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Aggiornato al 17/02/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Summi Pontifices dal 741 (Zacharias) al 1276 (Adrianus V)
 


Passeggiate romane (Tredicesima puntata).

continua da Dodicesima puntata


Alla ricerca del medioevo, del rinascimento

e del barocco romano. (seguito)


Come al solito il mio impertinente laicismo mi ha portato lontano dalla Roma del medioevo, ma per fortuna l’altro pezzo di me, quello dello storico fai da te, mi riporta a Gregorio Magno che contrariamente a tanti suoi predecessori ebbe come si dice gli attributi per dire di no ai bizantini quanto al monofisismo, e a un altro loro pallino che era l’iconoclastia, la battaglia contro il culto delle immagini. Sul piano della religiosità pura i bizantini avevano ragione, mentre su quello del marketing i preti occidentali erano convinti, come lo sono tutt’oggi, che a tanti loro clienti il sacro va venduto attraverso cose che si vedono come i dipinti, e che si toccano come le statue.

La sua presa di posizione così dura era per il vero facilitata dal fatto che i bizantini avevano altro da pensare perché in Italia nel frattempo erano arrivati i longobardi. Anche loro, come tanti altri invasori, non erano teneri ma Gregorio Magno li affrontò su un terreno nel quale le carte le dava lui. Li convertì al cattolicesimo passando per la simpatia per la loro regina Teodolinda che riuscì in qualche modo a battezzare. E fece tutto questo tra eresie di ogni natura che spuntavano come funghi, e pestilenze.

Per dare una dimensione del suo carattere, basti ricordare che in una situazione nella quale i romani, con i barbari alle porte ed affamati, morivano di peste come mosche (ne morirono 60 solo mentre si trascinavano in una processione propiziatoria), per convincere i cittadini che il peggio era passato fece smontare la grande statua di bronzo che sovrastava la mole Adriana e che rappresentava appunto Adriano alla guida di una quadriga, per fonderla e farne quell’angelo che rinfodera la spada che ancor oggi campeggia su Castel Sant’Angelo. Volle, cioè, che rimanesse concreta e ben visibile l’apparizione che sosteneva di aver avuto a testimonianza del perdono di Dio.

Col passare del tempo però il matrimonio tra il papato e i barbari convertiti si inacidì, malgrado il regalo di Sutri che questi fecero alla chiesa, e i successori di Gregorio cominciarono ad amoreggiare con i franchi che premevano ai confini e che si preparavano a far passare i longobardi da dominatori a dominati.
 

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Francesco Andreini (1730-1801) - San Gregorio Magno
 

Il flirt cominciò con Paolo I, che nel 760 proclamò Pipino il breve, sceso in Italia a combattere i longobardi, “patricius romanorum”. Questi, per ricambiare, appoggiò la legittimità del culto delle immagini sacre che il papa sosteneva contro la loro negazione, propugnata dall’imperatore d’oriente Costantino V (in gioco c’era niente meno che la disputa sulla giustezza o meno di venerare il labaro che Costantino aveva sventolato nella battaglia di Ponte Milvio, e che conteneva l’immagine del crocefisso).

Ma il vero fidanzamento lo fece Adriano I quando il re Carlo (il futuro Carlo Magno), lasciando per un momento l’assedio di Pavia, fece una capatina a Roma. Adriano lo ricevette con tutto il popolo, al grido di “Benedictus qui venit in nomine Domini”. Quando poi tornò pochi mesi dopo, avendo definitivamente sconfitto Desiderio, il papa lo proclamò re dei franchi e dei longobardi, e Carlo, in cambio, fu prodigo di promesse, impegnandosi a dare al papa tutte le terre che aveva conquistato.

Toccò poi a Leone III, quando divenne papa nel 795, celebrare il matrimonio. Non fu facile, perché Carlo si fece “tirare la calzetta”. Era ormai il dominatore della scena e mal digeriva un’unione paritaria fra lui e la Chiesa; ritardò perciò l’evento, in attesa che il papa si convincesse che era lui a comandare.

Leone III, per mettere le mani avanti, fece fare nella Chiesa di san Giovanni un mosaico che raffigurava due scene contrapposte: nella prima Cristo consegna le chiavi a san Pietro e le insegne di guerra a Costantino, posti entrambi ai suoi fianchi allo stesso livello. L’altra raffigura, sempre in posizione paritetica, il papa e Carlo. Questi però non era tipo da farsi abbindolare con le chiacchiere o con le figure e, per ammorbidirlo, giocò pesante.

A Roma scoppiò una rivolta contro il papa (a rileggere la storia viene più che un sospetto che ci fosse lo zampino del re di Francia); il pontefice fu tirato giù dalla processione e imprigionato, nell’attesa che, com’era previsto, gli fossero strappati occhi e lingua. Riuscì a fuggire a Spoleto, e di lì chiese disperatamente aiuto al “patricius Romanorum”. Questi, però, impegnato in Renania nella lotta contro i sassoni,  gli fece dire che gli dispiaceva, ma non si poteva muovere. Si dovette muovere allora lui e, dopo un rocambolesco viaggio (comprendente anche una traversata a piedi della foresta di Teotoburgo), lo raggiunse e lo implorò di intervenire in sua difesa.

Carlo Magno, con comodo, riaccompagnò con i suoi soldati a Roma il pontefice e istruì un processo per giudicare chi era nel torto, Leone o i congiurati. Il papa fu costretto a presentarsi, in abiti dimessi, a giudizio e fare un “giuramento di purgazione”, nel quale dovette negare sul Vangelo di essere quel mascalzone che i congiurati dicevano. A questo punto Carlo fece finta di credergli, ed esiliò i suoi nemici. Dopo questa manifestazione di forza, nella notte di Natale del 800 si fece eleggere imperatore da un papa che non stava certo seduto, come nel mosaico di san Giovanni, al suo livello. E neppure si sognò di consegnare alla Chiesa, come aveva promesso, tutte le terre conquistate, ma si limitò, per sua graziosa concessione, di trasferire al papa solo l’esarcato di Ravenna e il ducato di Spoleto.

Non si deve essere troppo severi nel giudicare questa resa del potere religioso a quello laico; l’astro nascente di Carlo Magno, imperatore sacro e romano, riconosciuto formalmente anche dal suo collega di Costantinopoli come legittimo erede di Romolo Augustolo, era un punto fermo in uno scenario nazionale e internazionale confuso e turbolento, nel quale non era facile sopravvivere.
 

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Raffaello Sanzio – Incoronazione di Carlo Magno (particolare) - 1516

 

Gli arabi, anche se sconfitti dai franchi, erano ancora in fase espansiva, controllavano tutto il Mediterraneo ed erano protagonisti di continue scorribande sulle coste italiane. I bizantini sopravvivevano solo in Sicilia, ma avevano una flotta che poteva colpire a distanza, mentre i normanni, dilagati nel meridione peninsulare, premevano sul Lazio. Le repubbliche marinare, affrancatesi per necessità da Bisanzio incapace di difenderle dai saraceni, erano entità autonome talmente sviluppate da rappresentare esse stesse un pericolo. Ce n’era abbastanza per mettersi sotto le ali protettive di qualcuno che si presentava come il più forte e che si impegnava a mettere la Chiesa al riparo da tanti pericoli.

 

Le promesse di protezione di Carlo Magno non avevano fatto, però, i conti con la storia; il potere imperiale, apparentemente così omogeneo, presto si frantumò. Non solo i suoi eredi si divisero in tre tronconi, francese tedesco e italiano, spesso in guerra tra loro, ma tutto il sistema feudale che si reggeva sul comando a catena dei vassalli, valvassori e valvassini si dissolse man mano che i feudi, divenendo ereditari, allentarono l’ubbidienza al dante causa.

La colpa del papato non fu, quindi, tanto quella di essersi appoggiato ad un potere forte, quanto quella di non aver approfittato, per svincolarsi, del progressivo indebolimento dei laici, generato dalle loro lotte interne. Non ne approfittò perché la storia dei papi di questo periodo fu addirittura più tortuosa e torbida di quella dei loro interlocutori.

Mentre percorro via Merulana per avvicinarmi a san Pietro, passando per la tappa intermedia di santa Maria Maggiore, mi accorgo che malgrado la mia viscerale avversione per il potere religioso, nel rivivere la Roma medioevale faccio il tifo per i papi e mi rammarico di non riuscire a trovarne uno di prima qualità tra quelli succedutisi prima di Gregorio VII. Il motivo di questo controsenso è che, tifando per i papi, tifo automaticamente per Roma. Per continuare nella metafora sportiva, più mi avvicino al fatidico anno 1000 e più vedo con dolore precipitare la mia squadra del cuore dalla serie B, alla quale l’aveva condannata Costantino, a campionati via via inferiori in balia di allenatori, i papi, di infimo ordine.

Se sono nel medioevo, la via possibile tra le due basiliche non è quella che si percorre oggi. Questa è frutto di un’idea di Gregorio XIII, un papa barocco che realizzò uno sbancamento di grandi proporzioni per collegare in linea diretta le due strategiche chiese di san Giovanni e santa Maria Maggiore. Non gli andava nelle processioni di passare per quei vicoletti non proprio sicuri.

Nell’epoca che sto cercando di rivivere, e per diversi secoli ancora, per andare da una basilica all’altra occorreva fare un percorso assai più lungo, piegando verso sinistra fino a sfiorare il Colosseo per poi risalire da quella che era stata la suburra, oggi via Cavour, per arrivare a santa Maria Maggiore dalla parte dell’abside. La tortuosità del percorso era dovuta al fatto che si incontravano lungo la strada le enclavi protette e impenetrabili di quei tanti signorotti, eredi di fortune molto chiacchierate, che con alterne vicende si contendevano il predominio su pezzi di città: i Tuscolo, i Crescenzi, i Colonna, i Frangipane, i Pierleoni, i Corsi, gli Orsini. Ciascuno con i propri sgherri, che non erano semplici guardaspalle ma milizie vere e proprie costituite da drappelli di fanti e cavalieri armati di tutto punto.

E i papi? I papi erano espressione ora dell’uno ora dell’altro di questi ex ladroni divenuti ormai grassatori a livello industriale. Chi non era di famiglia col papa in carica cercava di arruffianarsi l’imperatore del momento perché, per fare nominare il prossimo, ci voleva l’imprimatur di chi dirigeva il traffico del potere romano.

Nell’età che va da Carlo Magno a Enrico IV, cioè a Gregorio VII, si susseguirono più o meno sessanta papi. Se si vuole andar dietro alle loro biografie, ci si perde in un dedalo di congiure, imprigionamenti, assassini, torture procurate e subite, simonia e lussuria, dal quale restano fuori solo alcuni di essi. Le elezioni di gran parte di loro, o dei loro antagonisti antipapi, frequenti peraltro, è quasi sempre da addebitarsi a forzature degli imperatori, re e duchi di turno, se non addirittura di qualche donna troppo chiacchierata.

Nel cercare di passare inosservato nel dedalo di quelle lorde viuzze che fiancheggiavano le residenze fortificate e turrite dell’uno o dell’altro di questi ras di quartiere, ho il tempo per passarli in rassegna tali rappresentanti di Cristo in terra. Non faccio che ricordare la storia di Roma perché in questo periodo la storia della città non è altro che la somma delle loro storie.

Per carità di patria cerco di ricordare prima i più presentabili, ma  l’elenco è purtroppo assai corto.
Leone IV fu bravo a difendere Roma dai saraceni, che appena prima della sua elezione avevano saccheggiato la città, limitandosi alla sola riva sinistra del Tevere, non protetta dalle mura aureliane. Si erano poi installati a Gaeta, e si preparavano a tornare per finire il lavoro. Leone IV, papa dal 847 al 855, appena eletto, fiutando il pericolo, utilizzò i soldi che sarebbero dovuti andare come tasse all’imperatore (le questioni di prestigio anche allora finivano in quattrini) per mettere insieme una flotta, con l’aiuto degli amalfitani. Dette battaglia ai saraceni al largo di Ostia, li vinse e catturò molti arabi, che utilizzò per ampliare e rafforzare le mura di Roma, che ancor oggi, appunto, sono qualificate come mura leonine.


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Nicolò I, papa dal 858 al 867, che il Liber pontificalis con un po’ di esagerazione considera anche lui “magno”, va ricordato per il suo più che dignitoso rapporto con il potere laico; ebbe il coraggio di affermare la preminenza papale su tutti, per quanto riguardava le questioni religiose, e il potere temporale sui territori sotto controllo del vaticano. Ebbe anche la forza di imporre a Lotario II il rispetto dei suoi patti matrimoniali, sui quali questi voleva sorvolare.

Benedetto VII, papa dal 974 al 983, era un monaco, una persona pulita. In mezzo a tanti mascalzoni, convocò un concilio a Benevento e condannò la simonia dilagante; non ottenne molto, ma l’intenzione era buona.

Giovanni XVII, disgustato di quanto gli accadeva intorno, fece la saggia scelta di ritirarsi a vita monastica e morì in convento.

Quelli che esagerarono in nefandezze sono tanti di più; giova sottolineare, per ricordare a chi crede che le nomine le abbia sempre fatte lo spirito santo, che le sue distrazioni sono state troppe per non prendersela con la colomba.

Di Eugenio II, papa dal 824 al 827, si racconta (non c’è però nessun riscontro serio) che avesse instaurato, per eliminare i nemici, un originale autodafè. Gettava i malcapitati in acqua: l’eventuale annegamento testimoniava la loro innocenza, il rimanere a galla era invece la prova della loro colpevolezza, e allora venivano giustiziati. Probabilmente qualcuno ha voluto esagerare nel racconto, ma una storia così si appiccica addosso solo a chi, in qualche modo, se la merita.

Adriano III, papa per un breve periodo nel 885, si trovò in un momento d’intensa lotta fra il ramo francese e quello tedesco dei successori di Carlo Magno. Lui era filo francese, e nei pochi mesi di potere ebbe il tempo di fare accecare quanti poté della fazione opposta.

Papa Formoso, che morì avvelenato, probabilmente non era uno stinco di santo anche lui, ma fu vittima del suo successore Stefano VI, papa dal 896 al 897, che lo fece disseppellire per amputare al cadavere le tre dita con cui benediceva, processarlo, condannarlo e buttarlo nel Tevere. Anche Stefano VI non finì bene: fu prima carcerato, poi strangolato.

Di Sergio III, papa dal 904 al 911, si raccontano cose meno gravi, ma imbarazzanti se si riferiscono al vicario di Cristo nominato dallo spirito santo: amava circondarsi di donne dai facili costumi.

Giovanni X, papa dal 914 al 928, era l’amante di Teodora, moglie di Teofilatto, e questo passi, la carne si sa è debole, ma il grave è che fece governare al posto suo Marozia, figlia di Teodora, che oltre ad essere cattiva era notoriamente una gran puttana. Più grave ancora è che Marozia gestì il potere anche all’epoca del suo successore, Stefano VII, e nel finale della sua vita fece addirittura nominare papa il figlio, col nome di Giovanni XI. Ci riconcilia un po’ con lo spirito santo la notizia che quando Marozia morì, anche Giovanni XI finì in galera.

Giovanni XII era figlio di Alberico, marchese di Spoleto, un mammasantissima dell’epoca. Era omosessuale, e anche questo passi, è una caratteristica non infrequente del clero di tutti i tempi, ma lui esagerò, e il suo lungo pontificato (dal 955 al 964) è ricordato per il dilagare a corte della prostituzione maschile, al punto che i vescovi furono costretti ad indire un concilio per toglierlo di mezzo.

Giovanni XV, papa dal 985 al 996, era figlio di un prete, Leone, della famiglia dei Crescenzi, molto potente perché legata all’imperatore Ottone III. Ne fece tante quanto a nepotismo, corruzione e simonia che il popolo si ribellò e lui fu costretto a rifugiarsi nella Tuscia. Tornò appoggiato dai soldati dell’imperatore, con bellicosissime idee di vendetta, ma per fortuna dei romani, appena arrivato in città, morì.

Giovanni XVII, papa per sei mesi nel 1003, era un buon uomo e un buon padre di famiglia; infatti, era sposato con tre figli.

Giovanni XIX, papa dal 1024 al 1031, era un senatore e pretese di rimanere tale anche dopo l’elezione. Fu cacciato via dai vescovi perché, avendo il bernoccolo del commercio, stava vendendo il primato pontificale al patriarca di Costantinopoli.

Last but not least, Benedetto IX. Egli divenne papa a 11 anni, nel 1032. Di lui ci parla molto male un contemporaneo al di fuori di ogni sospetto, quel santo monaco Pier Damiani, autore fra l’altro di un opuscolo, il “Liber gomorrianus” (che sarebbe bene rivisitare nel quadro delle polemiche attuali) dove si denunciavano le ricorrenti pratiche omosessuali del clero.

Pier Damiani, che proprio per le sue idee fece carriera solo da morto, definì Benedetto IX un miserabile che sguazzò nell’immoralità fino alla fine dei suoi giorni. Quando i romani, stufi delle sue angherie, lo cacciarono, tornò accompagnato dai soldati dell’imperatore Corrado, ma ci trovò un concorrente, Silvestro III, che nel frattempo era stato nominato dal popolo. I due litigarono per un po’ (e non solo a parole) su chi era il papa e chi l’antipapa (problema sul quale, come suole dirsi, la dottrina è ancor oggi scissa). Benedetto IX, poi, con un colpo di teatro, decise di uscire da questa imbarazzante situazione ritirandosi a vita privata, non prima però di aver venduto i suoi “diritti” a Giovanni Graziano, un ricco arciprete ansioso di far carriera. Graziano, in forza del contratto, si nominò subito papa con il nome di Gregorio VI.

La vita contemplativa, però, non si addiceva a Benedetto IX che decise improvvisamente di tornare a fare il papa. Così nel 1040 a Roma di papi ce n’erano tre. La cosa fu sistemata da Enrico III che, sceso in Italia con il suo esercito, cacciò via tutti e tre e fece papa un amico suo, con il nome di Clemente II, che disgraziatamente morì avvelenato pochi mesi dopo, pare proprio da Benedetto IX, che si rimise così sul soglio pontificio.

Questo ultimo scorcio di rappresentanza di Gesù Cristo in terra durò poco per il pontefice, perché Enrico III la prese male e lui dovette scappare da Roma per non rimetterci la pelle. Enrico nominò allora un nuovo papa, Damaso II, che morì anche lui avvelenato 23 giorni dopo la consacrazione. Alcune fonti affermano che anche in questo caso alla vicenda non fu estraneo Benedetto IX.

(continua)

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Inserito il:22/01/2015 22:30:19
Ultimo aggiornamento:02/01/2019 13:55:03
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