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Aggiornato al 25/02/2018
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Masolino da Panicale (1383-1440) – Il miracolo della neve (Particolare)

Passeggiate romane (Quattordicesima puntata).

continua da Tredicesima puntata


Alla ricerca del medioevo, del rinascimento

e del barocco romano. (seguito)


Quando sono a Santa Maria Maggiore mi sono liberato da un incubo; queste storie, impregnate di lussuria cattiveria e sangue le ho ormai alle spalle, cancellate dalla forza politica di Gregorio VII. Ci arrivo di sera il 5 di agosto in un momento magico. Infatti l’architetto Cesare Esposito, un fan di papa Francesco non privo di fantasia e di quattrini, ha messo su uno spettacolo di suoni e luci di grande effetto per ricordare l’evento che nello stesso giorno del 358 d.C. ha indotto papa Liberio a disporre la costruzione della basilica. I suoni e le luci sono accompagnati da una grande nevicata artificiale a ricordo di quella verificatasi allora, così fuori stagione, per volere della Madonna che, in modo così strambo, manifestò in sogno al papa, e contemporaneamente al patrizio che doveva finanziare l’opera, la sua volontà di sostituire in loco Giunone lucina, protettrice delle partorienti, che aveva avuto lì fino a quel momento il suo tempio. Liberio, anzi il patrizio, non badò a spese e eresse qualcosa di molto più grande coprendo anche una ricchissima domus e le botteghe che la circondavano.

Queste vestigia della Roma imperiale sono però riemerse. Per evitare che il pavimento della basilica, come minacciava di fare, cedesse, si è dovuto sostenerlo con dei plinti. Negli scavi tutto è tornato alla luce e rivive rabberciato in un percorso turistico sotto il tempio cristiano.

Io, muovendomi sopra nel trionfo del barocco, che come accade in tanti altri luoghi di Roma affianca e spesso offusca la semplicità dell’arte più antica, cerco invece il presepio di Arnolfo di Cambio. Lo hanno spostato in un museo recentemente allestito a fianco della navata di destra, che assiema i vestiti e gli arredi liturgici di una gran quantità di papi. Era stato per secoli in una delle cappelle della chiesa, chiamato sapientemente a rafforzare la tradizione della basilica che ospitò il primo presepe della storia costituito, come la parola presepium indica, dalla mangiatoia nella quale nacque Gesù, giunta miracolosamente qui insieme alle fasce del neonato per dar manforte a papa Liberio.

Qualcuno, che se fossi un cardinale licenzierei in tronco, ha deciso chissà perché di sporcare la delicatezza di quelle impagabili figure di terracotta mescolandola con gli ori di tanti calici e di tante pissidi e con i ricami e i gioielli di altrettante stole e cotte, tutte eguali e tutte vergognosamente eccessive nel confronto della miseria dei secoli e di quella attuale. Entro in sacrestia per protestare con qualcuno che conta.

Mi fanno sedere in un salottino, il parroco è impegnato ma se voglio posso attenderlo. Sono stanco e mi riposo volentieri. Sono appisolato quando qualcuno mi sussurra all’orecchio che mentre aspetto posso accendere il televisore che mi è di fronte.

Quando lo schermo si illumina la scena è la sala del trono del palazzo papale del Laterano. A debita distanza e più in basso del seggio di Gregorio IX, al secolo Ugolino dei Conti di Segni, sono seduti due domenicani, Giordano di Sassonia, che è subentrato come padre generale dell’ordine alla morte di Domenico di Guzman, e il suo vice Raimondo di Peñafort.

L’ambiente, da poco riallestito per il ritorno a Roma del pontefice dopo due anni di peregrinazioni per il Lazio a seguito della sua cacciata, è arredato solo dell’essenziale. La luce delle numerose torce alle pareti e del fuoco acceso nel grande camino mettono in risalto le rughe che affaticano il volto del papa, segnato dal tempo.

“Vi ho convocato per una missione importante. I nostri sono tempi tumultuosi, e le vicissitudini fortunate che il Signore ci sta riservando possono non durare a lungo; occorre, quindi, sfruttarle senza indugiare troppo. Solo pochi mesi fa la città era in mano ai ribelli e agli eretici, e i soldati di Federico II saccheggiavano il contado. Le nostre preghiere sono giunte, però, al Signore che ha ricondotto l’imperatore al timore di Dio e lo ha spinto a togliere le truppe dalle nostre campagne, per condurle in Palestina, contro gli infedeli. Il Padreterno ha voluto anche punire Roma per ciò che ci ha fatto, con un’inondazione quale non si ricorda a memoria d’uomo. L’acqua ha devastato per giorni e giorni campi e abitazioni, e quando si è ritirata ha lasciato desolazione, fame e peste. Gli stessi tribuni che ci avevano cacciato ci hanno dovuto richiamare a furor di popolo, supplicandoci di togliere l’interdetto e di promuovere novene e processioni di riconciliazione. La gente ora è tutta con noi, ed è il momento di agire. Ho istituito un tribunale speciale per combattere eresie e ribellioni al verbo divino, di cui siamo interpreti. Il vostro ordine fornirà i giudici; scovate gli eretici e i ribelli che tentano di confondersi tra i fedeli, fate confessare le loro colpe, e consegnateli al boia. I vostri frati devono dimostrare pietà cristiana per chi si pente, ma severità inflessibile per i reprobi. Attenzione però, che non si lascino trarre in inganno dai falsi pentimenti. Il demonio, quando conquista un’anima, l’abbandona solo con il fuoco del rogo”.

Ora la scena si sposta nella sala del tribunale delle cause dei santi, nel palazzo apostolico adiacente proprio a questa basilica di Santa Maria Maggiore.  Una decina di prelati, ciascuno dietro il proprio scanno, sta ascoltando il discorso del cardinale Giangaetano Orsini, istruttore della pratica di beatificazione di Francesco d’Assisi, morto un paio di anni prima, in odore di santità. Il porporato sta concludendo il suo intervento.

“Vi ho voluto rammentare nel dettaglio gli eventi miracolosi che hanno accompagnato la vita terrena di Francesco, per sollecitarvi ancora una volta a concludere questo processo con una sentenza di accoglimento della mia istanza, alla quale ci richiama, oltre che l’Altissimo, anche il sommo pontefice, che si chiede quotidianamente come mai questo tribunale indugi da mesi a concludere i suoi lavori. Il movimento religioso che il frate di Assisi ha generato sta accogliendo coloro che vogliono dedicare la vita a Dio secondo la regola della povertà e della preghiera, ma nel rispetto dell’autorità ecclesiastica. La santificazione di Francesco non potrà, quindi, che rafforzare la nostra santa romana chiesa. Che lo Spirito Santo vi illumini”.

I prelati lasciano ora la sala e, confabulando tra loro, si recano lentamente verso il chiostro, dove li attende un chierico pronto a rifocillarli con un decotto, un succo di limone, o più semplicemente con dell’acqua di fonte. La maggior parte di loro fa crocicchio intorno al vescovo Celeste da Fabriano, avvocato del diavolo nella causa, finché uno scampanio non richiama tutti in aula.  L’obiettivo li segue fino a centrarsi su Celeste, che ha chiesto la parola.

“Reverendi padri, ho ascoltato le belle parole di sua eminenza Orsini, e condivido le ragioni dell’ansia del Santo Padre, ma la mia funzione, necessaria quanto ingrata, mi obbliga ad esser certo della santità di chi questo tribunale dichiarerà assunto alle più alte glorie del paradiso, senza lasciarmi trascinare dal desiderio che ho, come ognuno di voi, di concludere positivamente questo processo. Analizzando ad uno ad uno gli eventi che sono stati riassunti così bene da sua eminenza, non ne trovo però, purtroppo, neppure uno nel quale ci sia la certezza del soprannaturale. In questi mesi ci siamo recati nelle campagne di Rieti ad interrogare i contadini sulla miracolosa produzione della vigna, pur devastata dalla folla che seguiva Francesco, senza trovare alcun riscontro; siamo andati a Radicano a verificare l’impronta impressa dal suo piede nudo su di un sasso, per giungere alla conclusione che si tratta di una conformazione naturale della pietra. Siamo stati, poi, a Gubbio, senza riuscire ad incontrare questo famoso lupo mansueto, e al monte della Scorza, dove abbiamo sì visto dell’acqua sgorgare dalla roccia, ma chi ci dice che la sorgente non fosse lì assai prima che ci passasse Francesco?  Quanto poi alle prediche agli uccelli, ai porci e al bacio al lebbroso, non si tratta di eventi di per sé miracolosi”.

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Giotto (1266-1337) – Stimmate di San Francesco – 1300 - Louvre

Orsini si alza di scatto. “Eccellenza, ha dimenticato le stimmate. Francesco ha miracolosamente ricevuto dal Redentore i segni della passione sul Golgota”.“Lei ha affermato, eminenza, che l’evento sarebbe avvenuto durante l’ascesa sul monte della Scorza, ma le stimmate Francesco non le ha mai fatte vedere a nessuno, e soprattutto non pare ne abbia mai parlato. Le ha scoperte frate Elia dopo le sua morte, e ha affrontato il problema solo dopo l’inumazione. Ora, frate Elia, il nuovo padre generale dell’ordine, è sicuramente degno di fede, ma lei mi insegna <unus testis, nullus testis>. In conclusione, non sono nelle condizioni di togliere il mio veto alla beatificazione di Francesco d’Assisi”.

La scena torna nella sala del trono del palazzo del Laterano, dove Gregorio IX è su tutte le furie. “Non mi capacito che lei non abbia avuto la forza di imporsi al vescovo Celeste con la sua autorità, potendo manifestare, oltretutto, quale fosse il mio volere. Mi sembra di essere stato chiaro sul perché abbiamo urgente bisogno di questa santificazione. Ma ha insistito sulle stimmate? Si tratta di un miracolo straordinario, e frate Elia può confermarlo”.

“Certo che ho insistito, ma lui dice che solo frate Elia non basta. Bisogna prendere atto, santità, che l’avvocato del diavolo è irremovibile. L’ho fatto avvicinare in privato da quasi tutti i giudici, ma non c’è stato niente da fare, e lei sa bene il motivo. Anche se non è un domenicano, è come se lo fosse. Ha strettissimi legami con Raimondo di Peñafort, ed è meglio non chiedersi il perché”. “Ma glielo ho detto a Raimondo che farò santo anche Domenico! Però ci vuol tempo, occorre istruire la causa anche per lui, aprire il dibattito, passerà sicuramente qualche anno!”.

“Santità, lei sa quanta poca fiducia si può avere nel tempo; probabilmente costoro non mollano finché non sono sicuri che sarà fatto santo anche il loro fondatore”.

“Noi non possiamo attendere. Convochi per domani mattina un’altra riunione; interverrò di persona”.

La telecamera riprende ora la lettiga pontificia, che, preceduta e seguita da un nutrito drappello di alabardieri che la proteggono dai tanti ghibellini ancora in giro, percorre le vie che portano dal palazzo del Laterano a Santa Maria Maggiore. Quando il gruppo raggiunge la basilica, il papa scende dal trasporto, imbocca il portone del palazzo apostolico e sale in fretta la scalea che porta alla sala delle udienze. Indossa una veste da camera, ed ha l’aria di essere appena sceso dal letto. Spalanca senza indugio la porta, ed entra d’impeto nell’emiciclo del tribunale, provocando la meraviglia di tutti i presenti che si alzano in piedi di scatto. Quando è al centro della scena, mostrando le mani ai giudici, esclama ad alta voce: “Dilecti fratres, nunzio vobis magnum prodigium. Haec noctis Franciscus in somnum mihi venit. Manes eius manabant cruorem: attingi, Gregorius, sanguinem meum et praebe eum incredulis. Spectate fratres. Ecce sanguis Francisci et Christi, domini nostri”.

Detto questo, il papa fa un giro per gli scanni, mostrando ad uno ad uno dei giudici le sue mani imbrattate di sangue, poi, così come è venuto, volta le spalle a tutti e lascia la sala. Il vescovo Celeste, con la rabbia che gli sprizza dagli occhi e rosso in volto, si alza e annuncia: “Diletti padri, rimuovo il mio veto”.

Mi risveglia un prete filippino che mi dice: “Il palloco è ancola impegnato, noi dobbiamo chiudele”.

A San Pietro ci arrivo da Borgo Pio, o meglio da quel che resta del borgo dopo lo sventramento che ha fatto spazio a via della Conciliazione. Non mi va di intrupparmi nella fila di pellegrini che si avvicinano alla piazza per la via maestra, tra botteghe che vendono il sacro, paninari, preti e monache che vanno e vengono dal loro comando generale.
Purtroppo anche nelle poche strade che restano e persino nei vicoli di Borgo Pio non c’è più traccia di quello che deve essere stato un vivo quartiere popolare. Oggi c’è solo un’enorme pizzeria per tutte le borse.

Piazza San Pietro è bellissima malgrado le transenne e l’esercito di poliziotti in divisa e in borghese che sorvegliano la avanzante e paziente fiumana diretta verso la chiesa attraverso i percorsi obbligati. Stupisce la perfetta armonia di questo scenario che è frutto di idee e di direttive spesso contrastanti di tante prime donne, papi o architetti quali sono stati Pio II, Alessandro VI, Giulio II, Pio IV, Sisto V, Paolo V, il Bramante, Raffaello, San Gallo, Michelangelo, Vignola, Fontana, Maderno e il Bernini, per ricordare solo i più noti tra quelli che hanno messo mano e bocca nell’opera facendo e disfacendo attraverso due secoli per arrivare magicamente a tanta perfezione.

Scartando da laico l’intervento divino, mi viene di annoverare san Pietro tra le meraviglie naturali del nostro pianeta, quali sono certe montagne o canyon generatesi nel tempo dall’azione, altrettanto imprevedibile e contrastante, dei venti e delle acque.

Sono venuto qui a coronamento del mio pellegrinaggio per cercare anche in questa basilica le radici della Roma medioevale, ma dentro questo gigantesco museo del barocco di medioevo non c’è traccia. Cerco di trovarlo mischiandomi tra coloro che si infilano nella visita al cimitero dei papi: una passeggiata troppo lugubre per stimolare la fantasia. In questo archivio di bare pontificali il senso della morte non è attutito come in quelli dei comuni mortali a cielo aperto dal verde degli alberi e dal profumo dei fiori. E poi fa male vedere sepolti tanti mediocri uomini di apparato vicino a dei mascalzoni e soltanto a così poche brave persone.

Vado allora ancora più in basso, negli scavi che conducono sotto la basilica, ma anche qui non c’è medioevo. Si tratta solo di un percorso accidentato tra i resti del cimitero romano di epoca imperiale che preesisteva alla chiesa, disegnato per portare i pellegrini alla falsa tomba di Pietro. Non è una delle balle più assurde, ma ne ho abbastanza di reliquie mistificanti.

Per ritrovare qualcosa dell’epoca che cerco, sepolta dall’esplosione rinascimentale barocca della città, dovrei percorrere quella ben nota galleria fortificata, conosciuta come “il passetto”, che unisce il vaticano a Castel sant’Angelo. La fece costruire Niccolò III, un papa Orsini, alla fine del 1200 quando decise di trasferire da san Giovanni nel fortilizio di famiglia, a due passi dall’ufficio, la sede apostolica per raggiungere senza rischi la sicurezza in pochissimo tempo.

Dentro Castel sant’Angelo potrei sì trovare tanto medioevo; già all’epoca di Onorio il sepolcro di Adriano, di Antonino Pio, di Commodo, di Marc’Aurelio, di Settimio Severo e di Caracalla, nonché dei loro familiari, aveva cambiato destinazione e conseguentemente look, inserito come fu nel sistema di difesa delle mura aureliane come baluardo fortificato. Conteso nei secoli bui dalle nobili famiglie romane perché lì dentro c’era posto per tenere la guarnigione di sgherri, per ospitare banchetti affollati e per imprigionare i nemici, diventò la roccaforte di Teofilatto, padre di Marozia amante del papa Sergio III. Marozia vi celebrò in gran pompa il suo matrimonio con Ugo di Provenza.
Nei secoli passò poi ai Crescenzi, ai Pierleoni e infine agli Orsini. Insomma li vide tutti i padroni di Roma medioevale. Di quell’epoca però ne ho ormai abbastanza, e riapro gli occhi all’interno della basilica.

Mi sento a disagio. Mentre all’ingresso tutto, per quanto mastodontico, sembrava in armonia con me, man mano che procedo e mi accosto alle tombe che abbelliscono le pareti, esse mi appaiono nelle loro dimensioni monumentali e mi ritrovo come Gulliver nel paese dei giganti. A questo disagio si aggiunge il senso di fastidio che provo spesso nei confronti dell’architettura barocca. Mi sembra inutilmente complicata e ridondante e mi ricorda un periodo storico, quello che precedette l’illuminismo, che non mi è mai piaciuto.

Penso che se la Roma dell’età moderna, quella che ha superato il medioevo, fosse rimasta rinascimentale e fosse ancora tutta come palazzo Farnese, palazzo Spada o palazzo Venezia, e come ponte Sisto, via Giulia, il Campidoglio o Campo dei Fiori, sarebbe assai più bella. Mi vengono in mente le tante chiese rinascimentali romane inutilmente arricchite dalla volontà si strafare dei papi barocchi.

Giunto però davanti al baldacchino del Bernini, che del barocco è una delle espressioni più pure, rifletto sulla mia antipatia per questo stile. Non si può archiviare quest’opera con i suoi immensi pilastri ritorti affibbiandole qualche aggettivo sgradevole e supponente, così come non si può dire che l’intervento barocco che ha portato i dipinti del Caravaggio dentro santa Maria del Popolo sia stato inutile, o che la fontana del Tritone abbia alterato l’armonia di piazza Barberini.
Il vero è che la Roma barocca, sovrapponendosi a quella rinascimentale, si è fusa con essa in un insieme armonico che il tempo, come spesso accade, ha reso se non omogeneo di una bellezza coerente. Inevitabilmente alzo gli occhi verso l’interno della cupola e il pensiero non può che andare a Michelangelo.

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Peter Rittig (1789-1840) – Papa Paolo III Farnese visita Michelangelo nel suo studio

Lo vedo, ormai ultraottantenne, confermato a capo degli architetti di san Pietro, mentre si trova a dover gestire un’opera ben al di là dall’essere terminata. Deve combattere con tanti detrattori che, nella speranza di prendere presto il suo posto, criticano ogni sua decisione. Tra i tanti problemi c’è quello di avere l’impossibilità di seguire direttamente il lavoro delle sue squadre, incapace com’è ormai di salire e scendere dai ponteggi.

Capisce che il completamento dell’opera andrà ben oltre la sua vita, e che qualcuno avrà agio di alterare, forse per deturpare, le sue idee. Perché ciò non accada, l’unica speranza è di arrivare quanto meno a realizzare fisicamente i primi rialzi della cupola. Se essa dovesse rimanere nei disegni o nei modellini, pur approvati, sarà facile per qualche suo successore nominato dai futuri papi (lui di rappresentanti di Cristo in terra ne ha visti passare tanti) stravolgere il progetto.  Lo vedo passare ore e giorni a meditare con la testa volta verso l’alto nel silenzio sacrale del Pantheon.

Perché allora nel Pantheon si poteva riflettere, non era stato deturpato né dalle tombe dei Savoia imposte lì dentro per dar loro da morti una statura che non avevano avuto in vita, né dalle migliaia di turisti che girano intorno per uscire in fretta e lasciare presto spazio alla curiosità di altri fagottari che premono all’ingresso, né dagli improbabili centurioni schierati all’entrata insieme ai venditori di ricordi. La cupola andava realizzata con quelle tecniche sperimentate da 1500 anni di vita e soprattutto con quella armonia.

Lo immagino Michelangelo nel momento che capisce che al punto nel quale è arrivata l’opera nessuno potrà farla mai tornare indietro, e che quindi è l’ora di morire.

Lascio san Pietro con in testa Michelangelo e la sua cupola, due giganteschi simboli che si fondono in uno; il primo vissuto magicamente tra la fine del rinascimento e gli albori del barocco rappresenta i due stili che ormai immortalano la Roma moderna con la stessa forza con cui i Fori caratterizzano l’età imperiale. L’altra, la sua opera architettonica più significativa, simbolo di Roma quanto e più del Colosseo perché quest’ultimo bisogna andarlo a trovare, mentre il cupolone appare ai romani di continuo, dal Pincio, dal Gianicolo, dai tantissimi tetti delle case del centro storico e dagli scorci che si aprono improvvisi nelle vie e nelle piazze che lo circondano.

I preti, nel concordato, hanno preteso di sancire che è di loro proprietà, ma non è così perché assai prima di essere come loro sostengono il simbolo del cattolicesimo, il cupolone è il simbolo di Roma e Roma non è cattolica, è semplicemente da 2700 anni romana. Quella cupola fa parte come la luna e le stelle del cielo di Roma, quel cielo che come bene scrisse Manzoni, al contrario di quello lombardo che è bello solo quando è bello, è bello sempre.

Vorrei salire sul cupolone perché da lassù si abbraccia l’intera Roma, cosa che non accade quando la si ammira dalle alture della città; dal Gianicolo, dal Pincio e da Monte Mario se ne vede solo una fetta, ampia e bella che sia. Ma troppa gente, per lo più intruppata e in attesa di salire, mi fa rinunciare perché il turismo di massa a questi livelli è insopportabile.

Mentre lascio la piazza di san Pietro mi viene in mente che c’è un altro posto da dove si possono guardare dall’alto tutti i 360° della città; certo è un surrogato del cupolone, ma è raggiungibile più serenamente e non ci sono tempi contingentati per godersi lo spettacolo. Così l’immagine dell’altare della patria, mentre percorro corso Vittorio tra chiese barocche, palazzi rinascimentali e statue fuori luogo di gente dell’età umbertina, si sostituisce nel cervello a quella della meraviglia michelangiolesca.

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Goffredo Godi (1920-2013) – Roma:Il Vittoriano - 2001


È un drammatico salto di qualità in basso, un precipizio. La cassata, la zuccheriera, la macchina da scrivere e chissà quali altri bislacchi epiteti ha ispirato quell’ammasso inconcludente di marmi, scagliato dai piemontesi come una bomba devastante tra l’Ara Coeli, il Campidoglio, i Fori e palazzo Venezia. Il disprezzo che aveva mio padre, maturato evidentemente prima di concepirmi, mi è arrivato tutto nei cromosomi.

Quando arrivo fisicamente alla base dello scalone, mi accorgo però che gli ottanta anni e passa da quell’offesa al buon gusto paterno, mi hanno portato saggezza perché, al contrario di papà, lo rivedo con l’occhio benevolo del tempo. Mi pare innanzi tutto evidente che presto (un presto naturalmente misurato con i tempi della storia) qualcuno penserà bene a togliere da lassù quell’improbabile Vittorio Emanuele a cavallo che mi sovrasta per portarlo altrove, in qualche innocua piazza di periferia o in qualche villa, nascondendolo tra gli alberi.

Penso poi che è ormai in corso l’opera del tempo che amalgama le espressioni architettoniche, belle o brutte che siano, nell’unicum che è la città. Forse lo stesso rifiuto per le monumentalità esagerate degli imperatori hanno provato i senatori romani abituati alla linearità dell’architettura repubblicana, e forse lo stesso disgusto hanno provocato le ridondanze del barocco in coloro che si erano assuefatti alla sobria eleganza degli edifici rinascimentali.

Ma oggi, senza i resti delle une e la realtà debordante delle altre, Roma non sarebbe il capolavoro che è. Passerà del tempo, forse qualche secolo, ma è assai probabile se non certo che il Vittoriale farà parte di quell’armonia che già oggi unisce l’antica chiesa dell’Ara Coeli con la michelangiolesca piazza del Campidoglio. In questa ottica mi pare siano esagerati gli anatemi lanciati contro questo monumento; oltre tutto perché non prendersela anche con quella ridicola scimmiottatura di palazzo Venezia che lo fronteggia?

Rappacificato come sono con il mostro, salgo in cima per abbracciare l’intera città. C’è chi si sforza, aiutato dai cartelli, di dare un nome alle cupole, alle guglie o agli agglomerati più evidenti. È un modo sbagliato di stare qui, è più giusto per me confondere tutto, il gusto di un cocktail sta proprio nell’amalgama dei vari ingredienti, irriconoscibili sovrastati come sono da qualcosa di nuovo che è l’insieme. Il gusto della pienezza di questa visione è però offuscato dalla sensazione che ci sia qualcosa che manca, qualcosa di importante. Non si percepisce da quassù che oltre quelle guglie, quei palazzi, quei monumenti e quella storia c’è una periferia che pure circonda la città.

Una periferia abitata dalla maggioranza dei romani, o per essere più precisi dei residenti. Non lo si percepisce non tanto perché essa è più lontana dagli occhi, ma perché da lì non emerge nulla, o quanto meno nulla di caratteristico, nulla che abbia la forza di manifestarsi.

Una delle differenze tra la Roma attuale e quella del passato imperiale o clericale sta in questo. Allora il popolo viveva al centro, prima nella Suburra che confinava con i Fori, poi, nelle epoche dei papi, intorno al Tevere e ai palazzi dei ricchi, come testimoniano per esempio Trastevere o Borgo Pio. Oggi il popolo con la sua miseria, edizione moderna di quella del passato, vive lontano in enclavi spesso assai grandi, dimenticato oltre che dai ricchi anche dai turisti.

 
(continua)

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Inserito il:03/02/2015 19:27:10
Ultimo aggiornamento:15/02/2015 15:08:27
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