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Aggiornato al 14/12/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Un nuovo mindset per la Governance IT.

22/12/2013

 

Abbiamo tutti sotto gli occhi la spinta al cambiamento che la cosiddetta “nexus of forces” (Social, Mobile, Cloud and Information) sta imprimendo al mondo che ci circonda.

Per molti di noi, una tecnologia o funziona o non funziona. Concentrandosi fortemente sullo scopo, di come migliorarla e di come migliorarne l’utilizzabilità, ci preoccupiamo poco di quali profonde influenze queste abbiano sull’interpretazione che noi diamo all’ecosistema in cui viviamo.

Derrick de Kerckhove ha provato a spiegare i meccanismi dietro questa interpretazione attraverso il concetto di Brainframe (De Kerckhove, 1993, p. 10). Alla base del concetto c’è l’idea che le tecnologie di elaborazione dell’informazione incornicino il nostro cervello in una struttura, e che ciascuna di esse lo portino a produrre un modello diverso, ma ugualmente valido, di interpretazione.

Il cervello umano è un ecosistema biologico in continuo dialogo con la tecnologia e la cultura. Le tecnologie basate sul linguaggio come la radio, la televisione ed internet incorniciano il cervello sia fisiologicamente, sul piano dell’organizzazione neuronale, che psicologicamente, su quello dell’organizzazione cognitiva. Ad esempio, il brainframe creato dall’alfabetizzazione ha influenzato in modo in cui organizziamo i nostri pensieri: la lettura ha portato il nostro cervello a classificare e organizzare l’informazione come facciamo con l’alfabeto, ma non solo. L’alfabeto influenza anche il nostro rapporto con lo spazio ed il tempo, da quando cominciamo a leggere; nella psicologia occidentale, il passato sta a sinistra e il futuro sta dove procede la nostra scrittura, cioè verso destra.

Le tecnologie sono diventate il prolungamento delle nostre menti e dei nostri corpi, proiezioni delle nostre potenzialità umane. Questa interpretazione, ovviamente, non relega più il computer al ruolo di strumento ausiliare, ma ne amplia il significato accettandolo nel perimetro della mente estesa. Il cervello umano, a differenza di quello animale ha consentito un uso diverso degli strumenti durante la nostra evoluzione. La corrente di pensiero che fa capo a Vygotskij, come principale punto di riferimento, ha ben distinto la differenza di uso di uno strumento che può fare una specie animale rispetto a quella umana; se infatti un animale può utilizzare un ramo o un sasso per gestire del cibo (ad esempio per afferrarlo o per romperlo) questo non modifica certo l’arto che lo utilizza e una volta utilizzato l’oggetto torna ad essere un oggetto tra tanti, perdendo la sua significanza di protesi. Inoltre l’utilizzo non viene passato di generazione in generazione, nel senso che non esiste un’organizzazione sociale dedicata alla produzione e alla trasmissione culturale dello stesso.

Al contrario gli strumenti cognitivi rispettano quelle due caratteristiche: a) modificano il cervello che li usa (l’organo) e b) sono trasmissibili. Tutto questo è riscontrabile nella nostra evoluzione che ha visto un cervello che modifica continuamente la propria organizzazione cognitiva e funzionale (Fogg, 2003, p. XVI). Andy Clark è l’esponente principale della versione più recente di questa teoria, che va sotto il nome di “teoria della mente estesa” (Clark, 2003) attraverso cui il cervello viene considerato esteso in quanto non opera solamente all’interno di un insieme di operazioni mentali limitate alle funzioni fisiche, ma è uno spazio più ampio in cui sono incluse anche le interazioni con gli strumenti cognitivi.

Se ad esempio utilizziamo un foglio di carta per disegnarci sopra un cerchio con un compasso, prendiamo delle misure trigonometriche, facciamo dei calcoli matematici magari utilizzando una squadra, tutto questo materiale rappresenta un’attrezzatura cognitiva, senza la quale l’operazione mentale non sarebbe stata possibile (la squadra, il compasso, la matita, il foglio). Il cervello umano, per la teoria della mente estesa, è quindi obbligatoriamente un cervello tecnologico-cognitivo (Fogg, 2003, p. XVII).

La trasformazione avvenuta con il computer è di portata ben più ampia della stessa lettura di un testo, che, come abbiamo visto prima, ha modificato la modalità con la quale il nostro cervello rappresenta internamente le sue operazioni.

Il computer ha abbandonato velocemente il ruolo di strumento usa e getta in relazione ad un’operazione da compiere; è diventato una componente interna che, anche se non presente fisicamente in quel momento, struttura le nostre operazioni mentali. In altre parole chi è abituato ad utilizzare il computer adatta il modo con il quale pensa al punto da assimilarne le sembianze cognitive. Il nostro cervello interiorizza architetture tecnologico-cognitive (Fogg, 2003, p. XVIII) che diventano così un’estensione della mente.

Ma se la tecnologia ha un’influenza così profonda e cosi intima, perché è così difficile accorgersi dei trend nel medio-lungo termine?

Perché la nostra vita cosciente è governata dalla psicologia; questa, a meno di essere in presenza di disturbi, agisce come stabilizzatore, assorbendo i cambiamenti e conferendo un aspetto di continuità alla nostra vita (De Kerckhove, 1993, p. 10). Tuttavia quando gli effetti cumulativi di un cambiamento tecnologico giungono ad un punto critico, si verifica un’improvvisa frattura culturale.

È questa la frattura culturale che stiamo osservando sotto l’agire del “nexus of forces”.

Certamente tutto questo ci riguarda come individui, ma perché dovrebbe riguardare i professionisti dell’IT nelle grandi aziende ?

Perché, molto spesso le IT nelle grandi aziende hanno reagito a questa richiesta di cambiamento applicando quella che io chiamo una “cosmesi digitale”, cioè il cercare di inseguire la trasformazione senza in realtà effettuarla in modo integrato affrontando contemporaneamente sia i problemi organizzativi, che quelli tecnologici. Inoltre, gli stessi problemi tecnologici sono stati indirizzati solo al livello esterno e più visibile (front-end) lasciando quasi inalterata la parte più grande dei sistemi informativi (back-end) sviluppatesi negli anni e stratificatisi in diverse ere informatiche, visibili e riscontrabili ai volontari del “carotaggio”.

La brutta notizia è che il nexus of forces obbligherà tutti a interiorizzare un nuovo brainframe che reimposterà il modo con il quale tutti noi interpretiamo il “fare it”.

Nelle grandi IT, ad eccezione delle isole “modernizzate” dalla parola “social”, prevale ancora il concetto dello strumento; l’informatica vista come automazione, come una penna che aiuta a scrivere, come una calcolatrice che aiuta a fare conti, come un artefatto che ha lo scopo di rafforzare la biologia dell’uomo, una sorta di protesi a quelli che Popitz (Popitz 1996, p. 53) chiama gli elementi del circuito di regolazione tecnico-organica dell’uomo: la mano, l’occhio ed il cervello.

Certo un’interpretazione di questo tipo sembra estremista e radical chic per uno che ha speso la sua vita professionale nel fare IT, ma se ci si pensa bene, gran parte di quello che oggi si progetta nelle IT delle grandi aziende serve a fare più velocemente e con un’efficacia-efficienza maggiore quello che potrebbe fare un addetto.

Diverso è quello che dovremo fare; l’inseguimento di una nuova cittadinanza in ecosistemi sempre più complessi, interconnessi, ed inter-aziendali, in cui la velocità di adattamento e di evoluzione segnerà una selezione darwiniana senza precedenti.

Il modo con cui si farà l’IT non sarà un accessorio strumentale ma un elemento fondamentale di competizione nel nuovo contesto digitale.

Spesso gli operatori del settore IT, come attori partecipanti a questo contesto, non ne sono pienamente consapevoli, e rappresentano essi stessi un ossimoro tra quello che ritengono di essere come ruolo-agito e quello che invece dovrebbero rappresentare. In altre parole essi si sentono gli agenti di un continuo cambiamento e progresso, mentre in alcuni casi possono rappresentare una resistenza al cambiamento stesso, non percependolo nella sua intimità e non sfidando i modelli gestionali e di governance dell’IT alla luce del nuovo contesto digitale.

Questa distanza è messa in mostra spesso anche dalla incapacità dell’IT di accettare la sfida aziendale di non essere più relegata ad eseguire e a rilasciare le automazioni che il business le richiede, ma di entrare in un processo di guida o, almeno, di co-design dell’innovazione del business stesso, rimanendo “imbrigati” per dirlo alla Sassen, e diventando quindi un tutt’uno con l’evoluzione di quell’attore economico. Questo significa accettare che sempre più esperti che parlano il linguaggio dell’IT siano locati a livello organizzativo al di fuori delle organizzazioni IT; significa un nuovo modo di collaborare e di sincronizzare le attività; questo probabilmente significa che la Governance IT dovrà assumere una nuova forma.

È questa un’interessantissima sfida intellettuale e professionale che vorrei condividere. Nel prossimo articolo proverò ad elencare una serie di principi che secondo me dovrebbero rappresentare gli aspetti fondanti di un nuovo mindset della Governance IT che mi piace chiamare Business Technology Governance.

Buone feste a tutti

 

Bibliografia

Clark, A. (2003). Natural-Born Cyborgs: Minds, Technologies, and the future of the human Brain. Oxford University Press.

De Kerckhove, D. (1993). Brainframes. Mente Tecnologia e Mercato. Come le tecnologie della comunicazione trasformano la mente umana. Baskerville, ISBN:88-8000-001-2.

Maldonato, T. (1997). Critica della ragione informatica . Feltrinelli, ISBN 88-07-10221-8.

McLuhan, M. (1991). La galassia Gutenberg. Nascita dell’uomo tipografico. Armando Editore, ISBN: 8871442008 .

Meyrowitz, J. (1995). Oltre il senso del luogo; come i media elettronici influenzano il comportamento sociale. Bologna: Baskerville; ISBN:88-8000-306-2.

Mumford, L. (2005). Tecnica e cultura – Storia delle macchine e dei suoi effetti sull’uomo. Milano : Gruppo Editoriale Il Saggiatore.

Popitz, H. (1996). Verso una società artificiale. Editori Riuniti, ISBN 88-359-4103-2.

Sassen, S. (2008b). Una sociologia della globalizzazione. Torino: Giulio Einaudi Editore, ISBN:978-88-06-19005-7.

Vigotskij, L. S. (1987). Il processo cognitivo. Universale Bollati Boringhieri, ISBN:88-339-0402-4.

 

Comments

o   Lorini

22/12/2013 at 23:13

 

Max ok, poi non è vero che siamo radicalchic

 

Inserito il:26/11/2014 10:29:29
Ultimo aggiornamento:04/12/2014 09:40:16
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