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Aggiornato al 17/02/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Giuseppe Vasi - Le magnificenze di Roma - Veduta dei Giardini e di villa Farnese -1710/1782

Passeggiate romane (Quinta puntata).

 

continua da Quarta puntata

Trastevere (seguito)

 

Via della Lungara, che corre oggi qualche metro al di sotto dei lungoteveri, prima dei lavori umbertini per il muraglione, sovrastava il fiume al quale si poteva arrivare gradatamente attraverso vigne e orti, pertinenze di fior di palazzi che affacciano ancora sul suo lato a monte. Sono palazzi che nei secoli i potenti rinascimentali e barocchi costruivano, abbellivano, abitavano e si scambiavano l’un l’altro. La via segue il tracciato della medioevale “subjaniculensis” che correva lungo le pendici del colle e finiva nel porto fluviale; si chiamò anche “sancta” per via che era percorsa dai pellegrini che sbarcando a Ripa si dirigevano verso San Pietro. Prese poi il nome di “Julia” quando fu risistemata, come quella parallela che corre dall’altro lato del fiume e che ha conservato ancora questo nome, da Giulio II che aveva in animo di farla proseguire fino al vaticano per facilitare il transito delle merci dal porto a casa sua.

Chi percorre in alto lungotevere non si accorge della Lungara così affossata alla sua destra se non per le bandiere che indicano il carcere di Regina Coeli; chi invece ne fa materia di una passeggiata e pone la mente al servizio del luogo, si immerge nella storia del potere rinascimentale e barocco romano, quello cioè delle famiglie che si affacciavano pomposamente sul Tevere al momento della loro massima potenza, usando i danari sui quali erano riusciti a mettere le mani quasi sempre per aver conquistato un papato. Costruivano o compravano un palazzo preesistente, spendevano un mare di soldi per abbellirlo, per lasciare poi agli eredi l’onere di svenderlo per far fronte al declino della famiglia.

Il primo che incontriamo di questi edifici è quello costruito dal cardinale Bernardo Salviati, “priore di Roma, grande elemosiniere di Francia, capitano generale delle galere pontificie e terrore dei turchi”. Ampliò un casino che era dei Farnese. Il palazzo nato Salviati è passato di mano molte volte fino a diventare quel collegio militare nel quale furono tenuti per due giorni nel 1943 i mille ebrei rastrellati in ghetto prima di essere mandati in Germania. Di fronte alla lapide che opportunamente affianca il portone, scompare il ricordo della Roma rinascimentale perché è assai più forte quello delle mille angosce che ininterrottamente si consumarono qui dentro in quelle 48 ore prima di trasferirsi, sempre più forti, nei vagoni piombati e nei campi di sterminio.

Efferatezze via della Lungara deve averne viste molte altre, a cominciare da quelle compiute proprio qui dalle truppe di Luigi Gonzaga, detto il Rodomonte, all’epoca del sacco di Roma, ma quella dell’accanimento nazista su quei poveretti è troppo recente e troppo atrocemente pensata a tavolino per non rubare la scena ad ogni altro orrore. Meglio andare oltre, anche se, allontanandosi da palazzo Salviati, ci si avvicina a Regina Coeli, di fronte alla quale non si può non pensare a quanti vi sono reclusi, soprattutto a quelli che lo sono a torto. Regina Coeli era un monastero diventato carcere un secolo fa in quel brevissimo momento di laicità che Roma ha vissuto e che ha consentito di far sloggiare i frati.

Anche qui c’era nel ‘500 una vigna con casino dei Barberini, da loro acquistata da chissà chi stava mangiandosi i soldi degli antenati. Fu Urbano VIII, che apparteneva appunto a quel casato, che lo costruì per fare un regalo alla vedova di suo nipote Taddeo, e alla sorella di lei, Vittoria Colonna, monaca del Carmelo. Naturalmente questa diventò subito la badessa dell’ordine. I conflitti di interesse allora erano frequenti tal quale a oggi.

Una storia assai più complicata di rimaneggiamenti, passaggi di proprietà, affitti e trattative eccellenti ha il palazzo Corsini che ci viene incontro man mano che ci si avvicina a porta Settimiana. Per lungo tempo è stato dei Riario, che all’epoca di Giulio II trasformarono in qualcosa di assai più imponente il loro quattrocentesco casino con giardino. Per far cassa però dovettero presto affittarlo a Mario Sforza, per l’iperbolica somma di mille scudi d’oro l’anno.  Ai primi del ‘600 sembrò che potessero venderlo al cardinale Borghese, che aveva il progetto poi accantonato di comprarsi tutta la strada fino al palazzo Salviati; si contentarono allora di riaffittarlo, per soli 800 scudi però, a Pompeo Targone che non era nobile ma aveva un bel cervello perché, oltre a inventarsi l’artiglieria leggera, produsse il progetto realizzato poi da Paolo V per riportare l’acqua di Bracciano a Roma. Dopo di lui l’affittuaria più illustre fu la regina di Svezia, che lo trasformò in un centro culturale.
 

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Galleria Corsini - Alcova di Cristina di Svezia

 

Per sua volontà il palazzo divenne sede dell’accademia dell’Arcadia, i cui adepti per tornare alla natura si riunivano nei boschi retrostanti, proprio dove oggi c’è l’orto botanico. Su questa scia l’edificio ha ospitato negli anni ogni accademia possibile e immaginabile, quella dei Nervosi, degli Imperfetti, degli Infecondi, e dei Querini, fino ad arrivare a quella dei Lincei che ha sede qui da quando il principe don Domenico Corsini, erede di quelli che alla fine avevano risolto il problema dei Riari comprandogli il palazzo, lo vendette nel 1883 al comune di Roma per due milioni e mezzo di lire. Prima di arrivare a porta Settimiana, proprio di fronte a palazzo Corsini, si incontra l’edificio forse più importante di tutta la strada, conosciuto col nome di Farnesina.

 

La dimora originale fu fatta costruire ai primi del ‘500 da Agostino Chigi proprio di fronte alla proprietà dei Riario che gli erano antipatici, facendoli morire di invidia e togliendo loro l’accesso al fiume. Il principe, che faceva il banchiere, aveva fatto soldi a palate con l’allume della Tolfa, del quale grazie a Giulio II aveva la privativa. Non badò a spese, quindi, chiamando a decorare le pareti i nomi più in voga all’epoca: Sebastiano del Piombo, Baldassarre Peruzzi, il Sodoma, e financo Raffaello che aveva un cachet assai alto. Ci ha lasciato il segno anche Michelangelo che, andando a trovare l’amico Sebastiano mentre stava dipingendo il monumentale Polifemo, notò nella parete accanto, nell’opera del suo rivale Raffaello, qualcosa che non gli tornava e gli volle dimostrare come avrebbe dovuto affrontare l’anatomia di quel volto che non gli garbava. Così in una delle lunette c’è stranamente dipinta una sua testa.

Sono rimasti celebri i banchetti che il principe dava nelle sale e nei suoi giardini. In uno, per il quale le cronache dell’epoca raccontano che spese 2000 scudi d’oro, mascherò la stalla con arazzi e tappeti al punto che gli ospiti pensarono di mangiare in uno dei saloni, e poi li stupì togliendo a fine pasto gli addobbi. In un altro, riservato “al pontefice et ai cardinali su una loggia sopra il fiume Tevere fatta fabbricare tutta dai fondamenti con infiniti ornamenti et belle di pitture”, il cronista racconta “esservi carne di tutti gli animali quadrupedi che si mangiano, così domestici come selvatichi, et uccelli d’aria, d’acqua, di terra che si possono trovare. Ci furono ancora tutte le sorti di pesci, havendone fatti venire quantità infinita vivi di Spagna Francia Fiandra Costantinopoli et diverse altre parti lontane, oltre ai casci, frutti et altre cose che si trovano o che si possono fare con arte. Mangiare che non si potrebbe mai descrivere, con tanta quantità di vasi et piatti d’argento et d’oro, che posti una volta in tavola levandoli si gittavano in detto fiume, et più non comparivano”. Un altro cronista ci rassicura che vi era un’alta rete che li raccoglieva ma che, malgrado la cura, a fine tavola mancarono tredici piatti d’argento.

Alla sua morte questa grandiosità, che per quanto volta a esaltare l’ospitalità dell’anfitrione deve essere stata eccessiva, finì e il figlio pensò bene di affittare il palazzo ad Alfonso Piccolomini d’Aragona, e successivamente di mandarlo all’asta attraverso la quale finì tra le proprietà del cardinale Alessandro Farnese, anche lui in vena di grandiosità. Pensava infatti di collegare il grande palazzo di famiglia con questa nuova chicca attraverso un ponte che doveva traversare il Tevere.

Con la sua morte il progetto è rimasto un’idea e il ponte si è fermato sulla sponda sinistra all’arco iniziale, che è quello che ancora oggi traversa l’attuale via Giulia. Pare proprio che il tempo e gli eredi siano le armi che la natura usa per riequilibrare le megalomanie che spesso ottenebrano le menti degli uomini. Quando anche i Farnese passarono, l’edificio entrò a far parte del patrimonio dei Borboni e finì per eredità a Ferdinando di Napoli, che non sapendo che farci l’affittò per 99 anni a un suo amico spagnolo. Per fortuna oggi è di proprietà dello stato.

Sembrerebbe essere arrivato il tempo di varcare la porta Settimiana per entrare finalmente nella Trastevere turistica e mangereccia, ma viene fuori qualcosa che non può non riportare indietro la mente alla Roma imperiale. Proprio sotto la Farnesina, e probabilmente ben oltre risalendo il greto del fiume, c’è un’imponente ricchissima costruzione romana di epoca augustea.

Quanto è venuto alla luce durante gli scavi per costruire il muraglione è solo la parte più vicina all’acqua, cioè una grandiosa esedra e alcuni locali adiacenti adornati con pitture e stucchi di tale raffinatezza da far pensare trattarsi dei giardini della grande villa nella quale andarono a vivere, dopo il matrimonio, Giulia Maggiore, la figlia di Augusto, e Agrippa, uno dei generali più vicini all’imperatore.

Questa, che probabilmente è più che un’ipotesi perché collima con i racconti degli storici dell’epoca, ferma la mia voglia di passeggiare per Trastevere e mi riporta alla corte che viveva questi spazi grandiosamente arredati e che dovrebbe essere stata lo strumento della tanto decantata pax augustea, cioè un’oasi di equilibrio tra le lotte di potere della tarda repubblica e gli arbitrii dell’età imperiale. Se si va però a leggere quello che hanno scritto della vita di Augusto Svetonio, Tacito, Plinio il vecchio e tanti altri si capisce che questa pax augustea riguardava più i confini dell’impero che la psicologia di chi viveva nella capitale. Ed in particolare i palazzi di cui stiamo parlando, che erano il regno della figlia prediletta dell’imperatore.

Si apprende che Augusto, che dichiarava di avere due passioni nella vita, la repubblica e sua figlia, dopo averla tolta alla madre da cui aveva divorziato, la usò sempre come uno strumento della sua politica. La promise sposa a due anni al figlio decenne di Marcantonio quando pensava che fosse opportuno far pace con lui, poi, sconfitto che l’ebbe ad Azio, la promise a Cotisone re dei geti che la pretendeva per dargli in moglie la sua di figlia e per siglare quindi l’alleanza. Alla fine, dopo questi giochini, la fece sposare con Agrippa, un suo generale che aveva venticinque anni più di lei. Agrippa morì presto e allora le fece sposare Tiberio, suo figliastro, per legittimare in tal modo la successione di lui al trono.

Giulia, però, che nel frattempo era cresciuta, aveva una sua testa e una sua vocazione; Velleio Fabercolo, un altro storico ben informato dei fatti, la descrive come inquinata dalla lussuria, elencando a titolo esemplificativo alcuni tra i suoi amanti: Jullo, Antonio, Quinzio, Crispino, Appio Claudio, Sempronio Gracco e il suo fratellastro Publio Cornelio Scipione. Plinio conferma la diagnosi, indicandola come “exemplum licentiae”.

Le corna a Tiberio fecero imbestialire l’imperatore perché l’accusa di adulterio mandava in crisi, con il matrimonio, la successione. Così la mandò in esilio a Ventotene, dove lei non poteva bere vino, non c’erano uomini e dove eventuali visitatori dovevano essere autorizzati da lui in persona dopo che fosse stato informato della loro età e dei connotati fisici. Dopo qualche anno, preso dal rimorso, la riportò sulla terra ferma per confinarla però in una torre in Calabria. Quando Augusto morì Giulia non ebbe il tempo di rallegrarsi perché Tiberio, che era riuscito malgrado il divorzio a diventare imperatore, era stato tanto infastidito dai tradimenti da ordinare che fosse isolata, priva di compagnia, in una delle stanze della torre, dove in stato di depressione non tardò a morire.
 

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Pavel Svedomskiy (1849-1904) - Giulia Maggiore, figlia di Augusto, in esilio a Ventotene.

 

Giulia, oltre a svagarsi con chi le capitava, era un essere umano che faceva figli con chi le veniva ordinato, e accompagnava Agrippa nelle campagne militari. Ne esce quindi meglio del padre e di Tiberio da questa storia che la dice lunga, appunto, su quanto non fosse di natura familiare la pax augustea.

 

Quando questa nuvola di ricordi passa, e torno ai miei buoi che nella fattispecie sono trasteverini, rifletto che se ai piedi di questa collina si svolgeva un pezzo della vita della corte imperiale, tale costruzione non poteva essere l’unica. È qualcosa che si ripresenta sempre nella storia:  intorno ai luoghi nei quali vive il potere, i maggiorenti per stare vicino al sole tendono a costruire le proprie ville. È assai probabile che molti dei tizi con i quali Giulia frascheggiava possedessero almeno un pied-à-terre sul Gianicolo.

E  così ogni volta che da queste parti si scava, come è accaduto quando si sono fatti i parcheggi per il giubileo, si trova qualcosa che si preferisce ricoprire, perché sarebbe troppo complicato e costoso andare avanti. Posso fare testimonianza diretta della ricchezza trascurata del sottosuolo gianicolense.

Anni fa, quando ero nel pieno dei miei “negotia”, ho frequentato un funzionario dell’ambasciata russa che viveva nella villa Abamelek. Questa è una residenza seicentesca che dopo numerosi passaggi di proprietà, è finita col suo parco di 27 ettari al principe Abamelek, e di conseguenza, dopo la rivoluzione di ottobre, è divenuta proprietà dello stato sovietico. La nuova Russia l’ha ereditata col beneficio della extra territorialità. Il mio conoscente, che era uno di quei comunisti che con le loro furberie hanno contribuito a convincere il mondo che Marx era un illuso, mi raccontava che, etichetta a parte, il suo reale lavoro era quello di fare su e giù con la Russia, con la valigia diplomatica o meglio col baule diplomatico, perché i reperti da portare in patria erano spesso ingombranti. Ne tiravano fuori a centinaia ovunque nel parco. Quello che i nostri archeologi hanno potuto appurare nel breve periodo nel quale sono potuti entrare perché eravamo in guerra con i russi (ma allora anche noi avevamo altro a cui pensare) è che lì c’era la caserma delle guardie di Nerone, e chissà cosa altro c’è in quei 27 ettari. E cosa altro in quell’altro pezzo di extra territorialità, questa volta vaticana, annessa all’ospedale del Bambin Gesù? Quante altre ville, quante altre caserme, e dov’erano gli horti di Cesare, e quelli di Geta il figlio viziato di Settimio Severo? Quanta altra storia si nasconde qui sotto?

Penso proprio tanta quanta ce n’è al centro di Roma, la differenza è che lì, dove si è costruito il nuovo, si è scavato di più. Il Gianicolo non nasconde solo la storia della Roma imperiale, perché non bisogna dimenticare che questa collina è stata per secoli di importanza strategica nella lotta di Roma con gli etruschi. 
 

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Antonino Saggio - 1969 – Gianicolo

 

Val la pena di ricordare che Veio nel VI secolo a.C. era assai più potente di Roma e occupava la riva destra del Tevere che gli stessi quiriti chiamavano allora, e continuarono a chiamare per secoli, ripa etrusca. Per i veienti l’accesso al fiume era essenziale per arrivare al mare e alle saline di Ostia; quello che accadeva dall’altra parte del Tevere dove c’erano delle tribù sabine più o meno barbare, poco li interessò finché i romani non osarono fare un ponte e, peggio, una testa di ponte proprio per allargarsi sul Gianicolo. Bisognava ridimensionarli, altrimenti col tempo avrebbero potuto invadere tutta la ripa e preteso un dazio per il sale. Per questo Roma dovette subire una sfilza di re etruschi.

 

La guerra di liberazione, se si piò chiamare così, li portò finalmente a poter accedere al Gianicolo sul quale posero un punto di osservazione per accorgersi per tempo dell’arrivo dei loro nemici e potere così, in fretta e furia, smontare il ponte che era appunto di legno. Quando poi arrivarono loro a circondare Veio e poi a distruggerla, il problema non si pose più. Questa è stata la realtà politico-militare per 500 anni, anche se raccontata con la semplicità dei cantastorie, e in essa ci stanno tutti i fatti edulcorati o addirittura immaginati da Tito Livio. Ci sta Orazio Coclite, che tiene buoni gli etruschi mentre i suoi nemici tolgono le assi del ponte, e ci sta Muzio Scevola che si brucia la mano per punirsi nell’accampamento di Porsenna, che doveva essere più o meno a piazza Santa Maria in Trastevere.

E allora c’è da credere che il Gianicolo, che una volta era avvolto nel mistero del dio Giano estraneo alla mitologia sabina che risiedeva misterioso oltre il Tevere, ed era terra nemica dove se si veniva presi era meglio rassegnarsi a morire, in periodo repubblicano divenne una dépendance molto gettonata della città. Vi costruirono un tempio non a Giano, che faceva ancora paura, ma a suo figlio Fontus con cui potevano avere maggior dimestichezza, e lo innalzarono proprio sotto il ministero della Pubblica Istruzione. Così come sotto villa Sciarra regalarono un tempio anche alla dea Furrina, come se fossero attenti a onorare dei di serie b oltre il Tevere, per non fare ingelosire quelli ufficiali.

Gli scrittori e gli attori che a quei tempi si riunivano in un unico sindacato “collegium scribarum istrionumque” ci impiantarono il proprio cimitero, nel quale fu seppellito tra i tanti il poeta Ennio. Il Gianicolo fu chiamato allora Pagus janiculensis, il che sta a dire che c’era un villaggio, e in esso si dovette rifugiare Caio Gracco che, scovato anche lì dai suoi oppositori, scappò nel bosco sacro di Furrina e lì, per non cadere nelle loro mani, si fece uccidere da un servo. Se ne deduce che Caio Gracco, campione della democrazia, si tirava dietro anche lui dei servi. È una di quelle cose del mondo che non cambiano.

La paura degli etruschi rimase nelle ritualità anche quando, se ce n’era in giro qualcuno, lavorava come schiavo a Roma. Dione Cassio ci racconta che ancora cento anni dopo la caduta di Veio, durante i comizi centuriati, un’assemblea di popolo che radunava più o meno tutti a Campo Marzio, sulla cima del Gianicolo doveva essere posto un grande vessillo visibile dal luogo della riunione. Era il ricordo di quando il presidio romano sul Gianicolo, posto di vedetta per segnalare per tempo il pericolo etrusco, proteggeva i momenti di assemblea nella quale anche le scolte sul ponte Sublicio si assentavano per parteciparvi; finché il vessillo, che non poteva che stare al posto di Garibaldi a cavallo, sventolava, non c’era da preoccuparsi.

Tutto questo e tanto altro ancora è qui sotto; non importa che non si abbiano i soldi, il tempo e l’amore per la storia per violentare il presente a favore del passato, perché basta passeggiare qui sopra con lo stato d’animo giusto e il passato sarà lui a venire fuori da solo.

 
(continua)

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Inserito il:05/12/2014 21:14:59
Ultimo aggiornamento:02/01/2019 13:48:40
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