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Aggiornato al 17/02/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Giovanni Paolo Pannini (1691-1765) – Piazza Navona

 

Passeggiate romane (Seconda puntata).

 

 

continua da Prima puntata

 

 

Piazza Navona (seguito)

 

Ma la vivacità di piazza Navona ha continuato a traboccare senza soluzione di continuità con altri attori, altre logiche e altre motivazioni. Questa mescolanza di storia e fantasia che mi ha occupato il cervello, così irrispettosa com’è della consecutio temporum, fa emergere dalla dissolvenza di san Giacomo i monaci benedettini. In quei secoli bui del papato, quando gli imperatori del sacro romano impero, a cominciare da Carlo Magno, pretendevano di usare i papi per far politica nominandoli e facendoli fuori in funzione degli interessi del momento, questi monaci di Farfa erano i loro alleati, le loro spie, e la loro longa manus a due passi dal soglio di Pietro.

 

Negli anni 1000 l’abbazia sabina era un potentato che controllava oltre seicento tra chiese e conventi, centotrenta castelli, trecento villaggi e sei città fortificate. A Roma, proprio per seguire meglio le mosse dei papi, aveva preso possesso, con la forza di chi la proteggeva, dei resti dello stadio, un’enclave nel cuore della città nel quale era agevole proteggere la propria privacy.

Era stato necessario solamente cacciar via i calderari che, da quando avevano finito di bivaccarvi i visigoti di Alarico e i vandali di Genserico, si erano installati lì per far la calce. Riducevano in scaglie i grandi lastroni di marmo di quella che era una cava inesauribile, e cuocendole facevano fumare quei forni a legna sparsi qua e là dove oggi c’è la fontana del Moro, quella del Nettuno o davanti a palazzo Pamphili. I monaci avevano devotamente posizionato tra gli archi che una volta sostenevano le gradinate la loro cappella, lì dove poi sorgerà san Giacomo, ma si può star certi che vi avevano costruito accanto ricoveri assai confortevoli per il loro sonno e per i loro banchetti, perché, come testimoniano i dipinti e le cronache, erano abituati assai bene.

All’alba piazza Navona si rianima. Non arrivano ancora coloro che dovranno affrontare le decine di migliaia di turisti che ogni giorni l’affollano; si cominciano a affacciare a quest’ora solo quelli che devono preparare la scena pulendo le strade e aprendo le botteghe, insieme a qualche vecchia beghina che ancora va in chiesa la mattina presto. Più tardi, con comodo, arriveranno, con i camerieri e i cuochi, i venditori di cianfrusaglie e di souvenir, i ritrattisti, le statue viventi, i giocolieri, i frittellari e tutto il resto dell’esercito che campa sulle mandrie di ogni razza che i pullman scaricano dalle 10 di mattina fino a notte nelle strade adiacenti.

Una miriade di gente intruppata in cerca di svago non nuovo per la piazza, abituata agli spalti gremiti per i ludi imperiali, alle processioni rinascimentali, a quelle barocche e ai bagni collettivi nell’emiciclo allagato.

Una piazza titolata quindi da secoli a gestire l’incontro tra la domanda di massa di effimero e la conseguente offerta da parte del potere. L’effimero di oggi è spesso sgradevole perché è standardizzato e servito come lo vogliono le processioni di giapponesi che seguono ordinatamente l’ombrello.

Ampi tratti di sgradevolezza doveva avere però anche quello dei secoli passati, spesso pacchiano perché destinato a un popolo incolto, affamato di panem e circenses. Non ci dobbiamo quindi colpevolizzare più di tanto noi moderni. Non è però questa la folla che la piazza ama conservare nei suoi ricordi, quanto quella molto più ricca di umanità e di brio costituita dai compratori e dai venditori di generi alimentari.

È una folla che ha cominciato a ospitare nel settembre del 1477 dopo che Sisto IV, dovendosi recare all’Ara Coeli, si rese conto che tutta la collina che scendeva dal Campidoglio verso il fiume e che ospitava il mercato era “stercorum et purgamentorum facta”. I venditori furono di conseguenza trasferiti al circo agonale dove si poterono meglio organizzare e controllare.

Da quei giorni la piazza è stata chiamata ad ospitare la compravendita quotidiana di alimentari, ma anche di merce varia fino al 1869; è infatti un editto di quell’anno il punto terminale di questa vocazione. Sembra strano ma Pio IX, che avrebbe certo avuto da pensare ad altro, pochi mesi prima della breccia di Porta Pia dispose un’importante serie di lavori che non consentiva la presenza del mercato. I nuovi padroni piemontesi poi non fecero più tornare le bancarelle al loro posto.

Fu una diaspora in quell’ultimo anno di papato dominante perché gli erbaggi furono trasferiti a Campo dei Fiori, i cereali alla Cancelleria, le castagne al Paradiso, le patate e la frutta al Biscione e le carni a Campo Boario. Quattro secoli di rapporto travagliato quello tra la piazza e le bancarelle fatte sgombrare numerosissime volte, ma ritornate sempre caparbiamente al loro posto.
 

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Giovanni Paolo Pannini (1691-1765) – Festa del lago a Piazza Navona



C’era innanzi tutto uno sfratto annuale quando in agosto ci si attrezzava per i bagni collettivi. Turate le fogne, protette le basi dei portoni e delle botteghe con assi di legno, la piazza concava si riempiva d’acqua con lo stesso flusso che veniva dalle fontane. Il gioco tra chi si divertiva a bagnarsi si faceva talvolta pesante e si trasformava in rissa, ma si trattava di quelle risse che il popolo romano sa saggiamente fermare prima che ci si faccia male.

Talvolta gli sfratti erano disposizioni provvisorie, talaltra editti definitivi che definitivi poi non erano. Accadde per gravi motivi come per l’inondazione del 1557 che portò i venditori a piazza Venezia, e per la peste del 1656 che li trasferì tutti fuori porta san Giovanni. Succedeva però anche che i motivi fossero legati a capricci di chi comandava al momento. Il cardinale Polignac li fece sloggiare nel 1729 perché voleva celebrare in piazza la nascita del delfino di Francia, e Napoleone nel 1810 per quella del re di Roma. Quando l’arroganza del potere non arrivava a farli sgombrare del tutto, ne riduceva gli spazi come accadde nel 1692 perché l’ambasciatore di Spagna giudicava insopportabile dover passare tra le ceste di frutta quando andava a pregare nella sua chiesa di san Giacomo, o peggio quando, come racconta un cronista, nel 1732 “stando per partorire la pronipote di santa beatitudine, e dandole fastidio il rumore dei venditori delle erbe in piazza Navona, avanti il palazzo di questa dama che è quello del Pamphili, ora il mercato delle medesime che si fa in quella piazza, si fa dalla parte che riguarda la piazza di sant’Apollinare”.

Le bancarelle rischiarono di scomparire definitivamente quando Innocenzo X sistemò la piazza nell’assetto che ora possiamo ammirare, e dispose che non dovessero tornarci mai più frutta e verdura per non svilire quello che era diventato il salotto della sua cognata/amante donna Olimpia. 

Ma “sic transit gloria mundi” e quel divieto fu rispettato solo fino alla sua morte. Non c’è da meravigliarsi di questa tenacia delle bancarelle a ricomparire, perché l’affezione di questo luogo, una volta stadio, al commercio popolare è diventata via via nei secoli incomprimibile, tanto che ancora oggi i venditori di tutto appena possono tornano, e la magia del luogo sta in questo, che essi si sposano sempre con le opere d’arte, con i palazzi nobiliari e con i secoli di storia che trasudano dalle sue viscere.

Il sapore di questo mercato alimentare protrattosi per secoli va rievocato spulciando tra le testimonianze di chi lo aborriva e quelle di chi ne era invece affascinato. “I giganteschi cumuli di  innumerevoli ceste, affidate alla custodia di certi guardiani a tal uopo destinati dal municipio, venivano in sul far di ogni sera disposti con qualche ordine sul piano tappezzato da uno spesso strato di resti putridi delle vendite antecedenti, per il che si presentava di continuo il delizioso aspetto di un olezzante letamaio, lungo e largo quanto le dimensioni longitudinali e latitudinali della piazza. In mezzo a siffatto letame si davano quotidiano convegno in sull’imbrunire i cenciaioli, per vendere tal genere di mercanzia raccolta per la città durante la giornata”.

Così è come la vedeva un certo Gasparoni, mentre qualcuno più giovane di lui, un tale Raffaele Giovagnoli, ricorda di aver abitato in piazza Navona in un piano alto, affacciandosi dal quale “La vastissima piazza tutta piena di bigonce di ciliegie, di canestri di pesche e di albicocche, di cofani di pomodori, di erbe di ogni maniera costituiva uno spettacolo straordinario, che non trovava riscontro in alcun altra cosa simile veduta dinanzi. A quella guisa disposta, la piazza Navona non poteva richiamarvi che l’idea di un giardino, meno gentile forse di un giardino inglese, ma più rigoglioso, più variopinto già dall’alba. Ma ecco che i primi raggi del sole nascente portavano le fantesche più mattiniere e i cuochi delle trattorie e degli alberghi. Allora tutto diveniva movimento, i venditori cominciavano a intonare il loro ritornello per offrire le erbe e la frutta ai compratori. Il mercato cresceva ad ogni istante sulla piazza, e il frastuono e lo schiamazzo divenivano generali e assordanti. Offerte di vendite, ripulse di comprare, e un avvicendarsi continuo di voci, di scherni, di risa e di motteggi. Una scena piena di tale movimento, di tale vita e di così caratteristica bellezza che soltanto i napoletani avvezzi alla vivacità, al brio e al frastuono della loro incantevole città se ne potranno formare un’esatta ed adeguata idea”.

Quando ci si trova di fronte a questi così nitidi ricordi, viene la curiosità di capire come fosse organizzato questo grande commercio. Spulciando le carte, copiose per la pazienza di chi si è ingegnato a raccoglierle, ci si immerge in una marea di disposizioni che le autorità preposte si affannavano ad emanare per regolamentare un’attività per natura poco governabile. È difficile fare una sintesi, si capisce però che la confusione delle disposizioni non riguardava le tasse che il proprietario o l’affittuario del banco doveva pagare alla reverenda camera apostolica. “S’ha da pagare a mano dell’esattore o ministro l’emolumento dovuto secondo la quantità e la qualità dei siti, da tutti li bottegari esistenti, tanto in detta piazza quanto nei vicoli, e senza figura di giudizio”. E a far capire che non si scherzava è disposto che chi ardisse “mancare di rispetto e minacciare per sé o per altri quelli destinati a esigere li emolumenti, incorrerà ipso facto nella pena di scudi 50”. Non si scherzava appunto, tanto che all’uffiziale “era lecito portare ogni e qualunque sorta di armi, tanto offensive che difensive, tanto di giorno quanto di notte”.

Dalla quantità e ripetitività delle disposizioni meno cogenti che regolavano l’occupazione del suolo, dal divieto di fare entrare in piazza animali capaci di lordare le mercanzie, di vendere merce avariata, di fare chiassi e conventicole e quant’altro, e dal fatto che esse spesso venissero ripetute senza sottolineare una sanzione così chiara come quella degli evasori, si capisce come esse fossero per gran parte disattese e che l’autorità accettasse alla fine la prassi di qualcosa che somigliava ad un suk. Lo stesso accadeva per i calmieri che periodicamente cercavano di intervenire nella dinamica dei prezzi, gestita invece per gran parte dai bagarini. Costoro formavano una vera e propria corporazione, con leggi consuetudini e cerimonie proprie; una strana corporazione, abusiva ma al tempo stesso tollerata come tante altre cose che si svolgevano a ridosso dei palazzi o intorno alle fontane. I bagarini prendevano un nome d’arte dopo l’iniziazione che consisteva in un tuffo forzato nella fontana dei quattro fiumi accompagnato dalle grida divertite della folla. Durante il mercato comunicavano tra loro in codice, in modo da potersi gridare l’un l’altro i termini del loro commercio senza che la gente potesse capire.

Ma che facevano realmente “er rapa”, “er baccalà”, “er mago” e “er cocommero”? Regolavano il mercato comprandosi e rivendendosi la merce sempre nel loro codice, un po’ come si fa nelle sale borsa. Un gioco complicato, al quale i vignaroli, come si chiamavano coloro che portavano la merce sulle bancarelle, non si sottraevano per non restare isolati nel commercio e per paura di ritorsioni. Ogni tanto esageravano nell’imporre la loro egemonia, e rischiavano di esser puniti pubblicamente.

A monito che questo potesse accadere non solo a loro ma anche ai vignaroli che l’avessero fatta grossa, troneggiava in fondo alla piazza, dalla parte di sant’Apollinare, un palco sul quale era esposto ben visibile lo strumento della punizione, cioè il cavalletto sul quale il boia assestava le nerbate o quant’altro comminato al colpevole dal governatore di piazza Navona. Terminato il supplizio, il malcapitato veniva lasciato esposto per un po’ con una mitria di carta in testa a ludibrio del popolo. Nei casi più gravi si praticava ancora l’antica usanza medioevale del “ducatur mitratus per urbem”, e allora, a cavallo di un somaro condotto da qualcuno che si ricordava ogni tanto di frustarlo, con la faccia dal lato della coda ed un cartello al collo con la ragione della condanna, il reo girava per la città seguito da un codazzo di ragazzi che si divertivano a schernirlo e a tirargli addosso di tutto.

Il fatto di avere lì a disposizione un apparato pronto per l’uso, ha fatto nel tempo di piazza Navona il punto nel quale venivano puniti non solo i bagarini e gli esercenti, ma anche gente che con quel luogo non aveva nulla a che fare. Per i bestemmiatori ad esempio c’era una gradualità di pene, essendo la massima il taglio della lingua.

A leggere le carte può sembrare che il taglio della lingua fosse più che altro uno spauracchio e che tutto si risolvesse con pene pecuniarie proporzionate al censo, e gradatamente crescenti nella recidiva; se però si continua a grattare un po’ di più gli archivi, questa interpretazione appare ottimistica quando si va a leggere i documenti che riportano le causali dei mandati di pagamento che venivano fatti al boia.“Tre giuli per aver appiccato Ioanito de Traetto, 10 giuli e 7 baiocchi per aver appiccato e squartato Berardo de Rocca, 7 giuli per aver mozza la mano e appiccato Pietro de Cordoba, un giulio e 5 baiocchi per aver mozzata una orecchia et bruciata la lingua ad Alonsio Milanese”.
E le cose non migliorano se si vanno a guardare i mandati per rimborsare il materiale: 15 giuli per la corda, un giulio per il ceppo, un baiocco per il chiodo per fermare la mano, un giulio e mezzo per nettare ed arrotare la mannaia.

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Nicolas Beatrizet (1525_1580) – Dipinto della statua di Pasquino



Quando si va a incontrare piazza Navona, non si può non sostare un momento davanti alla statua di Pasquino; non è proprio lì, ma basta traversare il cortile di palazzo Braschi e te la trovi davanti. Ti viene voglia di andarla a guardare perché è celebre quanto il Colosseo, tanto che ci si fermano le guide che si tirano dietro i giapponesi. Quel tronco mutilato è la metafora del mistero, non si sa chi rappresentasse, né dove fosse collocata, né chi l’ha scolpita, e misteriosi per gran parte sono gli autori delle innumerevoli satire che in tre secoli di attività gli hanno appiccicato addosso. Sono molti i cultori di Pasquino, c’è chi ha fatto una raccolta puntigliosa delle centinaia e centinaia di esternazioni, chi ha scritto la storia dei papi da Paolo IV a Pio IX attraverso le invettive contro di loro che la statua ha ospitato, e chi ha sentenziato che nel loro insieme esse hanno rappresentato l’anima anticlericale del popolo romano, arrivando a dire che l’opera del Belli è nel suo insieme una monumentale pasquinata.

A me queste attenzioni per Pasquino sembrano esagerate; a mio avviso si è trattato di una partita privata, lunga secoli, a volte stucchevole, tra il potere papale e quell’intellighentia laica che pur vivendo in modo parassitario all’ombra del cupolone, si ingegnava, spesso solo per passare il tempo, a mettere in luce le contraddizioni clericali. Una critica che il potere molto spesso tollerava, se non addirittura stimolava più che combattere.

Nessuno dei numerosissimi papi presi di mira pensò infatti di porre fine al gioco togliendo da lì la statua. Nessuno, tranne Alessandro VI che ordinò, disatteso peraltro, di gettarla nel Tevere. Ma Alessandro VI era inglese ed è passato in Vaticano senza capire dove stava transitando. Quanto a individuare e punire gli autori delle satire, se si esclude Pio V, ma siamo ancora a metà del ‘500, che fece impiccare un sospetto colpevole, nessuno si accanì troppo sugli autori che spesso sarebbero stati facilmente individuati. È probabile anzi che soprattutto in previsione o durante i conclavi, i cardinali svolgessero attraverso le pasquinate, in termini di botta e risposta, la loro campagna elettorale.

Quanto al Belli, è un’infamia includerlo nella variopinta platea dei verseggiatori pasquinari; lui al contrario di tanti di loro ha raccontato l’anima vera del popolo romano, estraneo a quello stucchevole gioco di fioretto che si svolgeva ai piedi della statua. Insomma alla nuvola di ricordi che mi passa sulla testa mentre guardo quel tronco mutilato, preferisco quella che mi riporta l’immagine der cocommero che segnala in codice ar baccalà di far alzare di mezzo baiocco il prezzo delle pere anche ai vignaroli che lui controlla.

Passata la mattinata, il mercato si svuota di coloro che comprano e di quelli che vendono e degli altri che si mettono in mezzo, lì dove passa il danaro di mano, per farsi la loro parte che è spesso la più succosa; prima che arrivi chi si deve occupare di ammassare i rifiuti, si affaccia con la cautela del misero che campa cercando tra questi ciò che è rimasto di commestibile e che sarà la sua cena.

Al tramonto questi scampoli di vita si spengono del tutto, e lasciano riemergere la piazza Navona dei nostri giorni alla quale, invece, l’imbrunire ha portato una vita più intensa. È l’ora del tutto esaurito nei tavolini che la contornano, dei giocolieri e dei suonatori che si muovono dalle loro postazioni fisse per andare a esibirsi a rotazione davanti a chi mangia il gelato.

(continua

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Inserito il:23/11/2014 18:42:30
Ultimo aggiornamento:02/01/2019 13:49:09
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