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Aggiornato al 17/02/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Giovanni Paolo Pannini (1691 -1765) – Interno di San Paolo fuori le mura

Passeggiate romane (Undicesima puntata).

continua da Decima puntata



Alla ricerca del medioevo, del rinascimento

e del barocco romano.

Roma a beneficio del turista mette in vetrina due facce, entrambe affascinanti e ricchissime: gli immensi resti di quanto lasciatoci dai quiriti e le straordinarie costruzioni rinascimentali e barocche messe spesso in piedi con quelle stesse pietre. Tiene invece nel retrobottega architettonico e storico i ricordi di quasi mille anni di vita cittadina che sono passati tra queste due grandiosità. Sono resti raramente palesi e godibili e assai più spesso nascosti o addirittura incorporati nelle più moderne costruzioni. È quindi più difficile per il turista, anche per quello con la T maiuscola che prova ad approfondire mentre guarda, ricostruire il passato di questi lunghissimi secoli mescolando come si deve ricordi, ricerca documentale e fantasia.

Eppure, se si vuole capire Roma, centro del passaggio di testimone dal potere imperiale a quello ecclesiastico, non si può saltare a piè pari l’anello di congiunzione millenario che c’è tra il Colosseo e la cupola di San Pietro. Non si potrebbe capire il legame che è architettonico, storico oltre che linguistico e perché no comportamentale tra questi due imperi che per certi versi mostrano ancora la loro somiglianza.

Per tener conto a dovere di questo lunghissimo legame non solo temporale, il turista deve fare uno sforzo aggiuntivo sia di ricerca che di fantasia; per non perdersi tra i  frammenti delle testimonianze storiche e quelli delle centinaia di torri che popolavano il medioevo romano, si deve partire da un punto fermo che non può che essere rappresentato dalle basiliche: san Paolo fuori le mura, san Giovanni in Laterano, santa Croce in Gerusalemme, santa Maria Maggiore e, last but not least, san Pietro.

Sono tutte sorte in epoca costantiniana, quando è cominciata la lunga e complessa strada del potere papale. Partendo fisicamente da lì, si può cercare oltre che di capire, di assaporare quello che è successo. Prima di avvicinarsi ad esse e muoversi quindi nel medioevo romano, occorre riflettere su quanto fosse avvelenata la polpetta ereditaria lasciata da Costantino al clero cristiano di occidente. E ricordare anche la perseveranza con la quale la consecutio dei papi succedutasi nei tanti secoli che vanno dalla morte di Romolo Augustolo all’esilio avignonese (pur nelle numerosissime cadute di stile oltre che di professionalità di tanti anelli della catena) abbia difeso la città e con essa la latinità. Roma deve una grande medaglia alla chiesa medioevale, una medaglia non certo alla sua concezione spirituale e dottrinale che non è stata mai in piedi, allora come ora, ma alla sua capacità politica. Ha infatti saputo consegnare alla città rinascimentale e a quella barocca uno strumento di guida che conservava intatta la sua vitalità ed efficienza, malgrado i colpi ricevuti dalla protervia dei primi invasori, dall’intransigenza dei visigoti e dei longobardi, dall’arroganza dei liberatori bizantini, dall’invadenza dei nuovi imperatori (padroni malgrado si nominassero sacri e romani) fossero essi franchi germani o normanni, e dalle non meno pesanti scorrerie dei maomettani.

A quella chiesa Roma deve un monumento. Mentre ci si avvicina alla basilica di san Paolo fuori le mura per toccare con mano e riflettere meglio sulle radici della Roma medioevale, bisogna dimenticarsi di essere laici, o meglio laicisti, come con un qualche disprezzo gli ecclesiastici e i loro simpatizzanti definiscono chi li critica, dimenticando che stando al dizionario questo termine non sta a indicare un mangiapreti ma qualcuno che sostiene solo la piena indipendenza del pensiero dall’autorità ecclesiastica.

Se non lo si fa, questo pensiero, libero ormai di rivendicare l’oppressione subita da tanti antenati con lo spauracchio delle torture e del rogo, corre a quanto ha capito della figura di san Paolo, un gentile assai improbabile, folgorato sulla via di Damasco da un altrettanto improbabile Gesù Cristo che, una volta tornato in seno al padre, ritenne giusto rinforzare la squadra degli apostoli. Evidentemente visti dall’alto quelli che aveva messo insieme nella sua esperienza terrena gli dovranno esser sembrati inadeguati alla bisogna.

In effetti, laicità a parte, la figura storica del santo si distanzia mille miglia da quella ecclesiastica che lo vuole decapitato proprio qui, a due passi, e sepolto in loco dopo aver fatto sgorgare tre fontane coi tre rimbalzi della testa, riesumato e trasferito in una catacomba ad evitare che qualche malintenzionato si appropriasse chissà perché di quel corpo, e riportato qui tre secoli dopo quando il pericolo che qualcuno se lo rubasse, grazie a Costantino, era ormai passato.

Eppure, malgrado la puerile inconsistenza di questa favola, dal punto di vista della storia delle religioni Paolo di Tarso è una figura assai importante, più di quella di Gesù Cristo stesso; e ciò sia nel caso che sia stata del tutto inventata, come sostiene qualcuno che ama basarsi sui riscontri oggettivi, sia che sia veramente esistito un personaggio fisicamente rappresentativo dello sforzo ecclesiastico di far opportunamente poggiare le basi della nuova religione su tradizioni e orientamenti più ampi di quella giudaica, che era alla base delle predicazioni del guerrigliero esseno ucciso dai romani, quale è per gli storici veri Gesù.

Varcando la soglia della basilica si fa fatica a togliersi di dosso la soggezione provocata da tanta grandiosità, perfezione e sfarzo degli arredi.  Ho ancora negli occhi le eccezionali ricostruzioni virtuali dei templi romani proposte dalla colta perizia di Piero Angela e mi appare evidente in questi spazi esagerati, reali questa volta, l’insegnamento degli imperatori nel lasciar Roma in eredità ai chierici su come si debba incutere rispetto ai sudditi, quiriti o fedeli che siano.

Ma non sono venuto qui ad ammirare quanto rimesso in piedi senza badare a spese dopo il devastante incendio di due secoli fa, ma a cercare le radici di Roma medioevale. Le trovo scendendo di qualche metro negli scavi di quello che una volta era l’orto dei frati. Sono i resti di un cantiere riconducibile all’alto medioevo; pozzi nei quali si faceva la calce triturando i marmi imperiali per costruire le fortificazioni intorno alla basilica e all’abbazia adiacente. E ce n’era certo bisogno; il luogo infatti, situato com’era fuori delle mura aureliane, era terribilmente esposto agli assalti dei barbari. Vengono in mente i visigoti di Alarico che, prima di rompere le trattative con l’imperatorio Onorio e con il papa Innocenzo (che prudentemente se n’era andato a Ravenna) ed entrare in città, andarono e vennero a ridosso delle mura per tre volte. È evidente che ebbero tutto il tempo per prendersi nella basilica, già ricchissima di arredi, un aperitivo del sacco.
 

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Incontro tra Leone il Grande e Attila, Affresco, 1514, Stanza di Eliodoro, Palazzi Pontifici, Vaticano

 

E viene soprattutto in mente Leone Magno, assai più coraggioso del suo predecessore, che trenta anni dopo si trovò ad avere a che fare prima con gli unni e poi con i vandali. Era l’unica autorità disponibile perché l’imperatore Valeriano, dopo aver fatto assassinare Ezio, l’unico ancora capace di fronteggiare i barbari, era stato a sua volta ammazzato. Corse al nord incontro ad Attila riuscendo a convincerlo che era inutile arrivare fino a Roma. Si poteva risparmiare la fatica perché il tesoro di san Pietro glielo aveva portato a domicilio. Quando però, tre anni dopo, arrivò dall’Africa Genserico, le casse erano quasi vuote e poté solo chiedere con pochi spiccioli alla mano che nel sacco i vandali risparmiassero le basiliche, cosa che quelli puntualmente non fecero.

 

Nel conto non poteva però entrare quella di san Paolo perché anche i nuovi assalitori, venuti dal Tevere, erano scesi dalle navi proprio davanti alla chiesa e mentre trattavano, per ingannare il tempo si erano allenati a portar via quanto era rimasto dalle ruberie dei visigoti. Portarono via da Roma quanto potevano contenere le navi. La loro storia però è la riprova che prima o poi i soldi finiscono ai preti, infatti Genserico, una volta in patria, si sentì in obbligo di consegnare una parte del bottino al vescovo di Cartagine, che ci costruì una basilica.
 

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Gianserico saccheggia Roma nel 455, dipinto di Karl Brjullov, 1836

 

Apparve comunque indispensabile ai papi che successero che il luogo fosse difeso. Oltre le mura ci volevano i difensori e un’abbazia di monaci benedettini da affiancare alla chiesa era proprio opportuna, perché i monaci allora dovevano saper fare tutto, e l’ora et labora includeva anche che alla bisogna si sapessero menar le mani.

 

Sarebbe stato quindi per me più interessante visitare l’abbazia che non le leccate cappelle della basilica, ma disgraziatamente non si può perché i monaci sono di clausura. Nell’imponente edificio che una volta ne conteneva chissà quanti, ce ne sono a detta del padre guardiano ancora 25 che non possono avere contatti con il mondo.  Scopro presto che la regola non è poi così ferrea perché su uno dei lati della costruzione hanno aperto una bottega.

Si tratta di un’erboristeria nella quale però non si vendono i soliti rosoli che i frati con la loro pazienza e sapienza distillano mentre pregano, ma i più sofisticati prodotti per la bellezza del corpo e per la inutile lotta che soprattutto le donne fanno contro le rughe della vecchiaia. Così vanno le cose del mondo.

Questi 25 frati, pagando s’intende, ti fanno visitare il loro chiostro del 1200, quando evidentemente non ci girano più intorno, ammesso che ancora lo facciano. È affascinante ornato com’è di colonnine ritorte, intarsiate e dorate e zeppo di reperti archeologici provenienti per la gran parte dal cimitero, prima pagano poi cristiano, che preesisteva alla basilica proprio qui sul greto del Tevere. Il pezzo forte è un imponente sarcofago del III secolo, chissà come finito qui. È stato infatti utilizzato, nove secoli dopo aver contenuto i resti di qualche patrizio, come tomba di Pietro dei Leoni, capostipite dei Pierleoni una delle più potenti famiglie romane del basso medioevo. La mente corre alla loro torre ancora oggi in piedi alle pendici del Campidoglio, una delle tante simbolo di quelle  enclavi di potere fuori da ogni giurisdizione che non fosse quella di famiglia; di origine ebrea, si erano immensamente arricchiti con l’usura, preclusa allora ai cristiani, prima di convertirsi e scontrarsi con un altro potentato locale, quello dei Frangipane.

La vista di questo sarcofago mi ha fatto fare un salto dall’alto al basso medioevo, e mi è difficile tornare indietro, anche perché mi viene in mente che in questo monastero intorno al 1030 arrivò dalla maremma qualcuno che è passato ai posteri col nome di Gregorio VII. Questo papa  è stata una di quelle persone che hanno fatto girare alla storia una pagina assai importante, e che i ricordi quindi non possono permettersi solamente di sfiorarlo. È il caso di sedersi e rimasticarlo tutto, dal principio alla fine.

La posizione strategica del papato nello scenario politico nel quale apparve la figura di Ildebrando (così si chiamava quel ragazzo maremmano che lo zio, abate del monastero benedettino di Santa Maria in Aventino, si portò a Roma per avviarlo alla vita monastica) era fortemente critica. I rapporti con l’impero erano condizionati dal “privilegium Octonis” imposto un secolo prima dall’imperatore ai papi, e che sanciva l’assoluta supremazia del potere laico su quello religioso, al punto che l’elezione stessa del papa era sottoposta all’approvazione imperiale. I vescovi tedeschi, e parte di quelli dell’Italia settentrionale, erano nominati dall’imperatore senza nemmeno interpellare il papa. I vescovi-conti erano, infatti, uno strumento molto importante della politica del sovrano: persone fedeli, spesso pagavano profumatamente la carica, che inoltre ritornava al sovrano dopo la loro morte. Erano soprattutto un’autorità necessaria per contrastare e limitare l’infedeltà, cui invece tendevano i feudatari non appena riuscivano a tramutare in ereditari i loro titoli. Quanto alle nomine papali, esse erano contese fra le famiglie patrizie romane che si litigavano a suon di soldi l’appoggio imperiale per mettere sul trono uno di loro; il risultato era quel desolante quadro politico e morale del soglio di Pietro dei secoli IX, X,  XI e della prima metà del XII.

Un altro grosso problema erano i normanni, in fase espansiva, che premevano militarmente sul confine meridionale del fragile dominio temporale della Chiesa. Costoro erano guerrieri di professione, tanto che erano scesi in Italia proprio come mercenari finendo poi con il bastonare, oltre che i nemici, anche quelli che li avevano chiamati. Non era facile trovare qualcuno disposto ad affrontarli per aiutare la Chiesa.

Gregorio VII, lo abbiamo detto, era un uomo di potere; era stato infilato nella struttura della Chiesa, all’interno della quale voleva far carriera per comandare, ma si rendeva conto che, anche se fosse diventato il capo, con un papato ridotto in quello stato, avrebbe comandato ben poco. Sarebbe stato facile arricchirsi o passare la vita in bagordi, ma queste cose non lo interessavano, lui voleva fare il capo. Per farlo veramente, doveva fare in modo, quindi, che la Chiesa annullasse, e se possibile ribaltasse, la situazione di sudditanza nella quale versava nei confronti dell’impero e delle altre forze in campo.

Nominalmente fu papa dal 1073 al 1085, ma il suo peso politico all’interno delle gerarchie ecclesiastiche e nei rapporti con l’esterno si manifestò ben prima, a partire dal 1049, quando Leone IX, affascinato dal suo ingegno, lo mise in squadra. La sua autorità crebbe progressivamente, con incarichi sempre più importanti, durante i successivi papati di Vittore II, Stefano IX, Nicolò II e Alessandro II.

Esaminando le vicissitudini dei 24 anni nei quali si sviluppò la sua attività di curia, prima di diventare ufficialmente il capo, si è travolti da un accavallarsi convulso di contrasti politici e militari fra patrizi romani, papi, antipapi, vescovi e imperatori, senza esclusione di colpi. Ad una prima veloce lettura, si prova solo ammirazione per la capacità tattica di Ildebrando di rimanere a galla fino al momento nel quale le circostanze lo avrebbero portato a fare il papa e ad imporre le sue volontà. Si tratta però di un’interpretazione riduttiva e fuorviante del suo operato, perché Gregorio fu un meticoloso e attento preparatore della sua azione politica, e mosse le sue pedine, nel tempo, da geniale stratega quale era.

Pur avendo chiaro che le questioni del “privilegium Octonis” e dei vescovi tedeschi erano le più spinose, capì che prima di affrontarle bisognava sistemare il resto. Gregorio si fece, così, mandare come nunzio apostolico in Germania, e riuscì a convincere prima Enrico III poi, alla sua morte, Agnese, madre di Enrico IV seienne (contribuendo a farla eleggere reggente del figlio) quanto fosse meglio che appoggiassero nell’elezione dei papi un vescovo tedesco,  fra quelli disposti a dar retta più a loro che ai principi romani. Capì, infatti, che la moralizzazione necessaria al rafforzamento della Chiesa si portava avanti meglio appresso a un crucco, che non a qualche smidollato e crapulone rampollo del generone romano.

Così a Vittore II, Gerardo dei conti di Goldenstein, seguì Stefano IX, Federico dei duchi di Lorena. Alla morte di questi, nel 1058, la nobiltà romana, stufa di stare a stecchetto, tentò un colpo di mano. Gregorio da Tuscolo, fratello di quel Benedetto IX che aveva fatto parlare così tanto di sé in cronaca nera, entrò a Roma con il suo esercito e fece nominare papa il vescovo di Velletri, Giovanni, con il nome di Benedetto X. Ildebrando convinse Agnese ad appoggiare l’elezione di un altro papa, Gerardo vescovo di Firenze (papa Nicolò II), e se lo portò a Roma, scortato dalle truppe del duca di Toscana. Per facilitare l’insediamento nella capitale del nuovo papa, Ildebrando fece scoppiare una rivolta popolare, finanziandola con i quattrini di Leone Baruch, un ebreo convertito parente di sua madre, e costrinse Benedetto X a rifugiarsi nel castello di Galeria.

Organizzò poi un concilio in Laterano, radunando oltre cento vescovi, nel quale, come da copione, Benedetto X fu scomunicato: la nobiltà romana era ormai fuori gioco, e lui poteva affrontare un altro nemico. Accompagnò allora il papa, che lo seguiva a bacchetta, a Melfi in un concilio in cui invitò i capi normanni, ai quali riconobbe la legittimità non solo di tutte le conquiste fatte, ma anche di quelle che avrebbero fatto in futuro; in cambio costoro si impegnarono a mettere a disposizione le loro spade per difendere la Chiesa. Li mise subito alla prova, si fece accompagnare a Roma, dove stanò Benedetto X dal castello di Galeria e lo imprigionò nella Chiesa di sant’Agnese.

Trasformato il nemico che era ai confini meridionali in una forza militare alleata contro la nobiltà romana (sempre pronta a tentare con ogni mezzo di rientrare in gioco), Ildebrando poteva affrontare il problema più difficile, che era al nord. Alla morte di Nicolò II, la curia romana, ormai totalmente in mano al futuro Gregorio VII, elesse papa Anselmo da Baggio, con il nome di Alessandro II. I vescovi tedeschi, però, fiutando che si sarebbero preparati tempi duri per loro se non avessero reagito, si riunirono a Basilea e nominarono papa Cadalo, vescovo di Parma, con il nome di Onorio II. Convinsero poi Enrico IV, che intanto cresceva, e sua madre a far scortare il “loro” papa a Roma da un esercito imperiale. Ildebrando tentò una resistenza militare, ma le sue truppe furono sconfitte, e Onorio II si sedette trionfante a san Pietro.

Lui però non si arrese, e ricorse alle connivenze che si era creato a suo tempo in Germania fra i riformisti, convincendo il suo amico Annone, vescovo di Colonia, a coprire di false e infamanti accuse Agnese, destituirla quale reggente di Enrico, e a mettersi il giovane re sotto la sua diretta “protezione”. Di conseguenza Onorio II fu destituito e scomunicato, e Alessandro II poté rimettersi sul trono. La cosa fu poi accomodata, anche formalmente, in un concilio pacificatore, promosso a Mantova fra vescovi italiani e tedeschi.

Alla morte del papa, nel 1073, non era più tempo per Ildebrando di comandare per interposta persona, e così si fece eleggere a furor di popolo.A pochi mesi dalla sua nomina, indisse un concilio, e scomunicò tutti i prelati in odore di simonia e di concubinaggio; fra loro c’erano molti vescovi tedeschi, vicini all’imperatore. Il concilio, inoltre, approvò il suo celebre decreto, conosciuto come “dictatus papae” che sanciva il primato assoluto della Chiesa e che stracciava il vecchio “privilegium Octonis”.

La cosa non fece certo piacere ad Enrico IV, ormai maggiorenne, che fomentò a Roma una rivolta di palazzo, capitanata dal prefetto Cencio; il papa, mentre stava celebrando in Santa Maria Maggiore una messa, nella notte di Natale del 1075, fu aggredito sull’altare, ferito, arrestato e rinchiuso nel monastero adiacente alla Chiesa. Gregorio VII, però, era un personaggio popolare; la folla si ribellò e nel giro di un’ora riuscì a liberarlo, costringendo Cencio e i suoi a fuggire. Il papa, dimostrando una tempra non comune, tornò in Chiesa e riprese la funzione al punto in cui era stato interrotto. Era il primo atto di guerra aperta fra il pontefice e l’imperatore.

Gregorio VII intimò ad Enrico IV di venire a Roma a scagionarsi dall’accusa di essere l’ispiratore del complotto, ma questi rispose indicendo un’assemblea vescovile a Worms, che denunciò il papa perché “attraverso Matilde di Canossa e altre stregonerie, è riuscito a convincere il popolo romano ad una sorta di antimperialismo”. Il concilio deliberò la disobbedienza al papa e l’annullamento di tutti i suoi decreti, passati presenti e futuri. Gregorio non poté che scomunicarlo.

L’anatema ebbe un effetto devastante; il 2 febbraio 1076 i principi, duchi, marchesi e conti, cioè i vassalli dell’imperatore, si riunirono in assemblea e mandarono al loro capo un ultimatum: si sarebbe dovuto presentare di lì ad un anno ad un grande concilio ad Augusta, per sottoporsi, in presenza del papa, ad un giudizio di legittimità che, se positivo, lo avrebbe liberato dalla scomunica, se negativo lo avrebbe destituito.

Enrico aveva chiaro che stando così le cose l’assemblea gli sarebbe stata sfavorevole, e che l’unica chance che aveva era di presentarsi al consesso avendo già fatto pace con il papa. Cercò, in un primo momento, di farlo salvando la faccia; eludendo i controlli dei principi che cercavano di impedirgli di contattare nel frattempo Gregorio, arrivò in Italia per vie tortuose e impervie, durante un inverno rigidissimo, proprio mentre il papa era partito da Roma per raggiungere Augusta.

Quando seppe che l’imperatore gli stava venendo incontro per discutere un accomodamento, scelse lui il luogo, il castello di Matilde di Canossa (che probabilmente era anche la sua discreta amante); era il posto più adatto, perché non si fidava delle vere intenzioni di Enrico e del suo seguito armato, e poi perché voleva giocare in casa non per vincere, ma per stravincere.

 


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Enrico IV a Canossa, dipinto di Eduard Schwoiser, 1862


I termini dell’umiliazione di Enrico sono arcinoti: dovette giungere da solo a Canossa, vestito con un saio e a piedi nudi (nevicava), fu costretto a stare tre giorni all’addiaccio prima di essere ricevuto, poi baciare i piedi al papa, confessarsi con lui, comunicarsi, e promettere obbedienza eterna. Al termine di questo pesante percorso, del quale l’entourage del papa prese nota per raccontarlo con grande enfasi ai quattro venti, poté finalmente cenare con il suo vincitore. Quando l’imperatore, purificato ma chissà con quanta rabbia in corpo, tornò in Germania, trovò l’amara sorpresa che i principi, temendo proprio che l’assemblea non potesse più esautorarlo, senza attendere la scadenza, avevano già nominato un suo sostituto nella persona del cognato Rodolfo, duca di Svevia. 

Enrico ci mise 5 anni di lotte fratricide per riprendere appieno il potere, e, una volta sistemate le cose, nell’aprile del 1082, alla guida di un esercito, con appresso un “suo” papa, nominato alla bisogna (Clemente III) e con tanta voglia di rivincita, si presentò sotto le mura di Roma. Gregorio, privo di ogni sostegno da parte della nobiltà romana, non poté far altro che chiedere aiuto ai suoi amici normanni, e rinchiudersi in Castel Sant’Angelo, diventata ormai una rocca imprendibile.

Di lì assistette impotente ai festeggiamenti per l’insediamento di Clemente III al suo posto, e per l’incoronazione di Enrico. La presenza dei tedeschi a Roma fu breve, perché Roberto il Guiscardo, ottenuta una tregua dai saraceni che stava combattendo, accorse in aiuto del papa: Enrico, soppesate le forze, decise di tornarsene indietro, insieme al suo papa, prima che arrivassero i normanni. I “nostri” entrarono da porta san Giovanni, e non trovando da menar le mani contro i tedeschi, se la presero con i romani. La città fu messa a sacco, e la nobiltà locale, che non apprezzava certamente di essere stata estromessa dal potere dal monaco maremmano, aizzò il popolo contro il responsabile della venuta di questi strani liberatori. 

Quando Guiscardo, raccolto il bottino, tornò dai suoi saraceni, Gregorio fu costretto ad andar con loro, per evitare chissà quale fine. Si stabilì così a Salerno, dove morì, due anni dopo.

Questa è la storia di Ildebrando da Soana, che chiuse male una lotta per molti versi vittoriosa. Furono i successori a godere i frutti della sua grandiosa alzata di testa. Le nomine dei vescovi seguirono una procedura più equilibrata: quelli tedeschi nominati dall’imperatore dovevano essere approvati dal papa, e gli altri viceversa, i papi furono nominati dal collegio dei cardinali, senza troppe interferenze degli imperatori, equilibrate quanto meno dall’entrata nel gioco politico anche dei normanni.

Il gran merito di questo papa fu di far salire la curia su un piedistallo impensabile prima di lui, che consentì a Urbano II di mettersi alla guida della cristianità per la prima crociata, e a Innocenzo III di affermare con successo la supremazia dell’autorità papale su quella laica. Per chi avesse ancora dei dubbi sull’amore per il potere di questo monaco, che si definiva “servo dei servi di Dio”, è bene ricordare il messaggio che, una volta sul trono di Pietro, mandò ai suoi vescovi: “Fate in modo che il mondo intero comprenda e sappia che se voi potete legare e sciogliere il cielo, voi potete sulla terra togliere e dare a ciascuno, secondo i meriti, gli imperi, i reami, i principati, i ducati, le contee e tutte le possessioni degli uomini. Spesso voi avete tolto ai perversi e agli indegni i patriarcati, le primazie, i vescovati, per darli ad uomini veramente religiosi. Se voi giudicate di cose spirituali, quale potenza non dovete avere sulle cose terrene? Sappiano oggi i re e i potenti della terra come voi siete grandi e quale sia la vostra autorità. Che essi si guardino dal tenere in poco conto l’amministrazione e l’organizzazione della Chiesa”.

E a chi ancora ritenesse esagerato questo ritratto, vorrei ricordare la frase di uno che il potere ce l’aveva nel sangue: “Se non fossi Napoleone, vorrei essere Gregorio VII”. Non Alessandro Magno, Cesare o Carlo V, ma il servo dei servi di Dio.

(continua)

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Inserito il:06/01/2015 18:55:55
Ultimo aggiornamento:02/01/2019 13:55:59
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