perché la leggenda, l’arte e la storia si impossessano della tua testa costringendola a fermarsi a ricordare, ad ammirare e a compenetrarsi con questo colle. Ciò accade sia se per calarsi a valle si scelga via Garibaldi che, ironia della storia fu voluta proprio da Pio IX, sia che si vada per la più recente strada di ispirazione sabauda nata in onore della regina come passeggiata Margherita, e che oggi ha assunto la più logica denominazione di Gianicolense.

Da una parte prima di arrivare a palazzo Corsini ci si imbatte nel fontanone dell’acqua Paola e poi in san Pietro in Montorio, dall’altra si incontra sant’Onofrio. Il fontanone, oltre ad essere qualcosa di grandioso ed insieme armonioso, ci fa capire che i quattrini di cui disponevano i papi barocchi erano spesso accompagnati dalla capacità di pensare grande.

L’idea di ripristinare l’acquedotto traiano per risolvere la millenaria carenza d’acqua di cui soffriva l’altra sponda del Tevere da quando i goti l’avevano tagliato, non nasceva tanto dall’amore per il popolino della Lungaretta o di Borgo, quanto dal fatto che al di là del fiume c’era san Pietro con tutti i suoi cardinali. Il papa avrebbe potuto farsi arrivare l’acqua solo dove serviva agli uomini di potere per farsi il bagno a loro piacimento, ed invece ha abbinato l’operazione con il coinvolgimento di artisti e maestranze di grido facendo partecipe dei vantaggi il popolo, perché l’acqua dopo aver servito il Vaticano e abbellito la parete del Gianicolo che fronteggia la città, arriva a valle con l’altra grande fontana sulla sponda del Tevere.

Non ci si può non fermare sul piazzale che affacciandosi su Roma fa da cornice al fontanone. La quantità d’acqua che scorre è in sé uno spettacolo. Una guida sta spiegando a un gruppo di turisti spagnoli che i marmi sono stati presi dal foro di Nerva, e le colonne sono quelle della basilica costantiniana di san Pietro che all’epoca si stava smontando per costruirci sopra il cupolone. Lo scroscio dell’acqua è così forte che deve strillare, e allora pezzi di storia antica pretendono di ficcarsi nella mia testa mentre io, guardando la parte più alta del monumento, sto pensando all’acqua. Un mio amico, Giorgio Weiss, uno strano personaggio fuggito dalla magistratura che comprimeva il suo individualismo per diventare, e la parola merita rispetto, un guitto, mi ha portato un giorno lì sopra dove nei locali di servizio, una volta adibiti al controllo del flusso dell’acqua, c’è un teatro.

È questo che impressiona di Roma, le particolarità succose e le chicche della vita odierna le trovi in tutte le città del mondo, ma qui si fondano con un’arte e con una storia vecchie di secoli, anzi di millenni.

Questi due pilastri della cultura giocano qui a rubarsi l’un l’altro la scena, così basta qualche centinaio di metri di discesa perché san Pietro in Montorio con la sua bella facciata, il chiostro del Bramante e gli affreschi del Vasari ci faccia dimenticare il fontanone. Ma il tutto, e qui sta anche la magia, si contenta di far solamente da fondale di scena all’arrivo della salma di Beatrice Cenci.


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Achille Leonardi - Beatrice Cenci in carcere - 1852


È un tardo pomeriggio di quel terribile 11 settembre del 1599, nel quale la sua testa è stata staccata dal busto nel piazzale antistante Castel sant’Angelo, davanti a una folla inferocita contro il carnefice protetto da un plotone di gendarmi. Era stato il processo del secolo: una fanciulla vittima delle attenzioni morbose e delle angherie di un padre padrone, accusata di avere ordito una congiura per ucciderlo. Rea confessa insieme ai suoi complici, cioè alla matrigna e ai fratelli, tutti torturati a dovere. Un movente da far commuovere, i dubbi che gli aguzzini avessero costretto la giovane ad ammettere colpe non sue, fanno sì che il popolo chieda a gran voce la grazia.

Ma il papa Aldobrandini è lo stesso che ha firmato la condanna di Giordano Bruno e che ha preteso la testa di Menocchio, un mugnaio friulano che si ingegnava ossessivamente a negare tutti i dogmi e che era chiaramente pazzo. È logico che faccia procedere anche questo boia: si taglia la testa alle donne, si squarta il fratello maggiore e l’unico che si salva, si fa per dire, è il minore che viene condannato a remare a vita nelle galee pontificie. Roma reagisce con la pietà, accompagnando in massa la giovane alla sepoltura. Così quando la salma giunge a san Pietro in Montorio, la coda del corteo deve ancora transitare per ponte Sisto. Anche il cronista, edulcorando la scena del trasporto, si adopera per lasciare un bel ricordo di questa sfortunata fanciulla, la cui testa su un vassoio d’argento precede il corpo. “Piccola, rotondetta e bellissima di faccia; haveva gli occhi piccioli, il naso profilato, le guance candide con la fossetta in mezzo a segno che anche morta pareva ridesse come in vita”.

La storia di Beatrice Cenci, comunque si consideri, è la metafora dei peggiori istinti dell’uomo che non hanno finito di esprimersi con la sua decapitazione.

Ci mettono la loro anche i soldati francesi che nel 1849, assediando le truppe di Garibaldi attestate in cima al colle, profanano la sua tomba, rubano il piatto d’argento e si mettono a giocare a palla con il suo teschio. Avrei potuto non riviverla tutta questa brutta storia se fossi sceso a Trastevere dall’altra parte.

Dopo esser passato in mezzo ai busti di tanti sconosciuti, sarei finito in quel caso a sant’Onofrio per fare un’altra indigestione di bella architettura rinascimentale e di pregevoli dipinti: Pinturicchio, Domenichino, e chissà quanti altri bravi pittori. Tra le arti figurative sgomitanti per cercare di emergere ai miei occhi, avrebbe però vinto a sorpresa la poesia, perché sarei finito col fermarmi sulla tomba eccellente che la chiesa ospita.

Sarei stato in imbarazzo davanti a quel marmo, perché Torquato Tasso, che sarà stato pure un gran poeta, a me è antipatico. Per accettare la sua grandezza artistica devo fare un atto di fede, quando al liceo tentavano di spiegarmelo, io ero preso a fare una battaglia navale. In seguito non ho più avuto modo di apprezzarlo perché lui ha verseggiato per raccontare storie, e le storie soprattutto se sono lunghe hanno poco a che fare con la poesia. Io credo nei poeti capaci di trasmettermi, in una sintesi di parole e idee, sentimenti che da solo non so provare a pieno, o che tengo riposti così tanto nel profondo da non saper neppure di possedere.
 

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Felice Schiavoni - Torquato Tasso e Eleonora d'Este - 1839

 

A me, insomma, piace Leopardi e non lui, ma siccome a Leopardi piaceva tanto il Tasso al punto di fare un viaggio fin qui per vedere la sua tomba, per la proprietà transitiva rispetto quei poemi anche se sono una pizza. Il fatto di non apprezzare la sua opera non può essere però la causa principale dell’antipatia che provo per lui; a che altro è dovuta allora? Forse al fatto sostanziale che era un vate di corte: Napoli, i Gonzaga, il papa. Figlio di un cortigiano, era rimasto tale anche lui, un parassita dei ricchi che scriveva soprattutto per compiacerli. Non bastasse questa grave circostanza, si aggiunge che era codino al punto di sottoporsi di sua volontà all’Inquisizione per verificare, nel duro confronto con quel popò di prelati, se pensasse proprio come loro pretendevano. Naturalmente lo assolsero, ma questa assoluzione per me è una condanna. Ha vissuto l’ultimo periodo della vita nel convento annesso a questa chiesa, con l’intento dichiarato di ritemprare lo spirito e di riflettere all’ombra della celebre quercia che ha vegetato qui sopra per secoli.

 

A guardare meglio le cose si scopre che era qui a brigare per farsi incoronare pomposamente in vaticano come vate ufficiale del papa che, giova ricordarlo, era sempre quello di Giordano Bruno e di Beatrice Cenci. È morto a 50 anni tra queste mura, senza avere la soddisfazione di essere incoronato. Penso sia vissuto abbastanza perché difficilmente avrebbe aggiunto al suo poco affascinante curriculum qualcosa altro di positivo.

Visto che ho scelto di arrivare a valle da questa parte, devo imboccare la discesa di sant’Onofrio che mi porta dritto dritto a Santo Spirito, che col suo tunnel è il luogo nel quale la modernità ha portato a Trastevere i più grandi stravolgimenti. Non mi resta da qui che imboccare via della Lungara, che corre dritta fino a porta Settimiana, il cui nome ricorda che alle pendici del Gianicolo all’epoca di Settimio Severo c’era una fabbrica di tegole e mattoni di cui questo fornice era uno degli archi di sostegno.

(continua)

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Inserito il:03/12/2014 12:56:34
Ultimo aggiornamento:02/01/2019 13:47:27
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