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Aggiornato al 17/02/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Bartolomeo di Giovanni (1458-1501) – Ratto delle Sabine

 

 

Passeggiate romane (Ultima puntata).

 

 


continua da Penultima puntata


Le passeggiate sono finite

(seguito)


Mentre rientro in città rifletto su quali potranno essere i tempi di integrazione di quelli che rimangono e dei tanti, tantissimi che devono ancora arrivare. Di somali, eritrei ed etiopi ormai inseriti nel sistema ce ne sono già molti: domestici nei quartieri alti o impegnati soprattutto in piccole attività commerciali in quelli popolari. La capacità di assorbimento della città però sembra essere agli sgoccioli, almeno in apparenza, e i nuovi passeggeri delle carrette del mare rischiano di allargare paurosamente le fila di quelli che impigriscono in qualche tugurio. Sempre meno riusciranno a passare le Alpi, giovani senza un mestiere, che strade prenderanno? Meglio non pensarci…

Ad un semaforo un magrebino armato di spazzolone mi ricorda che non ci sono solo i subsahariani ma anche i tunisini, gli algerini e i marocchini. Anche costoro andrebbero conosciuti nei luoghi in cui vivono e non nel momento in cui insistono per pulirci il vetro. Ci provo, un venerdì mattina scendendo da monte Antenne verso la moschea.

Ho in testa più che loro, questa collinetta inspiegabilmente disattesa dai romani sia dal punto di vista storico/archeologico che da quello urbanistico. Pochi infatti sanno, malgrado il nome provi a ricordarlo, che monte Antenne nasconde i resti di Antinia, villaggio sabino antico quanto se non più di Roma, e distrutto dai nostri antenati quiriti nella loro prima esperienza espansiva. Eppure dovrebbe essere cara a tutti perché la vicinanza al Campidoglio e la logica suggeriscono che il celebre ratto riguardò proprio le nostre bisnonne.

Altrettanto colpevole è la disattenzione urbanistica; il monticello che dista non più di 3 o 4 chilometri da piazza del Popolo è coperto da una grande pineta. Qualche misero resto denuncia che qualcuno in passato ha tentato di farne un parco attrezzato e godibile, oggi però è un luogo inospitale e deserto, fatta eccezione per i cinofili portatori di bestie non socievoli che lo frequentano, sentendosi lì in diritto di sguinzagliarle.

Non appena la ripida discesa offre all’occhio il piazzale della moschea, queste recriminazioni, che lasciano il tempo che trovano, svaniscono nell’aria perché mi trovo di fronte al colorato e pittoresco spettacolo di un mercato che si sviluppa per un lungo tratto a ridosso delle mura che circondano l’edificio sacro; un vero e proprio suk arabo, a disposizione della nutrita folla che si reca a pregare nel giorno di festa.

È un mercato povero e sporco nel quale ad un europeo passa la voglia di comprare soprattutto qualcosa di mangereccio perché non può non osservare le mani di chi tratta i cibi e li cuoce, e le mosche che coprono indistintamente dolci e carni. Niente di drammatico rispetto ai veri valori del vivere civile, e niente di razzistico perché nell’italianissima Vucciria di Palermo la situazione è assai simile. A Roma però non ci siamo abituati e mi fa un po’ senso.

Ma non sono venuto a guardare la merce, quanto i magrebini. Ce n’è di ben vestiti, integrati, che sono qui più per pregare che per comprare, e che hanno un atteggiamento simile al mio. Sono però una minoranza, mentre per gli altri si tratta di povera gente, poveri compratori perché il reddito che procurano le loro attività marginali e le elemosine ai semafori è quello che è, e poveri di conseguenza i venditori che risentono della miseria dei loro clienti.

Verrebbe da pensare che a questa loro povertà di mezzi faccia riscontro una altrettanto scarsa spiritualità, ma ci si ricrede se, lasciando le bancarelle, si entra dentro la moschea. La lineare ed essenziale sacralità del luogo consente infatti a tutti, credenti e miscredenti, di avvicinarsi al mistero assai più di quanto non facciano i mille pacchiani offensivi e inutili richiami pagani di tante nostre chiese. Si abbandona questa considerazione, che bisticcia con tanti luoghi comuni sull’islam, solo nel momento in cui si viene presi da una domanda angosciante: ma quanti ancora ne arriveranno di magrebini e quanti pochi semafori non presidiati esistono ancora a Roma?

Il ritorno nel mio opulento quartiere allontana per un momento lo spettro di questo futuro inquietante; qui ci sono negozi di alimentari che si fanno concorrenza nelle ricercatezze, e si incontra lo sguardo di tanti passanti che, pur infastiditi dal dover zigzagare tra poveri di ogni colore più o meno petulanti, denuncia la tranquillità dovuta a una pensione ricca e a un conto in banca. Il benessere penetra anche in casa dalla finestra, perché affacciandosi si possono ammirare, nelle ore che dovrebbero essere di lavoro, gruppi di uomini e donne in salute e non troppo avanti negli anni impegnati a far socializzare i propri cani nel parco antistante. Se si dice che stanno tutti ballando sulla tolda del Titanic si è tacciati di eccesso di pessimismo, con l’argomento che i poveri ci sono sempre stati e alla fine si sono arrangiati. Non si può non essere d’accordo, ma c’è stata anche la rivoluzione francese e quella russa.

Lo sguardo passa dai cani a chi, attrezzato con un bastone indagatore, scava con metodo nei cassonetti della mondezza nell’intento di tirarne fuori qualcosa di utile. Se ne vedono di  frequente, uomini e donne a coppia o singoli cercatori: sono zingari. Già, a Roma ci sono pure gli zingari.
 

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Cesare La Ruffa (1924 - ) - Mercato

 

 

Per un lato sono più tranquillizzanti degli altri; sono solo 10000, ci sono sempre stati e non crescono, o almeno non lo fanno esponenzialmente. La maggioranza vive in campi attrezzati e teoricamente controllati dal Comune. Solo un paio di migliaia staziona invece in agglomerati, che così come si formano si disfano riproponendosi altrove quando le autorità pretendono di bonificare la zona.

 

 

Per altro verso, però, sono i più temuti. Il sentimento dei romani di qualsiasi ceto nei loro confronti è assai negativo. Sono accusati si praticare l’accattonaggio molesto, talvolta confinante con lo scippo, di rubare nelle case, di vivere nel disordine e nella sporcizia ubbidendo a regole tribali primitive, impostate sul più odioso maschilismo. Tutte cose abbastanza vere, anche se accompagnate dalla tendenza umana ad emarginare i diversi ingigantendone i difetti e dimenticando le proprie colpe nei loro confronti.

È difficile dire quanto la sporcizia che li caratterizza sia dovuta alla loro natura e quanto al fatto che i soldi pubblici stanziati per rendere migliori i luoghi destinati a ospitarli si siano persi nei meandri di una burocrazia corrotta. Ed è anche difficile stabilire quanto la riluttanza a mandare i figli a scuola sia legata alla lontananza delle aule o alla maggior convenienza che deriva loro dal mandarli a mendicare.

Pur nel recriminare la sgradevolezza di una indubbia asocialità dei rom, penso che sia un dovere dei romani mettere da parte il disgusto e la sufficienza con cui sottolineano l’attività di questi esploratori di pattumiere e guardare invece il fenomeno con il rispetto che ad esso è dovuto. Sembra un paradosso, ma ci troviamo infatti di fronte a dei pionieri, nati e cresciuti in un contesto che viene ed è per gran parte rimasto nel medioevo, e che cromosomicamente ignora l’attività organizzata nella quale invece si pasce il mondo che li circonda e li sovrasta; essi rappresentano il lodevole tentativo di superare il rifiuto atavico all’integrazione che ha portato, e ancora porta, tanti zingari a vivere di accattonaggio e di furto.

Sono, non c’è dubbio, pur nel loro piccolo, degli imprenditori commerciali che privi sia di capitali che di credito, si procurano la merce, povera che sia, da proporre alla clientela nel solo luogo dove è possibile averla senza rubare e senza pagare. E vanno guardati con rispetto anche i luoghi dove trascinano questi avanzi per esporli al pubblico.

Il più grande di questi supermercati della miseria è sul greto del Tevere, sotto ponte Marconi. Qui le botteghe non somigliano a quelle di un mercato delle pulci, dove le postazioni di vendita sono, per quanto rozzamente, più o meno attrezzate; qui c’è solo la nuda terra, raramente coperta da uno straccio, ad accogliere la merce.

Per dare una dimensione a questo mercato vale la pena considerare separatamente i venditori, la mercee gli acquirenti.

I venditori sono quelli che abbiamo visto frugare nei cassonetti, o al massimo i loro vecchi, più sporchi di loro, accovacciati per terra o seduti su uno sgabello; le stesse facce di quelli che circondano i turisti pitoccando e sfilando nel contempo il borsellino, o di quelli che addestrano i bambini a rubare. Uguali nelle facce, non lo sono nell’animo, perché questi provano a sopravvivere rimanendo, si fa per dire, nel legale.

La merce è eterogenea, perché tra i mucchi di stracci, le scarpe vecchie, le carcasse di apparecchi elettronici e i libri sgualciti e quanto di altro tirato fuori dai mondezzai, c’è qualcosa di più che rappresenta probabilmente il ricavato dei furti, depurato da quanto di maggior valore ha trovato un acquirente nei ricettatori. È evidente che la parentela di questi commercianti con quei tanti che ancora rubano rimane assai stretta, ma si tratta di parentela non di identità.

Quanto a chi compra, c’è di tutto; oltre a coloro che avendo solo qualche euro in tasca cercano qualcosa di compatibile con la propria borsa, e oltre a chi spera di trovare quello che gli è stato rubato, ci sono i commercianti dei mercatini dell’usato, quelli che spuntano come funghi ogni domenica qua e là nei quartieri bene. In mezzo a quella mondezza ci può essere sempre, infatti, qualcosa che pulito e lucidato può ricomparire con prezzo decuplicato sulle loro bancarelle.

La via dell’integrazione degli zingari è ancora molto lunga e difficile, ma passa certamente da questi precursori pazientemente accovacciati dietro i rifiuti della società dei consumi nel supermercato della miseria.

 

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Alfonso Mangone – Genius Loci Caput Mundi - 1958

  

 

Roma città eterna

 

Roma quanta fuit, ipsa ruina docet. Un bel posto dove riflettere su questa bella frase di un vescovo medioevale, che potremmo ripetere tale e quale oggi, è la panchina in cima a villa Glori accanto al cippo che ricorda Enrico Cairoli. Della sua fine e di quella dei suoi 77 compagni che, per preparare l’ingresso di Garibaldi che attaccava a Mentana, si attestarono su questa collina nell’ingenua attesa che i romani si ribellassero, si ricordano proprio in pochi, così qui c’è una pace che non si trova in altre belle e troppo affollate ville romane.

E c’è molto da riflettere su questi sette colli che, più di alcun altro luogo della terra, in 2700 anni, per un motivo o per un altro, hanno fatto l’amore sempre col potere con la P maiuscola. Quando è tramontato quello fatto in casa, hanno adescato quelli forestieri; quando è venuto a mancare quello laico, si sono fidanzati con quello ecclesiastico. Prima gli etruschi, poi a più riprese francesi tedeschi e spagnoli, tutti al momento della loro miglior stagione sono stati attirati e affascinati da questi montarozzi, lasciando, come in tutti gli amori, insieme ad alcune ferite il loro contributo: una incredibile modernità derivata peraltro da una comune origine latina che ha tenuto sempre viva la città.

C’è da chiedersi come mai queste continue iniezioni di vitalità non abbiano prodotto negli uomini che abitano oggi questi colli gli stessi effetti mirabolanti che vediamo nelle opere che li abbelliscono.

Se infatti il livello sociale e culturale dei romani fosse in linea con l’armonia architettonica della loro città, saremmo di fronte a un popolo all’avanguardia.

Purtroppo così non è per ragioni assai difficili da individuare e che sono materia dei sociologi.

Io che sociologo non sono, ma laico sì, ho il sospetto che questo grande gap tra la città e chi la vive sia dovuto al fatto che tra i tanti potentati che qui si sono succeduti, c’è stato costantemente e pesantemente presente per oltre 1700 anni quello dei preti.

E c’è molto da riflettere anche su quella che sarà nei decenni, o meglio nei secoli a venire, la terza Roma, dopo quella imperiale e quella clericale. Certo non sarà la città che profetizzava Mussolini: “dilatata sopra altri colli, lungo le rive del fiume sacro, sino alle spiagge del Tirreno” capitale di un nuovo impero e dominatrice del Mediterraneo.

C’è da credere che più che dominatrice del mare nostrum sarà da esso fortemente condizionata perché l’immigrazione peserà molto sul suo futuro; quella fisiologica non le fa paura. Rumeni, polacchi, filippini, ucraini, pakistani e sudamericani hanno riempito nei decenni passati i vuoti di un’economia florida; con la crisi il flusso dei loro arrivi si è naturalmente interrotto, e qualcuno, cinesi compresi, comincia a tornarsene a casa o a cercare fortuna altrove. Chi resta qui si è in qualche modo inserito e i suoi figli saranno romani.

L’immigrazione africana, magrebina o subsahariana che sia, non è però fisiologica. In piena crisi continuano a riversarsi da noi masse di disperati per gran parte giovani, privi di cultura e di mestiere. Nulla fa prevedere che questo flusso si attenui o che sia contenibile senza ricorrere a metodi che ci farebbero precipitare tutti in un imbarbarimento analogo a quello nel quale quel continente sta affogando.

L’Italia è il fronte più esposto al primo urto di questo fenomeno epocale. Per ora si riesce ad attenuarne gli effetti perché, al meno per una parte di questi profughi, il nostro paese rappresenta un luogo di transito, ma col persistere o peggio con il prevedibile accentuarsi degli sbarchi, chi, a nord delle Alpi, potrà mettere meglio di noi un tornello alle proprie frontiere sarà portato a farlo e i profughi finiranno quasi tutti a rimanere intrappolati qui.

Se così sarà, il popolo romano per legge di natura è destinato nel giro di qualche generazione ad abbronzarsi, come ha detto un nostro pittoresco governante del passato. Roma nei secoli ne ha viste tante, la multietnia l’ha conosciuta bene a partire dal tardo impero, e non è questa che la spaventa, quanto la dimensione spropositata del flusso che la situazione africana fa temere.

Quanto potrà pesare tutto ciò sul tenore di vita, sull’architettura e sulla cultura stessa della Roma dei primi secoli del terzo millennio? C’è da immaginare un inevitabile imbarbarimento, oppure questa forzata iniezione di povera gente affamata di tutto finirà col dare un benefico scossone al bizantinismo dei burocrati, all’egoismo dei benestanti e al piattume dei politici?
Non è dato di saperlo, perché il futuro è per sua natura imprevedibile, ma è difficile essere ottimisti.

E che dire della quarta, quinta e dell’ennesima Roma? Perché Roma non dovrebbe mai finire se è giusto l’aggettivo eterna che troppo spesso l’accompagna.
Mi domando perché si sia voluto affibbiare a Roma un epiteto tanto angosciante; l’eternità infatti va oltre la logica, e quando si tenta di immaginarla più che speranza genera paura, non solo perché più lontano si immagina avanti o indietro nel tempo, più il buio si fa pesto, ma perché la mancanza di un inizio e di una fine paralizza la mente.

Seduto sulla panchina di villa Glori, accarezzato dal ponentino, provo ad allontanare questo aggettivo dalla città che, per addolcire la vecchiaia, ho percorso così a lungo con i piedi e con la mente. Non voglio sentire parlare di una Roma futura, sconvolta nel bene o nel male dagli africani, né ancor di più da chi verrà dopo. Roma per me resta compresa nello spazio temporale che va dalle sue origine etrusche a questo preoccupante inizio del terzo millennio. È questa che mi ha appassionato,  e non voglio sapere altro.

L’aggettivo “eterno” però non mi abbandona mentre chiudo queste pagine di passeggiate romane.

L’eternità tanto è insensata quando si cerca di oggettivizzarla, quanto è rassicurante quando la si riferisce ai sentimenti che ci legano a ciò che amiamo,  dei quali non conosceremo personalmente mai la fine, e che possiamo quindi, per quanto ci riguarda, considerare eterni.

Ora sì che capisco il senso di quell’aggettivo con il quale sono abituato anche io a accompagnare Roma. Ora che ho ammirato tante sue bellezze, accarezzati tanti suoi ricordi e sfiorato tanti problemi di chi ci ha vissuto e ci vive, vuole stare a indicare che ho deciso di portarla con me, insieme a quanto altro amo, nella mia eternità, prossima ventura.

 

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Inserito il:15/02/2015 18:59:44
Ultimo aggiornamento:02/01/2019 13:52:08
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