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Aggiornato al 16/08/2018
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Sir Lawrence Alma-Tadema - Caracalla and Geta - 1909

Passeggiate romane (Settima puntata).

 

continua da Sesta puntata

I resti di Roma antica

 

Gli eredi di quella Roma che ha dominato per secoli Europa, nord Africa e Asia minore, cioè i preti, hanno sovrapposto la loro città a quella degli imperatori. Una città fatta di sfarzosi palazzi gentilizi delle famiglie che emergevano ogni volta che riuscivano a esprimere un papa, e soprattutto di un numero spropositato di chiese.

I loro architetti, prima medioevali poi rinascimentali e barocchi, hanno rubato all’urbe preesistente tutti i marmi con i quali gli antichi colleghi rivestivano il tufo delle costruzioni più significative. Per quei pochi decenni che il potere laico ha sottratto Roma ai preti, sono stati i piemontesi a metterci, come si dice, il carico da 11 nel seppellire la Roma dei Cesari perché, per creare una rete stradale coerente con una capitale moderna, non sono stati troppo a guardare dove queste arterie passassero e cosa distruggessero.

Così la Roma dei romani antichi, per una ragione o per l’altra, è per gran parte sepolta più o meno a una decina di metri sotto quella moderna. Gran parte di ciò che è rimasto alla luce del sole si trova nelle due valli che il Palatino spartisce con il Quirinale e con l’Aventino e nelle loro propaggini.

C’è da chiedersi perché nei secoli nessuno dei potenti di turno ha pensato a seppellire definitivamente il Colosseo, i resti dei palazzi imperiali in cima al colle di Romolo e quelli del Foro e del Circo Massimo. La risposta che sarebbe bello si potesse dare è che nessuno ha avuto il coraggio di far sparire anche i resti di tanta grandiosità, ma probabilmente non è quella giusta perché sono sepolti, sotto chiese e palazzi medioevali rinascimentali barocchi e moderni, costruzioni altrettanto imponenti di quelle che ancora oggi possiamo calpestare.

Per fare solo qualche esempio: il grande teatro di Pompeo, lo stadio di Domiziano e le Terme di Diocleziano che riposano sotto Santa Maria degli Angeli, sotto il chiostro michelangiolesco e quel che è peggio sotto il grande piazzale della stazione Termini. Sta di fatto che è andata così, le Terme di Caracalla sono state usate come camposanto, per ospitare pellegrini e per allevare pecore, così come il Colosseo, mentre il Circo Massimo è servito da fattoria ai Frangipane e i Farnese hanno preferito, mentre si facevano il loro palazzo a ridosso del Tevere, fare del Palatino il loro giardino.

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Giovanni Battista Piranesi - veduta degli Avanzi superiori delle Terme di Diocleziano - stampa - 1774



Chi come me prova ormai tanto gusto nel passeggiare per Roma da farne un’occupazione quotidiana, non può non essere attratto da questa magica enclave risparmiata allo scempio passato, ma affetta oggi da quella brutta malattia che si chiama turismo di massa. La medicina per questa infezione che impedisce il godimento di quei luoghi, fatto di una mistura di quel poco che i ruderi lasciano ancora vedere, di quell’ancor meno reminiscenza scolastica, ma soprattutto di fantasia che come si sa si nutre di quiete, è la pioggia. Quando piove i turisti per gran parte si rifugiano nei musei, e spariscono le lunghe teorie di forzati dell’archeologia a tanto al chilo, che seguono con i piedi indolenziti l’ombrello inalberato dalla guida.

A proposito di guide, credo proprio che vadano utilizzate anche da noi, quelle di qualità naturalmente; hanno il compito di far sedimentare il loro sapere sulla nostra memoria proprio mentre abbiamo sotto gli occhi l’opus incertum o gli spezzoni maltenuti dei mosaici, perché qui le loro parole si cementano meglio su quanto ricordiamo esserci stato trasmesso, spesso malamente, da mediocri insegnanti mentre avevamo la testa invasa dagli ormoni ed eravamo poco propensi ad ascoltarli. Tutto questo per dire che dove si può camminare a cielo aperto sul selciato che è stato dei quiriti è bene andarci due volte, la prima col sole, dietro a qualcuno che rinfreschi la memoria, la seconda da soli, sotto un ombrello. È indubbiamente questa seconda visita la più affascinante perché il cervello può correre dietro, senza vincoli e senza tempo, ai ricordi alle sensazioni ai sentimenti e alle curiosità.

  

Le terme di Caracalla

 

Nelle terme di Caracalla ci sono rientrato chiedendomi come fosse stato possibile che quest’opera, la cui imponenza risulta ancor oggi evidente, possa essere stata costruita con i limiti tecnologici dell’epoca in soli 3 o 4 anni, e soprattutto come possa essere stata immaginata e voluta da una mente così giovane e così disturbata. Caracalla è divenuto imperatore a 22 anni, ed è morto che ne aveva appena compiuti 29. Era un poco di buono, anzi peggio era un delinquente.

Aveva ereditato dal padre, Settimio Severo, l’impero insieme al fratello Geta, che eliminò subito per poter comandare da solo, uccidendolo di persona davanti alla loro madre. Fece poi distruggere e cancellare ogni iscrizione o immagine che lo ricordasse, prima di mettere in piedi un processo nel quale si dimostrasse al mondo che aveva agito per legittima difesa. Pretese, per esser credibile, che il gestore di questa operazione fosse Papignano, il principe del foro di allora. Questi osò rifiutarsi, e lui lo fece uccidere. Fece giustiziare anche suo suocero e poi sua moglie e suo cognato che non l’avevano presa bene. Siccome ad Alessandria si era rappresentata una satira che irrideva a questa presunta legittima difesa, mandò l’esercito e fece passare per le armi 20.000 cittadini.

Nei sette anni di impero, prima che un centurione della sua scorta cui aveva fatto uccidere il fratello non gli facesse fare la stessa fine, condusse campagne contro gli alemanni, i daci, i goti, i carpi e i parti. Non erano certo guerre difensive; i parti per esempio li attaccò perché il loro re si era rifiutato di dargli in moglie la figlia. Per fortuna da loro ne prese di santa ragione. Era anche un imbroglione perché per ingraziarsi le truppe aumentò di un quarto le paghe, ma tolse contemporaneamente il 25% dell’argento dalle monete. A stare ai tanti busti che si è fatto fare aveva una faccia da ceffo del tutto coerente con quello che faceva. 

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Uccisione di Geta da parte di Caracalla



Ma come è mai possibile che un ragazzo, figlio di papà, col bernoccolo della prepotenza e della violenza, che non è campato oltre l’età nella quale i nostri giovani cercano ancora un lavoro, e che ha passato gli ultimi anni della sua vita ad ammazzare i barbari ai confini dell’impero, abbia immaginato preteso e sponsorizzato un’opera così imponente, simbolo del culto non solo del corpo ma, con le sue biblioteche, anche dello spirito?  Viene da pensare che, per quei meccanismi sinergici che ciclicamente la storia crea, da decenni o forse da secoli si era messa in moto una macchina organizzativa di grande potenza che poco aveva a che fare con la sua persona o con altre, folli o bislacche, che l’hanno preceduta o seguita.

E su questa macchina e non su di lui, stando qui, viene voglia di concentrarsi; sui suoi ingranaggi oliati a meraviglia, a somiglianza di quelli che ai confini dell’impero facevano muovere la struttura militare. La fantasia che occorre per immergersi in essa, calandosi nel 215 d.C., deve però poggiare sulla logica che ci dice che dietro quest’opera c’era una squadra di progettisti in grado di far sposare le conoscenze tecniche con una capacità organizzativa di prim’ordine. Le ditte appaltatrici, se possiamo chiamare così gli amici di Caracalla che si sono fatti ricchi con le terme, non potevano non essere molte non solo per i vari livelli di competenza necessari nei successivi momenti costruttivi, ma per la vastità degli edifici che dovevano venire su contemporaneamente dal momento che l’imperatore aveva dato dei tempi strettissimi. Con lui i ritardi non si pagavano con una penale, ma con l’incontro con una squadra specializzata a tagliare gole.

Centinaia di squadre di mastri, specialisti nella manovra delle gru e dei paranchi, nella elevazione delle piattaforme da addossare ai muri man mano che la costruzione cresceva, nel rivestire il tufo di cortina o nell’ancorare i marmi. Gente abile negli stucchi o nel pavimentare a mosaico, costruttori di forni sotterranei esperti nella creazione di camere d’aria per i calidari, mastri idraulici e pittori e scultori. Questo per elencare le competenze che vengono in mente di primo acchito. Il lavoro di questi signori si deve essere svolto contemporaneamente in una situazione nella quale i ritardi degli uni, che per i motivi che abbiamo detto era opportuno evitare, incidevano sui tempi degli altri.

Alle centinaia di maestri non potevano non far riscontro migliaia e migliaia di manovali, se possiamo chiamare così gli schiavi che oltre a lavorare dall’alba al tramonto dovevano essere nutriti, accampati e tenuti sotto controllo proprio qui, a ridosso dei cantieri. La regia di tutto questo era gioco forza affidata a un capo che doveva passare le sue giornate in una grande tenda appena fuori dai cantieri, circondato da uno staff assai nutrito di responsabili degli approvvigionamenti, del personale, dei tempi, dei metodi e di ogni altra cosa vi possa venire in mente.

E’ proprio uno di questi quello che dobbiamo seguire mentre esce dal tendone con tavoletta cerata e stilo per andare a fare il suo mestiere. È Sextius Creticus, un ingenuo cioè figlio di un liberto, che vive in un’insula nella dodicesima regio e da tre mesi tutte le mattine passa il ponte Sulpicio per essere qui al sorgere del sole a disposizione, insieme a una cinquantina di colleghi, del direttore dei lavori. Stamane deve controllare lo stato di avanzamento della posa in opera dei marmi nella parete nord della palestra dell’ala sinistra; è un’operazione questa nella quale sono impiegate quattro gru, servite ciascuna da dodici schiavi all’argano e da quattro mastri al sollevamento.

La squadra dei ferraioli, guidata da un mastro che dispone di dieci schiavi occupati nella piegatura del tondino e da un suo collega che ne segue altri dieci attenti al fissaggio del ferro nel tufo, sta operando in questo momento a otto metri da terra nella seconda piattaforma. I posatori del marmo, che operano lungo tutta la parete, sono stati rinforzati e sono trenta perché la squadra del legno ha finito il lavoro di monta in ritardo, e si rischiava di far saltare di una settimana i tempi di tutta la posa in opera. Il compito del nostro uomo è proprio quello di riferire giornalmente sull’intrecciarsi di tutte queste lavorazioni, annotando richieste e denunce dei vari capisquadra e controllando di persona la quantità di lastre di marmo disponibili in loco per essere issate. Si tratta di un marmo azzurrastro, il proconnesio, che viene dall’isola di Procogno sul mar di Marmara.

Non è un materiale particolarmente pregiato, ma ha un buon prezzo perché le cave sono proprio accanto al porto e quindi tutto il trasporto è prima marittimo e poi fluviale. Questa circostanza lo fa preferire al marmo di Luni che per venir giù dalle montagne della Lunigiana fino ai porti liguri richiede operazioni assai complesse. Sextius sa che tutto il marmo è già arrivato in via Marmorada ed è stato anche tagliato, ma deve decidere quando dare l’ordine di caricarlo per portarlo in cantiere. Non troppo presto perché non deve ingombrare, né troppo tardi per non interrompere le lavorazioni.

Non ci si muove facilmente all’interno dei cantieri che sono percorsi da vere e proprie strade che si diramano nei vari ambienti, e che devono essere lasciate libere al continuo andirivieni di carri tirati da buoi cavalli e asini. Il traffico è gestito da gruppi di vigili che bloccano o fanno avanzare i carichi in modo da evitare gli ingorghi.

Noi andiamo dietro a Sextius; lui non si guarda intorno perché gli interessa poco quel che succede al di fuori della parete della sua palestra, ma per noi è tutta una novità. Ciò che ci fa impressione è la quantità di scavatori e di muratori che stanno lavorando tre metri sotto di noi per costruire la ragnatela di gallerie sotterranee nelle quali transiteranno, insieme alle tubature dell’acqua, gli addetti alle fornaci e alla manutenzione di tutto l’impianto idraulico e di aereazione. Quando passiamo accanto a quello che sarà uno dei calidari, stanno tirando su i carichi di mattoni forati per i muratori che in cima alla cupola stanno finendo di costruire le camere d’aria che riscalderanno l’ambiente. Per giungere alla nostra palestra dobbiamo passare per un ponte di tavole che traversa le grandi piscine del frigidario, perché proprio sotto di noi i mosaicisti sono al lavoro sul pavimento. A sinistra c’è un gran daffare perché stanno montando le colonne del peristilio e i capi gridano agli schiavi che tirano le corde e si danno voce l’un l’altro.

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Lawrence Alma Tadema – I bagni di Caracalla - 1899



Abbiamo capito abbastanza di quello che succede qui e mentre ci allontaniamo dalle terme siamo ancora colpiti da gruppi di schiavi ingegneri e quant’altro che con le loro macchine stanno ultimando il tratto di acquedotto che partendo da quello principale dell’Acqua Marcia assicurerà qui tutto il fabbisogno idrico. Appare evidente che Caracalla con tutto questo c’entra solo perché è in grado di terrorizzare questa macchina umana se non dovesse rispettare i tempi che lui ha imposto. Per il resto, questo è il prodotto di un incredibile collettivo organizzato, messo in piedi ancora in epoca repubblicana e che opportunamente è stato identificato con la sigla S.P.Q.R.

 

(continua)

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Inserito il:12/12/2014 23:19:18
Ultimo aggiornamento:22/12/2014 20:08:29
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