Aggiornato al 04/12/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Greta Samuel (London, United Kingdom – Illustrator, Artist) – Young Reporter

 

La Olivetti vista con gli occhi di un dipendente - 6

Primi passi nel giornalismo

 (seguito)

di Rolando Argentero con Cesare Verlucca

 

Una malattia che ho sempre avuto in testa, quella di scrivere. Non che ne sia mai stato granché capace, ma almeno la passione – quella – me l’hanno riconosciuta sempre tutti, e qualcuno se ne è anche approfittato. Fin dai brevi temi che gli insegnanti ci assegnavano prima alle elementari e poi nelle scuole superiori, la scrittura era il mio pezzo “forte”, diversamente dalla matematica nella quale zoppicavo vistosamente, nonostante l’impegno.

Ricordo che fin da ragazzo proposi e realizzai, al campeggio Olivetti a Marina di Massa (direttore era il compianto Bruno Saudino-Chine, che tutto faceva per cercare di far trascorrere le nostre giornate in allegria), con l’aiuto di ben pochi ragazzi ospiti, un numero speciale dedicato a quei quindici giorni trascorsi in riva al Tirreno.

Il direttore, che non poteva certo curarsi soltanto di me, mi aveva battezzato con il nome di Beniamino e mi aveva lasciato libero di compilare un giornaletto, una sorta di cronaca di quanto avveniva in quei giorni nel nostro ambito. Piccoli fatti, ma per noi importanti in quanto ne eravamo i protagonisti. Uomo di parola, alla vigilia del nostro rientro a casa, volle leggere quanto avevo preparato con l’aiuto di pochi altri, quindi diede il suo placet. Passammo allora i testi alla fotocopiatrice in dotazione al campeggio e lui stesso provvide a fare fascicolare i testi e a farne distribuire una copia ciascuno, a tutti i partecipanti alla vacanza.

Non è stato l’unico tentativo da me compiuto in quel campo.

Anche quando vivevo a Torre Balfredo, con gli amici con i quali ho dato vita alla società sportiva Arcobaleno, ho fatto un’esperienza simile. Poi andavamo in giro per le case a cercare di “vendere” le copie del bollettino che parlava dei fatti accaduti nella località e delle persone che lì vivevano.

In seguito vennero le prime collaborazioni vere e proprie ai giornali: il Risveglio Popolare prima, poi La Sentinella del Canavese, quindi La Stampa per salire successivamente ancora più in alto con Il Corriere della Sera e vari periodici; questi ultimi avevano il vantaggio che pagavano bene. Ricordo i servizi sul matrimonio tra Milva e Corgnati a Maglione: il regalo di nozze lo fecero loro a me e non viceversa! 

I miei superiori ai tempi de La Stampa (nella vita c’è sempre qualcuno che è sopra di te!) erano Marchiaro, Mayda, Minucci e non c’erano orari.

Allora andava di moda la “testina” dello sfortunato che, coinvolto in qualche incidente o in un fatto di sangue, aveva perso la vita; e, allora, caccia alla sua immagine con un fotografo al fianco per riprodurre la carta d’identità o qualsiasi altro documento che avrebbe consentito in tipografia la “ribattuta”, almeno per le copie destinate nella zona. E subito dopo c’era riscrivere un pezzo nuovo perché alle 4,00 cominciavano a lavorare i redattori di “Stampa Sera”.

Quindici anni durò questa vita (mentre mi divertivo alla Olivetti dove ero finito all’Ufficio Stampa).

Qui voglio ricordare un amico e un compagno di lavoro speciale: Daniele Genco. Era stato trasferito all’Ufficio Stampa su mio input e non mancò mai di mettersi in luce. Amante anch’egli della cronaca, cominciò a seguirmi. Prima gli cedetti la titolarità della corrispondenza con l’agenzia Ansa, poi lentamente tutte le altre, riservandomi soltanto “La Stampa” cui ero particolarmente affezionato.

Infine, dopo tutti quegli anni di doppio lavoro, mi resi conto che le due attività erano incompatibili e messo di fronte alla scelta decisi per il “certo”, ovvero l’azienda, lasciando con il pianto nel cuore ciò che più amavo fare (scrivere per il giornale i fatti di cronaca). Era giunto il momento di mettermi a riposo con i quotidiani.

Tuttavia, anche in Olivetti non mi mancarono le soddisfazioni, perché i responsabili del settore diedero vita a pubblicazioni destinate all’esterno, ad esempio il periodico “GO Informazioni”, che si stampava a Roma nella tipografia del quotidiano “Paese Sera”, con l’aiuto di un grafico d’eccezione quale Stefano Petrovich, che ancora oggi fa invidia per la qualità del design e dei testi.

Poi, l’ago della fortuna puntò per me sull’estero e sullo sport. Possono testimoniarlo i redattori ormai a riposo che si occupavano di Formula Uno, di Sci o di Atletica Leggera.

Mi trovai così all’improvviso di fronte a una proposta per me irrinunciabile: amavo lo sport e l’ingegner Carlo De Benedetti mi ordinava di seguire l’ingresso della società come sponsor in Formula 1. Per il grande capo si trattava di un mezzo per far conoscere i prodotti dell’azienda in tutto il mondo; io, invece, cambiavo radicalmente la mia vita: da quella “passiva” (8/9 ore al giorno seduto in ufficio a scrivere o leggere o confezionare giornali) a una più “attiva”, in giro sui circuiti di tutto il mondo a gestire due automobili di Formula 1, con altrettanti piloti che rischiavano la vita a ogni curva.

Poi, come non bastasse, dalla F1 l’azienda, sempre alla ricerca di visibilità attraverso le televisioni, sbarcò nel calcio (Italia ’90), nello sci (alpino e di fondo), nella vela, nel motociclismo, in ogni attività agonistica sportiva che consentisse di far apparire il marchio “Olivetti Computer” sullo schermo delle televisioni insieme ai risultati.

Così mi trovai coinvolto anche in un ruolo assai delicato nell’Eurovisione che aveva sede a Sion, in Svizzera, dove venni incaricato di presiedere il Comitato Sport, quello cioè che decideva la quantità di secondi e il numero di apparizioni consentite per ogni trasmissione sportiva.  

Passavo da un circuito all’altro, da uno stadio all’altro e, quindi da un campione all’altro. Non dico una vita facile, sempre in volo, sempre in movimento. Tuttavia, un’esperienza arricchente, con soggiorni sempre più frequenti lontano dalla nostra penisola.

Alla “veneranda” età di 53 anni l’azienda cui avevo dedicato tutta la mia vita di lavoro mi comunicò che soldi per continuare in quel settore non ce n’erano più: occorreva mollare tutto, e in fretta. Come ogni buon soldato non avevo elementi per controbattere quegli ordini e, come Garibaldi in risposta al generale La Marmora che lo invitava a lasciare il Tirolo, dissi: «Obbedisco».

Trent’anni sono dunque passati da quando ho lasciato l’azienda che mi fu cara e il lavoro che ho svolto con passione. Ciò che non cambia da quel tempo è la mia pensione (come quella di altri milioni di italiani nella mia situazione). Ha un bel da dire il primo ministro Draghi, cui tutti riconosciamo competenza e capacità, ma quando accompagno mia moglie a fare la spesa al supermercato e noto che la borsa è sempre più leggera e il conto pagato è sempre più alto, mi chiedo se non sia il momento per noi pensionati di rivoltarci.

(Continua)

Inserito il:07/12/2021 16:55:04
Ultimo aggiornamento:15/12/2021 18:12:16
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