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Aggiornato al 06/12/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Quale Agenda Digitale, adesso?

09/09/2013

 

Partiamo dall’inizio.
E tutto ebbe inizio nell’autunno del 2000.
Franco Bassanini Ministro per la Funzione Pubblica, e la gara UMTS appena assegnata per un introito complessivo superiore ai 23 mila miliardi.
Bassanini era riuscito ad accaparrarsi una quota di questi proventi, da destinare a progetti di e-government (allora si chiamava così, sull’onda del “Reinventing Government” di Al Gore).
Poi arrivò il 2001, le elezioni politiche, l’avvento del centro-destra. E fu così che Lucio Stanca, diventato Ministro per l’Innovazione Tecnologica, “ereditò” quasi 800 miliardi di lire e diede avvio al “piano nazionale di e-government”.
Da allora, e sino ad oggi, la pubblica amministrazione italiana (centrale e locale) ha speso all’incirca una sessantina di miliardi (di Euro, badate bene) per la sua digitalizzazione. Non meno di venti miliardi in investimenti, tutti gli altri in spesa corrente.

Da allora, e sino ad oggi, l’approccio è stato assolutamente autoreferenziale: la digitalizzazione della pubblica amministrazione come un “fatto interno”, un insieme di iniziative non sempre coordinate tra loro e quasi mai pensate con un approccio inclusivo rispetto al “fuori”, al mondo delle imprese e dei cittadini fruitori finali dei servizi della PA.
Ministeri, enti centrali, regioni e comuni hanno digitalizzato i loro processi produttivi, dimenticando in moltissimi casi (quasi sempre) di prendere in considerazione l’eventualità di migliorarli, di renderli più orientati all’utente.

E adesso?
Adesso, il Cloud.
In attesa di poter leggere il nuovo “piano per l’Agenda Digitale”, elaborato dal “Digital Champion” Francesco Caio per conto del Presidente Letta, tutti diamo per scontata la ripresa del “piano data center” messo in piedi da Corrado Passera nel suo momento ministeriale.
Una grande operazione di razionalizzazione della IT infrastructure, attraverso la costruzione di data center capaci di sostituirsi alle oltre 5.000 server farm della PA italiana.
Ottima idea, che però forse sconta un limite: nuovamente, pensiamo tutto in maniera troppo autoreferenziale.

Ed è qui, che scatta l’idea.
Perché non iniziare a immaginare un insieme di Cloud “specializzati” e “compartecipati”?
Il “cloud della Giustizia”, quello della Sanità, quello della fiscalità, eccetera.
Costruiti “insieme” dalla pubblica amministrazione e dai vari stakeholder coinvolti: gli avvocati nel “cloud della Giustizia”, i medici e i farmacisti in quello della Sanità, eccetera.
Costruiti insieme anche sotto il profilo economico-finanziario, attraverso una serie di operazioni di partenariato pubblico-privato capaci di drenare risorse a partire da studi di fattibilità fortemente orientati al ritorno dell’investimento.

Perché una cosa è certa: portare l’Italia in condizione di “potersela giocare” con gli altri Paesi OCSE in tema di digitalizzazione e semplificazione della pubblica amministrazione è un’operazione che costa. E non bastano, i soldi che possono essere recuperati attraverso la razionalizzazione dell’infrastruttura attuale.
Contati con lo spannometro, servono dai 10 ai 15 miliardi di Euro in cinque anni.

Impossibile pensare all’autofinanziamento da parte della PA. Impossibile pensare a un intervento della Cassa Depositi e Prestiti in termini di finanziamento agli enti, visto che una simile architettura finanziaria verrebbe comunque considerata come incremento dell’indebitamento pubblico.
Ma tutto diventerebbe meno complicato se la pensassimo come un’operazione di venture capital.
Con tutte le complicazioni del caso, a partire dalla difficoltà della pubblica amministrazione nel comprendere le logiche del VC e a “farne parte”.

Salvo immaginare un insieme di “cloud settoriali” che vedono un fortissimo coinvolgimento degli stakeholder privati (le aziende, i professionisti) e un meccanismo di governance capace di garantire gli investitori (Cassa Depositi e Prestiti compresa, ovviamente).
Tutto ciò significa mettere in assoluto primo piano la sostenibilità economico-finanziaria dell’iniziativa: sembrerebbe una banalità, ma in realtà non è mai accaduto niente di simile. E si sono visti i risultati, diciamolo.

Il fatto è che se consideriamo il valore generabile da una profonda digitalizzazione della PA realizzata in simbiosi con i suoi “clienti”, ci troviamo di fronte a numeri interessanti.
Riconsiderare e riprogettare completamente i processi di erogazione dei servizi della PA (e della Sanità) significa recuperare – complessivamente – decine di milioni di giornate lavorative oggi “sprecate” dentro labirinti burocratici, code allo sportello, ricorsi e contenziosi vari.
Significa anche (si pensi agli acquisti di beni e servizi della PA, quasi 200 miliardi di Euro all’anno) inserire un filtro molto più che robusto nei confronti di fenomeni di “noncuranza” (nella migliore delle ipotesi) e di “cattiva spesa”.
Significa, in estrema sintesi, far fare all’Italia un bel passo in avanti nella classifica della competitività: oggi siamo al 49esimo posto, secondo il World Economic Forum.

Non è poi così peregrina l’ipotesi di mettere insieme Cassa Depositi e Prestiti (anche attraverso il Fondo Strategico), comunità dei Venture Capital e fondi di Equity ad-hoc creati dai principali stakeholder coinvolgibili in quanto “power user” dei servizi della PA. Con possibili ulteriori apporti da parte delle Regioni, soprattutto per quanto riguarda quelle del Mezzogiorno ancora “coperte” da fondi strutturali europei di vario genere.

Mettendo insieme un “tesoretto” da rendere disponibile per operazioni caratterizzate da una governance “a prova di bomba”.
I presupposti giuridici ci sono: questi “cloud specializzati” potrebbero essere gestiti da partenariati pubblico-privati in regime di “concessione di servizi” (art. 30 del D. Lgs. 163-2006, “Codice degli Appalti pubblici”).
E, in moltissimi casi (a partire da Sanità, Giustizia, Lavori Pubblici, Trasporti …), il payback period è assolutamente interessante, sotto i cinque anni.

E’ necessario, innanzitutto, che la PA a tutti i livelli (Stato e Regioni) prenda seriamente in considerazione questa possibile via di uscita. Altre, non ce ne sono.
Sempre che non si voglia perseverare nell’errore diabolico.

 

Inserito il:25/11/2014 11:37:36
Ultimo aggiornamento:04/12/2014 09:11:02
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