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Aggiornato al 20/02/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Arcadia - Firma illeggibile - Fascio Littorio dipinto nel 1913

 

Il nostro novecento – Capitolo 11

di Tito Giraudo

(seguito)

 

11. Allarmi, siam fascisti!

Pietro ligio agli ordini, andò a cercare il professorino. Togliatti dopo essere stato interventista, era partito anche lui per quella guerra che aveva fatto nella sanità. Ideologicamente aveva salvato capra e cavoli: era “intervenuto”, ma non aveva combattuto direttamente.

Togliatti, in casa e dagli amici più intimi, veniva chiamato Palmi, diminutivo del suo nome Palmiro. Era di famiglia della piccola borghesia, come ce n’erano tante nella Torino dei “travet”. Il padre lavorava per l’amministrazione pubblica, la mamma era casalinga, aveva un fratello più vecchio, una sorella e un fratello più giovani.

Il padre venne a mancare quando i figli erano ancora piccoli; la mamma, arrangiandosi, li farà studiare tutti. Soprattutto lui, quel figlio minuto sempre sui libri, tanto bravo a scuola. Si laureerà in Giurisprudenza, anche se voleva fare Lettere; ad attenderlo ci sarà la professione, al peggio, l’insegnamento. Gli anni, prima e dopo la guerra, furono una grande palestra di formazione per i giovani intellettuali. Gli studenti dell’epoca erano divisi tra una maggioranza gaudente, figlia di benestanti, e una minoranza che non poteva permettersi quella scapigliatura, e allora si dava alla politica. Quasi sempre nel partito socialista.

Palmi abitava in borgo Vanchiglia, dove il fiume Dora attraversa Torino per buttarsi nel Po. Le sue frequentazioni politiche erano però nella sezione operaia di borgo San Paolo, frequentata anche da un altro studente: un sardo, Antonio Gramsci, mente brillante su un corpo piccolo e deforme. I due stringeranno un sodalizio politico, che sarà determinante nel futuro di Togliatti. La personalità dominante sarà sicuramente quella di Gramsci.

Palmi non ha ancora preso coscienza dei suoi mezzi e per qualche anno sarà l’ombra dell’altro. Tutti e due, come già abbiamo detto, saranno interventisti, anche se Gramsci verrà naturalmente riformato.

Pietro e Mario subito dopo la guerra incontrano Togliatti in corso Palestro, hanno l’impressione che il professorino non sappia bene cosa fare nella vita. È senza lavoro, la politica lo tenta, ma non può permettersi la disoccupazione. Il gesto fatto con Antonio, di stracciare pubblicamente la tessera del partito, lo fa desistere dal tornare in sezione. Gramsci, viceversa, non essendo al fronte, approfitta degli eventi compiendo la solita autocritica di sinistra e, dato che tutti gli riconoscono un gran cervello, rientra nel partito e viene assunto dall’Avanti!

Quando Benito ordina di contattare la coppia, Mario incarica Pietro che va a casa di Palmi. Senza perifrasi gli dice che Gioda avrebbe piacere di incontrarlo, insieme a Gramsci, per avere un confronto tra interventisti. Togliatti in quei giorni ha pochi rapporti con Gramsci e quindi, preso alla sprovvista, non rifiuta l’incontro che avverrà quindici giorni dopo nel bar di via Arcivescovado, vicino alla redazione dell’Avanti!, dove lavora il suo vecchio amico.

In quel bar arriveranno prima Pietro e Mario, che dirà a Pietro: «Ho l’impressione che facciamo un buco nell’acqua. Ho saputo che Gramsci si è emendato dall’interventismo andando a Canossa. Adesso lavora al giornale, vedrai che non vengono, o forse arriva solo Togliatti.»

Invece arrivarono entrambi. Nell’aria c’era molta freddezza, Togliatti mostrava un certo imbarazzo. Quando si furono seduti davanti a un bicchiere di vino chinato, Gioda disse: «Io e Pietro abbiamo voluto incontrarvi perché anche voi siete stati interventisti. Noi vogliamo creare anche a Torino un movimento politico sulla falsariga di quei fasci che il compagno Mussolini…»

«Compagno? – interruppe Gramsci a voce alterata. – Mussolini, che non è più un socialista, sta trescando con ogni sorta di reazionari per dare vita a una nuova formazione politica. Nazionalisti, futuristi, ex combattenti. E tu Gioda, tu che sei un anarcosindacalista, hai il coraggio di chiamarlo compagno!»

Pietro, notoriamente poco politico, era esterrefatto. Non capiva tanta veemenza in una persona che aveva sempre conosciuta come mite e schiva. Guardando Togliatti lo apostrofò bruscamente: «Porca m….., se la pensate così perché avete accettato l’appuntamento?»

L’atteggiamento di Palmi fu ben diverso da quello di due settimane prima. Con voce tagliente rispose: «Giraudo, se mi avessi detto che venivi a nome di Mussolini, ti avrei dato subito la risposta che ti diamo ora. Né io né Antonio vogliamo avere a che fare con lui e con il suo ambiente. Se voi ne fate parte, considerate chiusa questa conversazione.»

Detto questo si alzarono e uscirono. Pietro fu colto alla sprovvista, poi ci ripensò e, incazzato come una iena, disse a Mario: «Adesso esco e do un sacco di legnate a quei due nani».

«Stà brav, set-te» (stai bravo, siediti) lo fermò Gioda. «Non ti sei reso conto, Pietro, che si sono fatti sentire da tutti? Adesso sono tornati vergini.» In effetti era successo che quando Palmi aveva informato Antonio dell’appuntamento, questi gli aveva comunicato di essere riuscito a farlo assumere all’Avanti! Le strade politiche si avvicinano e si allontanano non solo per convinzioni ideologiche, ma anche per le leggi della vita e dell’ambizione. Io per un certo periodo ne sarò l’archetipo.

Mario andò a Milano per la costituzione dei fasci di combattimento. C’erano un centinaio di persone, le più eterogenee possibili. Gioda rimase stupito nel vedere Cesare Maria De Vecchi: anche se non l’aveva mai conosciuto personalmente, sapeva che era un monarchico convinto. Si diceva che in guerra fosse stato un eroe nella battaglia di Valcismon: Mario comunque pensava fosse un fior di reazionario. Era originario di Casale Monferrato, laureato in Giurisprudenza, un ex capitano anche lui scontento e lui pure in cerca di un’aggregazione politica.

Come Mussolini fosse riuscito a far passare, in quel giugno 1919, l’ordine del giorno costitutivo dei fasci di combattimento, ha dell’incredibile. Il programma era sostanzialmente di sinistra, radicale e, anche se dava qualche contentino a nazionalisti e futuristi, non si prestava a equivoci. Vale la pena di conoscerlo perché dimostra come il fascismo fosse, alla sua nascita, tutt’altro che un’istituzione reazionaria. Lo trovate pertanto alla fine del capitolo*-

Piazza San Sepolcro si trova nel cuore di Milano, poco distante dal Duomo, l’omonima chiesa eretta a partire dal 1030 ha un’interessante cripta dove è costudita una manciata di terra portata da Gerusalemme dopo la sua conquista da parte dei crociati, in realtà è un “tarocco” del San Sepolcro originale, reso famoso da San Carlo Borromeo che ci veniva a pregare. Senza nulla togliere ad un tempio così antico, va detto che sorge nel sito del foro romano come testimonia una mappa di Leonardo, infatti una parte del pavimento della cripta è di epoca romana. La piazza ora è famosa soprattutto perché una cinquantina di persone risposero all’invito di Mussolini per una seconda edizione dei fasci di combattimento di interventista memoria. Nessuno quel giorno avrebbe potuto predire a cosa avrebbe dato il via.

Il programma non era certo di destra, avrebbe potuto essere sottoscritto tranquillamente dai socialisti riformisti. Molto dei convenuti erano distanti mille miglia da questa ideologia. I partecipanti alla riunione in quella anonima sala prestata dalla Camera di Commercio, non ebbero certo la sensazione di partecipare a uno storico evento. Lo stesso Mussolini aveva tirato alto con un programma che, in condizioni normali, sarebbe stato rifiutato da più della metà dei partecipanti. Quel giorno forse Benito si rese conto che quella gente aveva bisogno di lui, anche a costo di sacrifici ideologici.

A parte D’Annunzio, in tutt’altre faccende affaccendato, nessuna personalità di rilievo politico poteva unificare interessi così disparati e tesi a dare una risposta a una crisi che, pur non avendo ancora toccato il suo culmine, appariva in tutta la sua gravità.

La sera Mussolini cenò con i redattori dell’Avanti! e quindi anche con Mario, che non aveva digerito la presenza di De Vecchi, non tanto per le sue tendenze politiche, quanto per un’innata antipatia per quell’uomo tronfio e vanaglorioso. Chiese a Mussolini: «Come mai il capitano De Vecchi ha aderito ai fasci? A Torino passa per un monarchico sfegatato. Come si giustifica che abbia potuto firmare il nostro programma, che è repubblicano e distante chilometri dalle sue posizioni?»

«Non siamo ancora in grado di andare troppo per il sottile –si limitò a spiegare Mussolini. – So bene che molti partecipanti hanno firmato obtorto collo. Quello che ci tiene insieme è il desiderio di un cambiamento. Noi vogliamo la rivoluzione e la lotta al socialismo parolaio, loro vogliono emergere. Credo che potremo fare un pezzo di strada insieme, poi saranno gli avvenimenti a indicarci la via migliore e gli alleati migliori. Spero ancora in una crisi dei socialisti, soprattutto dei sindacalisti. Adesso dobbiamo essere un punto di riferimento per tutte quelle forze che rifiutano il vecchio stato liberale, senza finire nella dittatura del proletariato, che è una stupidaggine nei termini. Come possiamo pensare che la classe operaia sia in grado di governare l’Italia, quando non è nemmeno in grado di governare se stessa?

«Sono le élite che governano e fanno la storia, da che mondo è mondo! In Russia il vero gruppo dirigente non è certo composto da operai! I socialisti dicono che dobbiamo “fare come in Russia!” Io dico che siamo in Italia! Il re, che mi sta cordialmente sulle scatole, non ha certamente il potere degli Zar. Perché avere i ceti produttivi come nemici? I socialisti stanno spostando la lotta sindacale sul piano politico e spingono gli operai a superare le rivendicazioni sindacali. È una follia, dobbiamo dire di no! Questo è il senso della nostra alleanza, Mario! Sopporta la presenza di De Vecchi, a condizionarlo ci penseremo dopo.»

Mario, tornato a Torino, incontra Pietro e gli altri amici. L’obiettivo è fondare un fascio di combattimento in città. Pietro dovrà provvedere a reclutare fascisti tra gli operai della Fiat. Il programma dei fasci poteva anche consentire un riavvicinamento con i socialisti, ma cosa stava succedendo in casa socialista? Quella, ancora una volta, non era una casa, ma un condominio. Come in tutti i condomini che si rispettino la litigiosità era alta. Di motivi per litigare non ce n’erano molti, guardando le posizioni e ridimensionati i riformisti. Tuttavia le personalità erano troppe. Anche nei condomini, pur avendo interessi in comune, gli inquilini si dividono in modo manicheo su chi debba avere la leadership nelle decisioni.

I socialisti, dopo la rivoluzione bolscevica, avevano quasi tutti abbandonato le posizioni compromissorie, in una gara a chi a parole era più rivoluzionario. Quasi nessuno metteva ormai in dubbio il fatto che era solo una questione di tempo l’arrivare al fatidico giorno della rivoluzione proletaria. Come mai quel socialismo fu tanto superficiale?

Le sue origini borghesi e umanitarie non avevano certo contribuito, come in altri paesi, a formare un’ideologia che non fosse generica. La classe operaia da qualche anno stava giocando un ruolo determinante. Era però essenzialmente relegata in tre regioni, la Lombardia, il Piemonte e la Liguria. Si può capire quante minime affinità ci potessero essere tra i socialisti torinesi e quelli romagnoli, gli uni operai, gli altri braccianti. Non solo le mentalità erano diverse, ma diverso era anche il nemico.

Il latifondista romagnolo, come d'altronde quello emiliano e toscano, pur non raggiungendo i livelli dei baroni meridionali, era comunque politicamente chiuso, avendo dovuto affrontare per primo il rivendicazionismo socialista. In Romagna, poi, era nato un fenomeno interessante. Il movimento socialista aveva saputo unire i piccoli proprietari in una rete di cooperative agricole, divenute concorrenziali rispetto al latifondo tradizionale, basato essenzialmente sul bracciantato e la mezzadria. La mezzadria, che avrebbe potuto essere un buon compromesso tra il padrone delle terre e le famiglie che ci lavoravano, per l’ingordigia dei proprietari garantiva a malapena la sopravvivenza.

Quando i primi fascisti romagnoli, emiliani e toscani si affacciarono sulla scena politica locale, non ebbero certo i dubbi dei fascisti piemontesi o dello stesso Mussolini. Pochi provenivano dalle file socialiste, i più sposarono la difesa del mondo agrario padronale. Erano piccoli proprietari non inquadrati nel movimento delle cooperative, mezzadri che si sentivano comunque diversi dai braccianti. Erano gli stessi braccianti che lavoravano per il latifondo e che trovavano in questo più sicurezza rispetto a quello cooperativo, che non garantiva redditi più elevati e che sostanzialmente impediva ogni rivendicazione. Mentre il fascismo torinese cercava faticosamente un suo posizionamento ideologico, questo passò immediatamente all’azione dando vita allo squadrismo, violento e sostanzialmente reazionario.

A Torino intanto anche i socialisti cercarono una via più diretta e soprattutto ideologicamente più motivata. Fu un gruppo di giovani a trarre il dado. Tra questi c’erano Gramsci e Togliatti. Il primo andava sempre più sviluppando le sue doti di ideologo. Il secondo non scodinzolava più, era diventato un ottimo giornalista. Abbandonata la vecchia retorica borghese imparata all’università, era diventato un giornalista completo. Gramsci, che da tempo maturava l’idea di creare un giornale che portasse avanti le sue idee, ci riuscì grazie ad Angelo Tasca. Questi aveva nel partito una solida posizione che gli consentì di reperire i mezzi per quello che sarebbe diventato L’Ordine Nuovo. I primi numeri del settimanale poterono uscire perché Tasca non solo trovò i finanziamenti e lo stampatore, ma perché, come segretario del partito torinese, consentì a Gramsci e a Togliatti il lavoro a mezzadria. Pagati da L’Avanti! poterono tranquillamente dare vita al nuovo giornale.

Quale era la teoria (naturalmente semplificata) de L’Ordine Nuovo? Quanto era successo in Russia aveva bisogno di un momento di teorizzazione e interpretazione italiana, ispirandosi al leninismo e contemporaneamente fondendolo all’operaismo tipico di Torino. Gramsci individuò nella classe operaia e nella fabbrica il centro propulsore della rivoluzione che pareva imminente. Queste teorie fecero breccia tra i lavoratori nonostante lo scetticismo dei sindacati che, identificando nell’ordinovismo lo spostamento dell’azione sindacale in azione prettamente politica, ne temevano le conseguenze e lo scontro diretto che avrebbe provocato. Ebbero ragione.

La classe operaia torinese, e in particolare quella della Fiat, viveva malissimo quel dopoguerra. Sapevano che i sovrapprofitti c’erano stati e non erano disposti a pagare in prima persona le difficoltà della riconversione dalla produzione bellica. Al solito quando ci sono delle contrapposizioni nette non si cerca il compromesso, e così avvenne.

Agnelli si ritrovava un colosso metalmeccanico composto ormai da 25.000 dipendenti. Aveva certamente accumulato e speculato anche lui, ma il suo fine era l’ulteriore sviluppo della Fiat. Quello stabilimento di cui nel ‘17 Pietro aveva visto i disegni si doveva fare. Le posizioni di Agnelli non erano allineate con la parte più retriva della Confindustria.

Chi lavora essenzialmente per soddisfare le proprie ambizioni di industriale, piuttosto che l’arricchimento personale (che arriva di conseguenza), non può non tenere conto di un elemento essenziale come la mano d’opera, garantendosi così un minimo di collaborazione. Questa la si ottiene facendo concessioni in linea con le possibilità, ma senza chiusure aprioristiche. Non è una posizione umanitaria, ma una posizione di buon senso.

In quel periodo Agnelli è anche disposto a fare delle concessioni economiche e normative. Quello che non può e non vuole concedere è l’indisciplina e il non rispetto delle gerarchie. Per il vecchio ufficiale di cavalleria è inconcepibile un mondo senza gerarchie e doveri, ma i giovani professorini faranno proseliti in Fiat. Aderiranno a L’Ordine Nuovo gli uomini migliori del sindacalismo interno, Parodi e Santhià in testa.

La prospettiva di fare come in Russia, diventando il perno di un nuovo mondo più giusto, è talmente appetibile da oscurare qualsiasi ipotesi meno ambiziosa. Quando poi si hanno dei capi politici demagoghi come quelli socialisti e dei giovani come gli ordinovisti, intelligenti e preparati, ma tendenzialmente sognatori e radicali, si può capire perché la grande illusione della dittatura del proletariato abbia fatto presa, soprattutto nel mondo operaio che in quel periodo rappresentava una classe non certo egemone, ma sicuramente emergente.

Pietro non era per niente d’accordo con queste teorie. Era profondamente convinto che in fabbrica oltre i diritti ci dovessero essere i doveri. Era certo che lo sviluppo delle fabbriche avesse cambiato profondamente la sua vita e quella di tanti altri. Soprattutto l’esempio di Camillo gli faceva toccare con mano come potesse esserci un padronato aperto anche agli interessi dei lavoratori. Certo bisogna dire che la componente essenziale della scelta fascista per Pietro sarà prima l’amicizia con Gioda, poi l’attrazione fatale per Benito. Possiamo quindi immaginare come se la passasse in Fiat.

Gli operai che non credevano alle utopie gramsciane non erano pochi. Ma chi è stato in fabbrica sa bene che le minoranze decise e rumorose prendono temporaneamente la meglio sulla maggioranza silenziosa che, opportunisticamente, sta alla finestra a guardare come andranno le cose. Pietro era la minoranza rumorosa della maggioranza silenziosa. Aveva capito i principali fondamenti della rivoluzione fascista, della cui bontà e possibile realizzazione non aveva dubbi. Quello sarebbe stato il momento in cui a Torino le posizioni avrebbero potuto trovare un compromesso.

Ciò non fu possibile. Non perché i primi fascisti fossero violenti e reazionari, ma perché dall’altra parte si dirigevano verso la rivoluzione e l’internazionalismo proletario, in antitesi con l’idea nazionalista e con l’apertura ai nuovi ceti emergenti e ai produttori, verso i quali i fascisti si stavano orientando con una visione più realistica.

Se all’inizio del ‘19 la forbice tra queste due impostazioni era ancora chiusa, due anni dopo, con la nascita del partito comunista, la forbice è aperta e il solco incolmabile. In quegli anni subentrò un elemento che avrebbe potuto fare la differenza. Tornò a capo del governo Giovanni Giolitti. Gli storici più avveduti sono concordi nel dire che le tre grandi personalità dell’Italia post risorgimentale sono state Cavour, che ha realizzato l’unita politica del paese, Giolitti che l’ha in parte riformata e Mussolini che vedremo cosa combinerà.

Giolitti veniva detto da tutti “l’uomo di Dronero”, anche se era nato a Mondovì. La famiglia, composta da influenti borghesi (notai, giudici, ecc.) era originaria di Acceglio, l’ultimo paese della Val Maira, la val dj’ancioé (la valle degli acciugai). Il primo paese quasi in pianura è proprio Dronero. L’antica via del sale, che passava poco distante, aveva favorito il commercio delle acciughe salate.

L’industriosa popolazione della Val Maira aveva abbracciato quel mestiere, sviluppandolo al punto che molte famiglie di acciugai si erano trasferite addirittura a Milano. Qui avevano impiantato floridi commerci, allargando quello delle acciughe al merluzzo sotto sale e al baccalà. Le stesse famiglie, oggi sono importatori di caviale e salmone affumicato. L’acciuga sotto sale, base fondamentale con l’aglio della bagna càuda, era allora un alimento alla portata di quasi tutte le borse, e costituiva un modo per mangiare il pesce in una regione che il pesce di mare praticamente non lo conosceva. Il sale conservava perfettamente le acciughe. Le baricie entrarono fin dal Medioevo nella dieta piemontese.

Dronero è il centro principale della Val Maira, posto com’è al suo imbocco. La famiglia Giolitti fece ritorno nella valle d’origine acquistando una grande casa nel centro del paese (io e Sergio Borgogno andammo a trovare il nostro amico, il nipote. allora Ministro), dove l’uomo di Dronero tornerà nei lunghi periodi dell’esilio politico: alla caduta del suo governo nel ‘14, dopo l’avvento del fascismo, e nel ‘28 quando vi morirà. Veramente, un altro paese del Piemonte lo ospiterà d’estate, Bardonecchia. Se Dronero è all’inizio di una valle, Bardonecchia è alla fine di un’altra, quella di Susa, prima del traforo del Fréjus che collega la Francia all’Italia.

Consentitemi una breve parentesi. Lo sviluppo del Piemonte nell’Ottocento è dovuto anche alla possibilità, con l’avvento del treno, di avere un facile collegamento, non tanto con la Francia ma con Parigi, allora indiscussa capitale europea. Il primo treno che collegherà il Piemonte con la Francia, il Fert, passerà sopra Susa per il valico del Moncenisio. Fu una grande opera di ingegneria per l’epoca. Un treno a vapore che affrontava la salita del valico con il sistema della dentiera e quindi in grado di arrampicarsi su pendenze notevoli. Per ovviare alla presenza della neve, nei mesi invernali si costruirono delle gallerie in pietra che avevano lo scopo di proteggere il treno dalle intemperie.

Il passo del Moncenisio è a duemila metri sul livello del mare; dove adesso c’è la diga e il lago, allora c’era un altopiano solcato da un torrente, con numerose baite di margari che in estate portavano le mucche al pascolo. Era la più o meno la stessa strada che aveva fatto Carlo Magno quando su invito del papa attraversò le Alpi per sconfiggere i Longobardi.

Quella ferrovia era stata realizzata per ovviare ai ritardi del più importante traforo del Fréjus: Dopo di ché, scoperta la dinamite i lavori procedettero spediti e il treno passò oltre Susa, raggiungendo l’alta valle e Bardonecchia, ultimo paese prima del Fréjus, proseguendo verso Modane e quindi Lione e Parigi. Bardonecchia, posta in amena posizione, diventò meta delle vacanze dei borghesi facoltosi del Piemonte. Fu la prima vera stazione montana dell’epoca e Giolitti vi si insediò dirigendo da lì la politica italiana nei mesi estivi.

Giolitti era stato contrario all’intervento nel ‘14. Non era particolarmente pacifista, ma conoscendo bene la situazione socio-economica del paese, si era convinto che la guerra fosse meglio non farla. L’interventismo e il coacervo di interessi che c’erano dietro lo rimandarono a Dronero. Terminata la guerra, era lui l’unico statista che avrebbe potuto affrontare le crescenti difficoltà, quindi il vecchio liberale che credeva nelle riforme e nel dialogo ritornò in sella.

Memore di quello che aveva fatto quando era al governo e aveva dovuto affrontare settimane rosse e casini vari, seguì la linea di non prendere di punta gli eventi, lasciandoli sbollire da soli. Giolitti liberale convinto, non era certo un filo socialista, era persuaso che alla lunga, senza cambiamenti, il movimento rivoluzionario avrebbe avuto la meglio. Lui e Mussolini si detestavano cordialmente, troppo diversi com’erano: ragionatore e compromissorio l’uno, impulsivo e demagogo l’altro. Tuttavia in quegli anni parecchie furono le convergenze. La svolta nei loro rapporti la darà il biennio rosso.

Il clima nella Fiat del dopoguerra era di forte contrapposizione, prima sindacale e poi, con l’avvento delle nuove idee ordinoviste, anche politico. Tutto iniziò nell’estate del ‘19 con lo sciopero delle lancette.

Come sempre le cose serie prendono lo spunto dalle “cazzate”. L’introduzione dell’ora legale, come piace poco ai giorni nostri, piaceva ancora meno agli operai della Fiat. Già a quei tempi un paese come l’Italia aveva problemi di risparmio energetico, e quindi approfittare del sole d’estate, allora come oggi, era ed è una semplice norma di buon senso.

Un attivista sindacale spostò le lancette dell’orologio di fabbrica. Fu licenziato e iniziò così un grande sciopero. Agnelli era anche propenso a fare concessioni economiche, ma lo era meno a cedere sul piano della disciplina. Pensò quindi che forse quello era il momento di accettare lo scontro, sperando che una vittoria padronale potesse portare a un ridimensionamento della forza politica del sindacato. Generalmente gli scioperi finiscono perché l’operaio, l’anello debole, dopo un po’ rimane senza quattrini e allora la maggioranza silenziosa prende il sopravvento e impone il compromesso.

Quella volta le cose non andarono così. Dopo parecchi giorni di sciopero, Agnelli si mosse su due fronti. Il primo interno, facendo leva sugli impiegati, i tecnici e i capi delle officine e dei reparti. Poi, sapendo che c’erano degli operai che odiavano i socialisti, si servì di questi per organizzare il crumiraggio affiancandoli con elementi esterni.

Pietro aderì allo sciopero. I primi giorni gli sembrava una brutta cosa rompere la solidarietà con i compagni di lavoro. Quando però lo sciopero divenne chiaramente politico, decise che ne aveva abbastanza e, dato che i picchetti non lo spaventavano, una bella mattina entrò in fabbrica, non da solo, ma con il suo compagno Lelli, ora camerata. Molti aspettavano solo che qualcuno rompesse il fronte. Tutte le mattine centinaia di operai sostavano dall’altro lato della strada: erano quelli che, non essendo attivisti, speravano in fondo che tutto finisse.

Mentre Pietro discuteva con i picchettanti, si formò un grosso gruppo di operai che, resisi conto di essere più degli attivisti, sfondarono il cordone entrando come una marea. Da quel momento Pietro fu un punto di riferimento, i primi fascisti della fabbrica si iscrissero in quelle giornate. Lo sciopero andò via, via esaurendosi. A questi primi gruppi di “crumiri” Agnelli affiancò degli esterni, garantendo un minimo di produttività.

Agnelli però non fu grato ai fascisti! Era troppo accorto per sposare un movimento che allora non solo era minoritario, ma inconsistente. Soprattutto, vinta quella battaglia, non voleva tornare in guerra. Questa prima sconfitta naturalmente non insegnò nulla ai compagni, salvo che non si poteva scioperare a lungo per ragioni di sopravvivenza. Si studiarono allora forme di lotta interne alla fabbrica. Si inventò lo sciopero bianco, interi reparti si fermavano per un nonnulla. I capi, o si adeguavano, o avevano vita dura. Per il piccolo gruppo di fascisti le cose peggiorarono al punto che Pietro più volte dovette intervenire per difendere qualche camerata.

Pietro non aveva paura dello scontro fisico. La sua forza si moltiplicava se era incazzato. Per la prima volta esisteva in fabbrica una divisione sindacale maturata, non su problemi sindacali, ma esclusivamente politici. Le voci che i fascisti facevano sul serio in Emilia, in Romagna e in Toscana, preoccupavano i camerati torinesi, invece che ringalluzzirli. Quei fascisti erano troppo agli ordini degli agrari. Per i fascisti torinesi, e soprattutto per Mario e Pietro, lo scontro fisico poteva anche esserci, ma solo per avvalorare le proprie idee, non per l’interesse di qualcuno. Anche a Torino però iniziarono a iscriversi gruppi di arditi: ex combattenti ai quali si mischiarono sbandati, violenti e qualche pregiudicato. Gioda era convinto che dietro ci fosse De Vecchi che non voleva apparire, ma aveva contatti sicuri.

Quasi subito a Torino le due anime del fascismo si scontrarono. Da una parte gli ex compagni, socialisti, anarchici e sindacalisti; dall’altra gli arditi, i nazionalisti accesi e tutta una pletora di spostati. In mezzo c’erano poi i moderati con la puzza sotto il naso, che tolleravano a mala pena la presenza di un dirigente operaio come Pietro, solo perché amico di Gioda e, si diceva, anche di Mussolini.

È di quel periodo la nascita della retorica fascista. I fasci si ispiravano al littorio romano e quindi, a cascata, si presero a prestito terminologie della Roma dei Cesari e, dato che di Cesare doveva essercene uno solo, Mussolini diventerà anche suo malgrado il Duce del fascismo! Può sembrare strano ma il personaggio in quel periodo non era certo un duce. Un duce più coerente sarebbe stato D’Annunzio, impegnato a Fiume in un’avventura tollerata finché ha fatto comodo, ma, profilandosi una soluzione al rivendicazionismo italiano, era diventata scomoda.

Tra i due personaggi c’era un rapporto di amore e odio. Sapevano che il posto era uno solo e il primo che lo avesse occupato sarebbe stato difficilmente scalzabile. Mussolini sostenne dalle colonne de Il Popolo d’Italia l’impresa fiumana, aprendo addirittura una sottoscrizione. Quei soldi però non arriveranno mai a destino, e questo la dice lunga. Mussolini non era certo un avido e un disonesto. Se non aveva ceduto il malloppo è perché sapeva che D’Annunzio era un perdente e che il “Vate” passava per essere un dissipatore di sostanze sue e altrui. Probabilmente Benito credeva che quei quattrini servissero di più al fascio o al giornale, quindi se li tenne.

Pietro e Mario incontrarono ancora una volta Mussolini a Torino. Mario era il segretario del fascio, ma Benito quella volta, oltre che per loro, era venuto per De Vecchi che non frequentava il fascio di Torino, dove sarebbe stato in minoranza, ma stava tessendo una fitta tela con ambienti vicini alla corona: aveva detto infatti a Mussolini che il Duca d’Aosta simpatizzava per il movimento e che l’avrebbe incontrato volentieri. Quel ramo cadetto da sempre faceva, e fa ancora, la fronda ai Savoia, sia che siano regnanti o, come ora, deposti e sputtanati.

Il Duca d’Aosta fisicamente era tutto il contrario di quello scherzo di natura di Vittorio Emanuele. Era un bell’uomo e un soldato coraggioso. Non regnando, poteva permettersi posizioni più avventuristiche, e quel Mussolini non gli dispiaceva affatto. Tramite De Vecchi, che era uno dei leader, lo volle incontrare. Questo incontro giocherà un ruolo importante nell’atteggiamento futuro del Re.

Mussolini aveva capito che la rivoluzione fascista si poteva realizzare solo con le più larghe alleanze. Non si poteva andare tanto per il sottile. Balbo, Grandi e Farinacci non gli erano per nulla simpatici, ma nelle loro zone il fascismo si stava sviluppando ed era meglio non indagare troppo sul come. I tempi non lo consentivano. In quelle regioni, inoltre, i poteri dello stato, le prefetture, la stessa polizia stavano simpatizzando. Se a Mussolini non piaceva troppo quella compagnia, era comunque troppo abile per non capire che la crescita del fascismo non sarebbe avvenuta erodendo la sinistra. Anche la piccola borghesia aveva desiderio di ordine, soprattutto mal tollerava quegli operai che non solo avevano alzato la testa, ma ora stavano attentando alle loro convinzioni e alle loro quiete abitudini. Quel giorno Mussolini cercò di far capire ai fascisti torinesi questa sua posizione. A qualcuno che obbiettava, meno affezionato di Mario e Pietro, rispose con un secco: «Il fine giustifica i mezzi!» Amen.

A Torino si stava di nuovo giocando una partita importante. Agli industriali il fascismo non era particolarmente simpatico. Agnelli era troppo accorto per fare scelte in netta antitesi con il sindacato che riteneva, tutto sommato, il male minore. Il sindacato però sarà messo in crisi sia dal partito che dai professorini de L’Ordine Nuovo, che per il socialismo torinese è una grande novità. Un salto di qualità culturale rispetto alla sinistra massimalista, demagogica e inconcludente alla Bombacci.

Quelle posizioni non trovavano allora vasti consensi nemmeno tra i rivoluzionari. Lenin dirà, qualche anno più tardi, che l’unico che avrebbe potuto portare l’Italia alla dittatura del proletariato sarebbe stato Mussolini, se i socialisti italiani non avessero avuto troppa fretta di criminalizzarlo per il suo interventismo. Certo Lenin disse queste cose con il Duce ormai a capo del Governo.

Torino in quel periodo era il grande laboratorio di sperimentazione del comunismo italiano. I ricercatori che manovravano storte e alambicchi avevano in mano il partito socialista torinese. Tasca era contemporaneamente segretario di quel partito e uno dei fondatori de L’Ordine Nuovo. Il campione in vitro era la Fiat, dove c’erano le condizioni per sperimentare anche in Italia la forza sovvertitrice della classe operaia.

Il clima torinese era sempre più incandescente. Gli industriali trovarono addirittura quell’unità mai realizzata per far fronte a una minaccia non più teorica e velleitaria, ma palpabile e reale. Temevano di essere espropriati delle loro creature, non tanto sul piano finanziario, quanto su quello del potere e delle decisioni. Per prevenire questa sciagura decisero di attaccare. Di fronte al perdurare di uno stato d’agitazione ormai permanente, decisero la serrata. Siamo nell’estate del ‘20. Alla serrata industriale, gli operai risposero con l’immediata occupazione degli stabilimenti.

Pietro è in crisi. Prendere posizione non è facile. I fascisti torinesi non hanno le stesse posizioni reazionarie di quelli dell’Italia centrale. Sono mussoliniani in toto. Staccarsi dalle lotte operaie è ancora traumatico. Lo stesso Mussolini sul Popolo, pur stigmatizzando l’estremismo socialista, ha una posizione ambigua verso il movimento operaio. Denuncia le strumentalizzazioni, ma non ha posizioni antisindacali. La sua è una tattica movimentista, e poi gran parte degli industriali lo ignora, Agnelli in testa.

I fascisti in fabbrica sono tagliati fuori dalle decisioni, isolati ancora di più dopo il “crumiraggio” nello sciopero delle lancette. Pietro però, consigliato da Mario, non demorde. In Fiat è il leader del sindacalismo fascista e, di fronte alla ventilata serrata, va da Parodi, diventato anche lui un ordinovista, per cercare una posizione unitaria. La posizione dei fascisti in Fiat sarà di condanna verso la serrata, se gli atteggiamenti delle commissioni interne saranno di tipo sindacale e non politico.

Pietro prima di andare a parlare con Parodi cerca di calmarsi, per non litigare. Mario lo ha indottrinato: «Il fascismo è nazionalista, ma non è certo antioperaio, soprattutto non è antisindacale. Doveri e diritti in fabbrica in eguale misura!». Pietro, il secondo giorno dell’occupazione, arriva in corso Dante. A destra c’è il primo stabilimento dove si trovano anche gli uffici della direzione, di fronte i nuovi capannoni.

Davanti a ogni ingresso gli occupanti hanno sistemato sacchi pieni di terra presa nei cortili. Sono armati di fucili e di fronte all’ingresso principale hanno sistemato una mitraglia. La bandiera rossa garrisce al vento sul tetto. Pietro li conosce tutti, si avvicina e vede Santhià. Anche loro conoscono Pietro e l’accoglienza non è delle migliori. Si ritrova due canne di fucile nel ventre. Santhià interviene e chiede: «Cosa ci fai qui?»

«Vengo a nome degli operai fascisti, – dice Pietro. – Non siamo contro l’occupazione, è una risposta alla serrata dei padroni. Possiamo parlare?»

«Prima fatti perquisire, poi andiamo da Parodi in direzione» risponde Santhià.

Pietro entra in Fiat, nel cortile, tra le auto pronte per la consegna, ci sono operai armati; c’è anche un cannoncino. Santhià dice a Pietro: «Agnelli ci ha lasciato l’ultima commessa di armi. Se arriva l’esercito siamo pronti ad accoglierli!»

Entrano nella zona della direzione, salgono le scale, sulla ringhiera sono state messe delle bandiere rosse. Operai armati di fucile sono davanti alla porta dell’ufficio di Agnelli, dove adesso si è simbolicamente insediato Parodi. L’ufficio è abbastanza grande per l’epoca. Sulla parete dove c’è il tavolo per le riunioni e dove c’era la fotografia dello stabilimento della fondazione, ora c’è un ritratto di Lenin. Parodi, seduto alla scrivania di Agnelli, è in tuta. Guarda con aria interrogativa prima Pietro e poi Santhià: «Che ci fa qui ‘sto fascista?»

«Ha chiesto di parlarci a nome del fascio torinese» dice Santhià, e Parodi: «Se sei venuto a spiare sei un uomo morto.»

«Non sono venuto a spiare, Parodi, – risponde Pietro che incomincia ad arrabbiarsi, – sono il rappresentante del fascio di combattimento di Torino. Non siamo contro l’occupazione, siamo per la lotta sindacale! La serrata per noi è una prepotenza dei padroni. Sono qui perché se i vostri obbiettivi sono anche i nostri, il fascismo torinese vi sosterrà.»

In quel momento si apre la porta ed entra Togliatti. Non si stringono la mano, ma l’espressione di Palmi non è ostile.

«Senti questo cosa è venuto a raccontarci! – dice Parodi a Togliatti. – Il fascio di Torino approva l’occupazione, ti pare credibile? Peccato che il fascio di Ravenna, pagato dagli agrari, abbia bruciato in questi giorni tre case del popolo! Che ci dici, Giraudo? Là siete con i padroni, qui state con gli operai?»

«Io non so cosa sia successo a Ravenna. I fascisti di Torino sono dei rivoluzionari almeno quanto voi. Solo non vogliamo distruggere le fabbriche!»

«E chi le vuole distruggere? – continua Parodi. – Stiamo per riprendere la produzione. Dimostreremo cosa sa fare la classe operaia!»

«Sediamoci, Parodi! – ordina Palmi. – Lo sai che Giraudo è in buona fede, è solo invaghito di Mussolini. Lui e quel poeta di Gioda si illudono che Mussolini sia ancora un compagno, parlare comunque non costa nulla.» È un altro Togliatti quello che si trova di fronte Pietro, e l’impressione è che sia lui il vero capo.

«Le nostre posizioni non sono antisindacali – continua Pietro, – se l’occupazione è una risposta sindacale, noi fascisti siamo con voi!»

«Giraudo, – dice Palmi con voce tranquilla, come volesse spiegare a un bambino ritardato un argomento difficile da capire, – voi fascisti non vi siete resi conto che il movimento operaio ha fatto un salto di qualità. La rivoluzione russa ha cambiato gli obbiettivi del socialismo. Ora la rivoluzione è possibile! Non ci bastano più i diritti sindacali, il nostro obbiettivo è la dittatura del proletariato!»

«Voi volete distruggere le fabbriche. In Russia gli operai muoiono di fame. Le fabbriche sono quelle che ci hanno permesso di non essere più schiavi!» insiste Pietro, alzando la voce.

«Se sei venuto per fare un comizio, puoi anche andartene!» lo blocca Parodi.

«Io sono venuto per tendervi la mano, ma ho capito che non la pensiamo allo stesso modo. Gli operai non saranno mai in grado di dirigere le fabbriche! Lo farai tu, Palmi? Agnelli sarà anche un padrone, voi sapete come gli ho tenuto testa durante la guerra, però senza di lui la Fiat non va avanti! Bisogna condizionarlo, non mandarlo via! La rivoluzione si fa contro il governo, non contro gli industriali!» conclude Pietro.

«Gli industriali e il governo sono la stessa cosa» ribatte Togliatti. Lui le posizioni dei fascisti torinesi le ha capite. Non sono reazionarie, peggio, sono riformiste e in questo momento è il riformismo il peggior nemico del comunismo. Parola questa che incomincia a circolare tra i socialisti de L’Ordine Nuovo.

Pietro come è salito, ridiscenderà le scale accompagnato non più da Santhià, ma da due operai armati di fucile. Da quel momento le loro strade prenderanno direzioni contrastanti e inconciliabili. Quando Pietro ritorna nella sede del fascio di Torino in via Arcivescovado, trova Gioda e gli racconta l’accaduto: «I professorini hanno preso il sopravvento, – dice Gioda. – Pietro, queste idee porteranno la classe operaia alla rovina. Abbiamo fatto tutti gli sforzi. Io, con quel socialismo e con la dittatura dei professorini, non voglio avere niente a che fare.»

«Io sono convinto che i miei compagni siano in buona fede – tenta Pietro una difesa d’ufficio, – ma hanno perso la testa!»

«Tu tieni i contatti con tutti gli operai della Fiat che non partecipano all’occupazione, non solo con i nostri camerati. Verrà il momento che la stanchezza si farà sentire, dovremo essere in grado, come l’anno scorso, di intervenire.» Ed è così che Pietro diventa suo malgrado squadrista.

Cosa fa nel frattempo Agnelli? In estate incontra Giolitti mentre sta recandosi a Bardonecchia. Lo sonda e ha l’impressione che l’uomo di Dronero, seguendo il suo carattere, non si schieri a fianco degli industriali. Quando però avviene l’occupazione della Fiat, parte con Frassati e va a trovarlo in montagna. «Eccellenza, si è verificato quello che temevo – dice Agnelli. – Gli operai in armi hanno occupato le fabbriche. Quello che succede è l’inizio della rivoluzione, il governo non può stare alla finestra!»

«Caro commendatore – lo interrompe Giolitti. – Ho un reparto di artiglieria a Torino. Domani faccio aprire il fuoco contro i cancelli della Fiat!»

Era una battuta? Forse sì, ma servì a far capire che esasperare il conflitto non sarebbe andato nella direzione voluta dagli industriali. Tornarono perciò a Torino avendo compreso che la tattica di Giolitti, ancora una volta, era quella del logoramento di entrambe le parti. Non era una tattica sbagliata, soprattutto per quanto riguardava gli occupanti. Intanto, una buona parte di operai, “occupante” non lo era proprio. Molti di quelli che erano dentro non avevano le stesse motivazioni degli ordinovisti. Il sindacato si dava da fare per trovare uno sbocco. Gli stessi professorini erano preoccupati. Palmi era andato alla riunione nazionale. Tutti pensavano di trovarsi di fronte un uomo determinato e invece Togliatti dimostrò di essere estremamente cauto.

Uno dei partecipanti gli disse: «Io non ero d’accordo sull’occupazione delle fabbriche, ma sono venuto qui pieno di rispetto per il coraggio e la determinazione dei piemontesi. Sono stupito, compagno Togliatti, di vederti così incerto. Cosa pensavate, che nel resto d’Italia gli operai occupassero le fabbriche anche dove non ci sono?» Il che, ovviamente, non faceva una grinza.

Anche i fascisti non sapevano cosa fare. De Vecchi, che non andava d’accordo con Gioda e il gruppo dirigente torinese, andò un giorno in sede e pose il problema: «Per quanto staranno alla finestra i fascisti torinesi?» Gioda, che sapeva dove voleva arrivare, rispose papale papale: «Guarda che se vuoi farci prendere le difese degli industriali, non è questa la nostra linea e nemmeno quella di Mussolini. Leggiti Il Popolo d’Italia

«Non si tratta di prendere le difese degli industriali – replicò un De Vecchi incazzato, – anche se nel caso specifico mi sentirei personalmente di prenderle. Dobbiamo pensare a tutti quegli operai che vogliono lavorare e non vogliono fare la rivoluzione proletaria. Soprattutto, caro Gioda, dobbiamo fare politica con i fatti e non con le chiacchiere. Comunque vi annuncio che domani un gruppo di arditi con molti operai sarà davanti alla Fiat per manifestare, voi fate come volete!»

Quella sera Mario cercò Pietro per informarlo della visita di De Vecchi. «Quel delinquente di un monarchico ci vuole mettere in difficoltà. Domattina ci sarò anch’io davanti alla Fiat!» dichiarò Pietro.

«Stai attento, amico, che almeno la metà degli arditi di De Vecchi sono dei veri delinquenti; se ci saranno violenze non ti immischiare!» Le ultime parole famose!

La mattina, quando Pietro arrivò davanti al cancello principale, c’erano più operai di quelli che si aspettava. C’erano soprattutto gli arditi, capitanati da un certo Brandimarte, un nazionalista, ex ufficiale che aveva fama di essere un violento. Pietro gli si avvicinò per dirgli: «Sono del Direttorio del fascio e sono anche un operaio della Fiat. Gioda mi ha mandato a dirvi che nessuna violenza va fatta.»

«Che il fascio di Torino sia fatto da cacasotto lo sanno tutti!» rispose l’altro. Pietro lo prese per il cravattino e lo stampò contro il muro della fabbrica. Quando gli arditi fecero per intervenire, gli operai presenti si misero in mezzo. Pietro capì che l’ultima cosa da fare era di mettersi a litigare tra fascisti. Per una volta si trattenne soffiando in un orecchio a Brandimarte: «Con te faccio i conti un altro giorno!»

In quel momento dal cancello della Fiat uscì qualche centinaio di occupanti in tuta, alcuni spararono in aria con la pistola. L’uscita inaspettata provocò uno sbandamento, poi gli arditi, tutti ex soldati e ufficiali, spararono pure loro. Pietro si mise urlare: «Fërmeve, seve mat» (fermatevi, siete matti!). Fece l’errore di avvicinarsi troppo ai rossi, un gruppo di loro lo circondò. L’ultima cosa che vide fu il ghigno di Brandimarte.

Un dolore lancinante al capo, un dolore che dura da troppo si è impossessato del suo sogno. Lui bambino a Corio con la nonna che lo accarezza in preda alla febbre del tifo. Quel padre adottivo che entra e dice alla nonna: «I dovìo nen pijelo» (non dovevamo prenderlo) e la nonna che per la prima volta si arrabbia e urla: «Ciama ël dotor! A stà mal, ’t veule felo meuire!» (chiama il medico, sta male, vuoi farlo morire?). Il dolore alla testa del bambino si fa lancinante, apre gli occhi e vede tutto annebbiato. «Ciao Pietro», una voce commossa, la riconosce, è quella di Mario.

«Dove sono?» mormora Pietro e con la voce scoppia ancora di più quel dolore alla testa. Un battito terrificante bum, bum, bum.

«È il quarto giorno che sei al San Giovanni. Ti hanno spaccato la testa a colpi di chiave inglese. Ti hanno operato subito ma sei stato tre giorni fuori conoscenza.»

Non aveva più il tifo. Improvvisamente Pietro ricorda. Lui, circondato da sette/otto operai in tuta. I loro occhi sprizzano odio. Il primo colpo cade sul braccio per proteggere il viso e la testa. Poi da dietro un altro colpo e il buio.

«Ho la testa che scoppia» mormora Pietro.

«Stai calmo, Pietro, te la sei cavata per miracolo» dice Mario. Pietro ricade nel sogno tra le braccia della nonna. Non vuole aprire gli occhi, il terrore di quei colpi sordi, bum, bum, bum. Poi una voce conosciuta lo costringe, nonostante tutto, ad aprirli: «Come ti senti Pietro?» È Camillo. È già stato in ospedale due giorni prima. Mario ha usato il telefono dell’assicurazione e lo ha chiamato in fabbrica. «Pietro è in fin di vita! – gli dice con voce rotta. – I rossi gli hanno spaccato la testa davanti alla Fiat!»

Mario piange e Camillo parte immediatamente per Torino. Pietro è in corsia, una lunga corsia piena di letti. Al centro c’è un grande crocifisso di dimensioni reali. È l’ospedale San Giovanni di Torino. Pietro è fuori conoscenza e Camillo non può far altro che informarsi con i medici sulle sue condizioni, che sono gravi. I colpi ricevuti hanno aperto una profonda ferita nella scatola cranica e il corpo per guarire si è rifugiato nel coma.

Adesso però Pietro si è svegliato, cerca gli occhiali sul comodino in legno nero, li trova, fa per sollevarsi per salutare Camillo, ma bum, bum, bum, il dolore ricomincia.

«Stai calmo, Pietro, – dice Camillo. – È venuto a trovarti anche Adriano, mio figlio, lo sai che studia qui al Politecnico.»

«Buongiorno, signor Girando» dice Adriano, un giovanotto dai capelli biondo rossicci, con la faccia larga e gli occhi chiari, intelligenti e acuti. Pietro alza la mano e stringe le loro.

«Te la sei cavata per miracolo – dice burbero Camillo. –Adesso basta con la Fiat e con tutta quella stupida violenza tra compagni. Quando sei guarito vieni su da noi e inizi una nuova vita.»

Pietro si riaddormenta: l’ultima cosa che vede è la figura paterna di Camillo e dietro la grande croce.

*Punti principale del Programma fascista

Per il Problema Politico NOI VOGLIAMO

1. Minimo di età per gli elettori abbassato ai diciotto anni; quello per i Deputati abbassato ai venticinque anni; eleggibilità politica di tutti i funzionari dello Stato; base regionale del Collegio plurinominale.

2. Abolizione del Senato ed istituzione di un Consiglio Nazionale tecnico del lavoro intellettuale e manuale, dell'industria, del commercio e dell'agricoltura.

3. Politica estera intesa a valorizzare la volontà e l'efficienza dell'Italia contro ogni imperialismo straniero; una politica dinamica cioè in contrasto a quella che tende a stabilizzare l'egemonia delle attuali potenze plutocratiche.

Per il Problema Sociale NOI VOGLIAMO

1. La sollecita promulgazione di una legge dello Stato che sancisca per tutti i lavoratori la giornata legale di otto ore effettive di lavoro.

2. I minimi di paga.

3. La partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori al funzionamento tecnico dell'industria.

4. L'affidamento alle stesse organizzazioni proletarie (che ne siano degne moralmente e tecnicamente) della gestione di industrie o servizi pubblici.

5. La rapida e completa sistemazione dell'industria dei trasporti e del personale addetto.

6. La modifica al disegno di legge di assicurazione sull'invalidità e sulla vecchiaia, fissando il limite di età a seconda dello sforzo che esige ciascuna specie di lavoro.

7. Obbligo ai proprietari di coltivare le terre, con la sanzione che le terre non coltivate siano date a cooperative di contadini, con speciale riguardo a quelli reduci dalla trincea: e dell'obbligo dello Stato al necessario contributo per la costruzione delle case coloniche.

8. Messa in valore di tutte le forze idrauliche e sfruttamento delle ricchezze del suolo, previa unificazione e correzione delle leggi relative; incremento della marina mercantile, permettendo il funzionamento di tutti i cantieri navali mercé l'abolizione del divieto d'importazione delle lastre di acciaio e agevolazioni di ogni mezzo (credito, consorzi ecc.) atto a favorire lo sviluppo delle costruzioni navali; il più ampio sviluppo alla navigazione fluviale e all'industria della pesca.

9. Obbligo dello Stato di dare e mantenere alla scuola carattere precipuamente e saldamente formativo di coscienze nazionali e carattere imparzialmente, ma rigidamente laico; carattere tale da disciplinare gli animi ed i corpi alla difesa della Patria in modo da rendere possibili e scevre di pericolo le forme brevi, elevare le condizioni morali e culturali del proletariato; dare reale ed integrale applicazione alla legge sull'istruzione obbligatoria con la conseguente assegnazione in bilancio dei fondi necessari.

10. Riforma della burocrazia ispirata al senso della responsabilità individuale e conseguente notevole riduzione degli organi di controllo; decentramento e conseguente semplificazione dei servizi a beneficio dell'energie produttrici, dell'erario e dei funzionari; epurazione del personale e condizioni economiche di esso atte a garantire all'Amministrazione l'afflusso di elementi meglio idonei e pi fattivi.

Per il Problema Militare NOI VOGLIAMO

Istituzione della Nazione armata con brevi periodi di istruzione intesa al preciso scopo della sola difesa dei suoi diritti ed interessi quali sono determinati dalla politica estera sopra accennata e validamente organizzata, cosi da raggiungere con piena sicurezza i suoi fini.

Per il Problema Finanziario NOI VOGLIAMO

1. Una forte imposta straordinaria sul capitale a carattere progressivo, che abbia la forma di vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze.

2. Il sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose e l'abolizione di tutte le mense Vescovili che costituiscono una enorme passività per la Nazione e un privilegio di pochi.

3. La revisione di tutti i contratti di forniture di guerra ed il sequestro dell'8 5 % dei profitti di guerra.

(continua)

 

Inserito il:14/02/2020 19:33:56
Ultimo aggiornamento:18/02/2020 10:56:23
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