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Aggiornato al 02/12/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Felice Casorati (Novara, 1883 - Torino, 1963) – Manifesto per la Fiat 600

 

Il nostro novecento – Capitolo 10

di Tito Giraudo

(seguito)

 

10. Dirigente quasi per caso

Il 1965 fu per me un anno determinante. Continuavo a dividermi tra il sindacato e il partito, non trascurando naturalmente nemmeno gli interessi goderecci del momento. Seguitavo a essere il segretario della Federazione giovanile, in quell’anno ci furono nuovi ingressi.

Un pomeriggio arrivò in federazione un ragazzone alto con un forte accento piemontese che stava per laurearsi. Ricordo che preparava la tesi in Scienze Politiche con il prof. Luigi Firpo, intellettuale di prim’ordine, allora vicino all’area socialista. Si chiamava Giuseppe La Ganga, ma tutti lo chiamavano Giusy. Un giorno Sergio Borgogno parlandomi di lui mi disse: «questo dobbiamo farlo studiare da segretario del partito!» Non alludeva ovviamente a Torino, ma al piano nazionale. Sergio si entusiasmava facilmente, ma era un conoscitore di talenti politici. Avevo trovato il mio successore nella segreteria della FGS.

In quel periodo mi era stata offerta l’opportunità di diventare il corrispondente da Torino dell’Avanti!, la cosa naturalmente solleticava la mia vanità e accettai. Mi diedero un tesserino con fotografia e iniziai la carriera giornalistica inviando soprattutto corrispondenze sindacali. Quel periodo mi servì soprattutto per conoscere alcuni colleghi delle altre testate, tra tutti Maria Valabrega de La Stampa, una ragazza graziosa con un difetto nel palato che le impediva di parlare fluentemente.

Poi Diego Novelli de l’Unità, un comunista atipico sempre elegante e, devo ammettere, anche simpatico per essere uno che all’epoca consideravo trinariciuto. Quando, anni più tardi, come sindaco sarà santificato, ho stentato a riconoscerlo. Così come irriconoscibile La Ganga, demonizzato e addirittura messo alla berlina da Forattini in una vignetta che lo ritraeva con la coppola e la didascalia “La Ghenga”. Feci molta fatica a distinguere quell’amico, figlio sì di un meridionale, tra l’altro Cancelliere al Tribunale di Torino, ma lontano mille miglia da coinvolgimenti mafiosi.

Per quanto riguardava i nuovi ingressi in FGS, fui responsabile dell’iscrizione del presidente dell’associazione ”Nuova Resistenza”. Un movimento di tipo giovanile non inquadrato in alcun partito, anche se di area, nato dalla spinta dei fatti tambroniani. Tambroni, in quegli anni Presidente del Consiglio, non era un uomo di destra, ma consentì che a Genova si svolgesse il congresso dell’MSI. Scandalo! Ci fu una mezza insurrezione dei “resistenti”, con feriti e mi pare anche un morto. Fu una reazione sproporzionata, uno dei tanti revival resistenziali. In realtà tutto fu orchestrato dal PCI che, dall’opposizione, un po’ di casino doveva pur farlo.

Una sera mi invitarono a Settimo Torinese, un comune rosso della cintura di Torino, per tenere una conferenza sul Fascismo e la Resistenza, con me doveva parlare appunto il presidente di questa associazione. Con mia sorpresa scoprii che era il mio amico Marziano Marzano, conte, duca e barone di scolastica memoria. Si era convertito pure lui. Quella sera feci la mia breve blaterata, fresco della lettura dell’autobiografia di Nenni.

Lui, laureato in Giurisprudenza, fu probabilmente meno approssimativo di me. Certo entrambi sciorinammo le banalità su Fascismo (che continuano tuttora), d’altronde Renzo De Felice e la sua critica storica erano di là a venire. Alla fine della conferenza presi da parte Marziano dicendogli: «Che cavolo ci fai in un’associazione inutile come questa?». Marzano era già allora una simpatica canaglia e mi fece capire che, se quello era quanto passava il convento, era giocoforza far buon viso a cattivo gioco. Gli proposi di venirmi a trovare il giorno appresso in FGS: lui venne e si iscrisse.

Il gruppo si stava formando, sostituendo compagni che per vari motivi ci lasciavano. Penso a due amici come Mondino e Maddalena. Il primo, mi pare, si stava diplomando in ragioneria alle scuole serali. Il secondo uno studente di legge. Parlavano tra loro, e talvolta anche con me, di letteratura e di arte. Io facevo finta di capire tutto quello che dicevano, ma prudentemente non intervenivo. Per loro ero un sindacalista mitico, e ciò bastava. Mondino se ne andò dopo il diploma. S’impiegò al Comune di Torino e decise di laurearsi anche lui in Giurisprudenza. Maddalena si perse nelle nebbie.

Come segretario della Federazione giovanile di Torino, avevo naturalmente incontri con i vertici giovanili nazionali. C’erano tra gli altri un certo De Michelis, veneziano, magrissimo e allampanato con gli occhiali, Claudio Signorile, un belloccio che spesso e volentieri indugiava nella retorica trombonesca. Il più intelligente di tutti mi sembrava Fabrizio Cicchino che ritroverò in CGIL. Allora i movimenti giovanili, erano l’anticamera alle carriere di partito e non avevano una politica autonoma; anche la FGS non faceva eccezione.

In quell’anno ci fu una brutta crisi di governo. Aldo Moro, che aveva sostituito l’irruente Fanfani nel primo Governo organico di Centro Sinistra, conscio delle difficoltà e delle paure che aveva generato nel paese, aveva intrappolato l’azione politica dei socialisti in una fitta rete di elucubrazioni teoriche con il solo scopo di prendere tempo. Ottenuta la nazionalizzazione dell’industria elettrica, il cavallo di battaglia dei socialisti all’epoca era la politica di piano. Ministro del bilancio nel primo governo Moro-Nenni era Antonio Giolitti, nipote dello statista di Dronero, un intellettuale fuoriuscito dal PCI dopo i fatti ungheresi.

Era entrato nel PSI diventando sodale con Riccardo Lombardi. Insieme avevano portato avanti una strategia per dare all’Italia una politica di piano. Avevano fatto scelte compatibili con le riforme di struttura ritenute indispensabili dai socialisti per lo sviluppo del paese, anche in senso socialista.

Antonio (così lo chiamavamo noi torinesi, ma soprattutto Sergio Borgogno, suo amico ed estimatore), aveva fatto la resistenza nelle Langhe, anche lui con Detto Delmastro. Nel dopoguerra fu attratto dal PCI, come tanti altri intellettuali. Lui, sui fatti d’Ungheria, però seppe capire cosa era il socialismo reale e abbandonò coerentemente un partito prono ai voleri di Mosca. Lo conobbi una sera proprio a Ivrea, dove era venuto come ministro del bilancio a tenere una conferenza. Da Torino organizzammo una spedizione: c’era naturalmente Borgogno. Quella sera portai anche Maria che, vedendo Antonio, restò estasiata. Giolitti era un quasi cinquantenne alto e distinto, con un bel viso e i capelli che iniziavano a diventare brizzolati. Ricordo che attraversammo a piedi con il Ministro la Piazza del Municipio. Gli Eporediesi fermi a guardare, si chiesero probabilmente che ci facessero due operai della Olivetti insieme a lui. Io mi sentii molto importante, non so Maria.

Tornando alle vicende governative, le pressioni degli ambienti moderati fecero cadere il governo. Si aprirono al solito sfiancanti trattative. Non c’erano grandi alternative al centro sinistra, ma bisognava liberare in qualche modo le velleità socialiste. Gli ambienti moderati pretendevano la testa di Giolitti, considerato poco malleabile.

In quel periodo accadde un fatto strano, che non verrà mai chiarito appieno. Un mattino un baldo battaglione di guardie forestali calò su Roma, non si sa bene perché. Un anno dopo il direttore Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, un calabrese socialista che era stato in FGS, pubblicarono uno scoop su L’espresso dove si denunciava il tentativo di colpo di Stato.

Di Lino Jannuzzi ricordo un fatto avvenuto nella giornata di chiusura del congresso della FGS, presieduto da Francesco De Martino, un intellettuale, docente a Napoli di diritto romano, anche lui ex azionista: fisicamente sembrava un bull-dog, non feroce ma dolce, e i due borsoni sotto gli occhi accentuavano il suo atteggiamento sonnacchioso. Ascoltava con aria indifferente i vari interventi, tra i quali ci fu quello del rappresentante socialista di un paese arabo che venne debitamente tradotto. Ma all’improvviso De Martino si svegliò: quell’arabo gli sembrava familiare. Dopo un quarto d’ora riconobbe Lino Jannuzzi sotto il costume da beduino. Gli scagliò contro non so che cosa, tra le risate goliardiche del congresso.

Erano ancora tempi quelli di una certa goliardia anche tra i giovani in politica. Sempre in quel congresso, una sera dopo aver mangiato un fritto alla romana abbondantemente innaffiato da vino dei castelli ci ritrovammo sui gradini di una famosa chiesa a cantare: “Dio…, Dio vile, tutti gli angeli in cortile, gli arcangeli in colonna avanti….Dio….Madonna”. Ometto perché con l’aria che tira….Allora a sinistra si era ancora atei e blasfemi.

Arrivò una volante della polizia che ci portò al commissariato, saremmo stati denunciati per vilipendio, se non fosse intervenuto il Partito per non vedersi decimati i dirigenti giovanili. In quel gruppo di scemi, alcuni diventeranno ministri della Repubblica.

Tornando a Lino: Entrato a L’Espresso, Jannuzzi ebbe la soffiata che in quel periodo il generale De Lorenzo, comandante dei carabinieri, avesse organizzato un colpo di stato con la complicità dell’allora Presidente della Repubblica Antonio Segni. L’espresso ne fece una vera e propria campagna. Segni era morto da poco per un ictus lasciando la presidenza a Saragat. De Lorenzo fu messo sotto inchiesta. Come sempre succede in queste circostanze, tutto assunse toni esasperati.

L’espresso era famoso per le sue campagne scandalistiche di sinistra. La magistratura, allora quasi tutta di destra, fece quello che adesso fa a sinistra. Preso atto che le cose non erano chiare, pensò bene di condannare per diffamazione Scalfari e Jannuzzi. Probabilmente più che un vero colpo di Stato fu una minaccia che convinse Nenni, per evitare il peggio al paese, a riportare il secondo governo Moro su posizioni più moderate. Antonio fu sostituito da Pieraccini, un toscano politico e non tecnico. Riccardo Lombardi si incazzò moltissimo vietando ai sui amici l’ingresso al governo e dando vita a una corrente di partito che si chiamerà lombardiana. Sarà la mia corrente per un paio d’anni.

Sul piano sindacale io continuavo a lavorare nella lega di Borgo Vittoria. Si stava preparando il congresso nazionale della Fiom. La politica di centro sinistra aveva imposto a noi socialisti impegnati nel sindacato, una netta diversificazione di linea. Alla dirigenza nazionale socialista della CGIL c’era Fernando Santi, un vecchio riformista pieno di buon senso, dall’eloquio affascinante. Il suo vice era Mario Didò, un ex carrista che, fatta la scelta di rimanere nel partito, tentava di organizzare al meglio la nostra corrente. L’uomo determinate in quel periodo però fu Piero Boni, segretario aggiunto della Fiom con Bruno Trentin. Nel congresso precedente aveva mirato alla segreteria come numero uno. I comunisti, considerate le sue posizioni autonomiste, tennero duro e Piero dovette accontentarsi della formula dell’aggiunto. Così come Santi era l’aggiunto di Novella, lui fu l’aggiunto di Trentin. Era però un guerriero di ben altra pasta. Non si accontentava come tutti noi del potere formale nel sindacato. Voleva contare e ci riuscì nel modo migliore, battendosi in quel congresso come un leone su due temi fondamentali, l’unità sindacale con le altre confederazioni e la partecipazione attiva del sindacato alla politica di piano.

Il sottoscritto restò prudentemente al coperto. Bepi Muraro era rimasto nel partito, ma non aveva ancora fatto una svolta ideologica. Non sosteneva le tesi socialiste. Ragion per cui Didò, arrivato a Torino per organizzare la corrente sindacale per il congresso nazionale, dove ero naturalmente stato delegato, mi chiese di fare un intervento, non essendo riuscito a convincere Bepi a farlo. Accettai, ma poi mi preoccupai della mia scarsa conoscenza dell’argomento su cui sarei dovuto intervenire, non tanto le problematiche unitarie, ma la politica di piano. Ne parlai con Borgogno che mi dirottò su Marco Caneparo. In un quarto d’ora Marco mi dettò le linee essenziali di un intervento che io rimaneggiai nella parte sindacale, ma che tenni integro nella parte economica e politica.

Venne il giorno della partenza per Rimini, sede del congresso. Viaggiavamo tutti in treno, molti delegati erano operai. Io adocchiai uno scompartimento pieno di fanciulle e mi fiondai. Erano operaie della Magnadyne, l’azienda allora leader in Italia per la produzione di apparecchi radio. Tutto il viaggio lo feci con loro e fu uno show continuo che durò anche al congresso.

Ero comodamente assiso tra le pulzelle nella galleria del teatro, quando la presidenza del congresso disse che il compagno Giraudo doveva prepararsi per l’intervento. Lasciai l’harem e mi accinsi ad intervenire. Non vi dico la faccia dei comunisti torinesi che non si aspettavano il mio intervento. Erano tutti schierati con Trentin nella negazione della nostra linea, unica strada che, a quella epoca, il sindacato avrebbe dovuto imboccare. I comunisti, anche in quel frangente, brillarono per cecità politica. Anche un uomo intelligente e brillante come Bruno Trentin, figlio di Silvio, socialista e grande intellettuale morto in esilio durante il fascismo, non capì che il sindacato doveva cambiare strada. Doveva affrancarsi dalla politica contingente e settaria del PCI per imboccare la strada dell’autonomia sindacale.

C’erano già stati gli interventi principali quando salii sul palco. Dovendo parlare di cose che conoscevo poco decisi di leggere. Normalmente gli interventi dei minori erano seguiti da un uditorio distratto e rumoreggiante. All’inizio successe anche a me, poi avvenne il miracolo. Non so se per merito della mia voce o del mio modo di leggere, improvvisamente mi accorsi che la gente mi stava ad ascoltare. Caneparo, sulla programmazione aveva fatto un piccolo capolavoro di sintesi e chiarezza, fu un trionfo. I socialisti si spellavano le mani e i comunisti erano lividi perché uno di Torino aveva tradito il fronte.

Scendendo dal palco ricevetti i complimenti di Soffiantini, il braccio destro organizzativo di Boni; anche Piero venne a congratularsi, assicurandosi la mia presenza in serata alla riunione della componente socialista, dove si sarebbe deciso cosa fare. Il povero Bepi era spiazzato, i comunisti l’avevano caricato di miserie. Quando gli dissi che mi aveva aiutato Marco Caneparo restò senza fiato, probabilmente si sentì politicamente isolato. La sera in corrente si discusse su chi dovesse entrare nel Comitato Centrale della Fiom; l’elezione sarebbe stata il giorno dopo. Boni, da quel panzer che era, fece il mio nome. Io naturalmente mi schermii, insistendo che toccava al Bepi il quale, coerentemente e da galantuomo qual era, dichiarò che preferiva non accettare, dal momento che non era d’accordo sulla linea. Entrai io. Era nata una stella!

Il giorno dopo avvenne un fatto straordinario. Luciano Lama, allora vice segretario comunista della CGIL, parlò e citando il mio intervento diede sostanzialmente ragione alle tesi socialiste. Un brivido terrificante corse tra le fila comuniste. Cos’era avvenuto? I comunisti iniziavano allora a dividersi tra duri e puri, e riformisti. Il dialogo con noi socialisti diventava per loro indispensabile. Il partito quella volta autorizzò Lama alla svolta. Non è chiaro come Trentin non avesse capito l’antifona in tempo. Le conclusioni finali le fece Boni che vinse quel congresso, pur rimanendo l’aggiunto di Trentin. Si apriva una nuova stagione per il sindacato.

Comprai la macchina, non ricordo bene con quali soldi, ma la comprai. Una 600 di seconda mano. Abbandonai per strada la vecchia Lambretta. Mi sembrava di toccare il cielo con un dito.

Intanto era maturata la divisione tra gli autonomisti del PSI. Noi torinesi rimanemmo un attimo perplessi e toccò a Borgogno andare a Roma per chiedere lumi a Nenni. Il vecchio leader avrà anche lottato per la democrazia, ma non era molto democratico. Ascoltò le perplessità di Sergio poi, quando capì di non poter essere convincente, si mise a leggere il giornale. Borgogno diventò lombardiano in trenta secondi. Se ne andò dall’ufficio di Nenni mandandolo a quel paese. Anni dopo a Torino per un comizio, Nenni salutò tutti, ma quando toccò a Sergio ritirò la mano. Non aveva dimenticato.

Noi della FGS seguimmo Sergio, e così gran parte della Federazione. Torino ancora una volta era dura e pura anche nello PSI. Non lo seguirono Lamberto e Paonni, mentre il parlamentare Mussa Ivaldi si mantenne defilato.

C’erano state le elezioni amministrative e si stava trattando con la DC per la formazione di una giunta di centro sinistra in comune. Quelle trattative furono lunghe e difficoltose. I comunisti, preoccupati di restare isolati, giocarono tutte le carte per far saltare il banco. Erano stranamente informati di tutto quello che succedeva, qualcuno all’interno del PSI forniva loro notizie sullo stato delle trattative. Borgogno aveva dei sospetti e tese un tranello a chi pensava fosse il canarino. Purtroppo era Marco Caneparo, il segretario della Federazione, l’artefice del mio successo congressuale. Non credo si fosse reso conto della gravità della sua posizione. Era lui che faceva in qualche modo il doppio gioco informando il PCI. Probabilmente non voleva il centro sinistra in comune ma non aveva il coraggio di mettersi in gioco apertamente. Certe sudditanze nei confronti del PCI permanevano. Si dimise, uscendo addirittura dal Partito. Andrà a fare il professore e, dopo un periodo di limbo, entrerà nel PCI senza fortuna.

Indirettamente Caneparo mi aiutò di nuovo. Borgogno non volle fare il segretario di Federazione. Sapeva di non avere un carattere conciliante e soprattutto aveva una situazione economica poco brillante, vendeva pochi sacchetti per la Burgo e con la segreteria del partito si sarebbero ancora ridotti. Fu chiesto a Carli, segretario della Camera del Lavoro, che rifiutò. La soluzione fu Bepi Muraro, che lasciò la Fiom. Boni non ebbe esitazioni e io entrai in segreteria. Una meteora, ma erano tempi dove certe carriere erano ancora possibili, anche per gli ex operai.

Venne il periodo delle vacanze. Se con la Lambretta avevamo girato l’Italia, con l’auto dovevamo girare l’Europa. Partimmo, sempre il mese di luglio, seguendo le ferie della Olivetti. Io, Maria e la 600.

La meta doveva essere Londra, dove saremmo andati a trovare lo zio Giovanni, fratello della mamma. Il giro però si allargò, Losanna e Neuchâtel in Svizzera, poi la Germania con la Selva Nera, la Valle del Reno e su fino a Colonia. Visitammo Amsterdam nei Paesi Bassi, spingendoci fino a Volendam. In Olanda, già allora patria della trasgressione, acquistai un numero di Play Boy, infantilmente nascosto a Maria. Che emozione tutte quelle tette e quei culi (le vagine erano proibite), che nei giornali italiani di allora non si vedevano!

Poi passando per il Belgio visitammo Bruges, imbarcandoci a Ostenda per l’Inghilterra. Anche noi, come tutti, arrivammo in vista delle bianche scogliere di Dover. Già sul traghetto ci sembrava di essere in un altro mondo. Per la prima volta vedemmo dei cappelloni, i ragazzi inglesi che avevano iniziato quella rivoluzione del costume giovanile che arriverà da noi nel ‘68. Una lingua incomprensibile, la guida a sinistra, c’era da essere terrorizzati.

Se in Germania una sera in un ristorante, complice la non conoscenza del tedesco, non eravamo riusciti a farci servire würstel con crauti (e pensare che i tedeschi un po’ di italiano lo sapevano…), immaginate cosa successe con gli inglesi che algidamente non facevano il minimo sforzo per capirci. Avevamo riso (si fa per dire), Maria ed io, riesumando una vecchia battuta sul policeman londinese il quale, a un turista che gli chiedeva in un inglese stentato se sapesse dov’era la stazione Vittoria, «Do you know where is Victoria Station?», aveva risposto, imperturbabile: «Yes, I know!» (Sì, lo so).

Lo zio mi aveva spedito il percorso. Per arrivare a casa sua bisognava trovare la North Circular Road, una specie di anulare che separa il centro di Londra dalla periferia. Fu un disastro! Arrivammo a Londra alle 17, alle 23 passammo per l’ennesima volta sotto il Big Ben. Come ho odiato quella piazza! Disperato e sull’orlo di una crisi di nervi, fermai una pattuglia di policemen in motocicletta. Anche loro ci farfugliarono delle spiegazioni, ma quando videro la mia disperazione si dimostrarono più disponibili di quelli della battuta precedente e, fattoci cenno di seguirli, ci portarono praticamente a destinazione.

Gli zii, preoccupati, ci davano per dispersi. Giovanni ci aveva aspettato dal mattino, la sera era poi andato alla televisione dove teneva una rubrica. Zio Giovanni, al quale I guai economici del nonno non avevano permesso di studiare oltre la terza media, era comunque diventato il più grande pasticcere di Londra e la sua storia varrebbe un capitolo a parte.

Arruolatosi nella grande guerra, diventò ufficiale nei Lupi di Toscana, una brigata di guastatori che fece grandi imprese. Terminata la guerra si trovò, nel folle clima post-bellico, senza prospettive di lavoro. Decise di emigrare in Inghilterra.

Sul treno conobbe Carlo, anche lui in cerca di lavoro: divennero inseparabili. Tutti e due iniziarono la carriera facendo i lavapiatti. Giovanni era sveglio e l’amico non era da meno. Le carriere si separarono quando Giovanni entrò in cucina come aiuto pasticcere. Erano tutti e due in un grande albergo nel cuore di Londra, il Savoy, forse il più grande e il più famoso: nelle cucine lavoravano oltre cento persone. Giovanni diventò capo pasticcere con quaranta aiutanti ai suoi ordini. Carlo, dopo aver iniziato la carriera di cuoco, ebbe l’occasione di mettersi in società con un altro italiano aprendo un ristorantino nella city.

Ne aprì poi un secondo, e quindi un terzo. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale comprò il primo hotel e, dopo i problemi che durante il conflitto ebbero in Inghilterra tutti gli italiani, aprì il primo stabilimento di cibi pronti surgelati. Carlo di cognome si chiamava Forte. Diventerà il mitico Sir Charles Forte.

Giovanni più modestamente, diventò un artista della pasticceria. Scolpiva con il ghiaccio sculture incredibili. A una cena di gala scolpì il busto del principe di Galles, che per ricompensa gli regalò una sterlina d’oro. Giovanni e Carlo rimasero sempre amici. Quando io e Maria andammo a Londra, lo zio il giovedì sera era occupato, perché doveva fare la partita a biliardo con Carlo. Partita che facevano regolarmente da oltre quarant’anni.

Naturalmente l’ospitalità degli zii fu straordinaria. Zia Rina, moglie di Giovanni, anche lei italiana, piemontese di Bollengo, era una donna dolcissima. È morta da pochissimi anni. Lo zio Giovanni morì in piedi, di ictus, negli anni Ottanta.

Londra ci piacque ma non ci entusiasmò, troppo sofisticata per i ragazzi che eravamo allora. Ma nemmeno Parigi ci emozionò molto. Forse per il caldo o per la stanchezza del lungo viaggio; Maria, per di più, aveva sempre le nausee. Solo parecchi anni dopo ci innamoreremo di Parigi.

Anche nella Ville Lumière, tuttavia, avemmo una disavventura gastronomica. Eravamo in quel cesso tremendo che era, ed è ancora adesso, Pigalle. Ci venne in mente di assaggiare le lumache alla parigina, le escargots. Forte del mio francese scolastico mi feci dare la “carte” e ordinai. Ci portarono würstel con crauti che i francesi chiamano choucroute e consistono in un grande piatto di crauti con un misto di salumi e carni di maiale. Il piatto è alsaziano ma si mangia in tutta la Francia. A Pigalle fu una vera schifezza. Ci ricrederemo solo anni dopo a Strasburgo, dove io e Maria ci rechiamo ancora sovente deviando dai nostri itinerari, un po’ perché la città è straordinaria, ma soprattutto per farci una mangiata di choucroute!

Dopo Parigi ci spostammo sulla Loira, da dove ci avviammo per rientrare in Italia. L’auto era andata bene, nonostante non fosse nuova. Improvvisamente però la dinamo si guastò. Per me, tecnologo notorio, quella lucetta rossa accesa non diceva proprio nulla. La macchina fortunatamente ebbe il buon gusto di fermarsi a pochi passi da in campeggio pieno di roulotte. Montammo la tenda, era buio pesto, nessuno ci venne ad aiutare, nemmeno il padrone del campeggio.

Un castello spettrale torreggiava nella notte sopra di noi. Dormimmo con una strana inquietudine. Al mattino scoprimmo di esserci fermati in un accampamento di zingari, che giravano minacciosi attorno alla nostra tenda. Fortunatamente la 600 partiva a spinta anche con la dinamo che non caricava. Gli zingari ci aiutarono, pur di farci andare via. Arrivati in Italia Maria scoprì di essere incinta. Fu quello, per un po’ di anni, l’ultimo giro turistico.

Come segretario della Fiom e membro del comitato centrale, non potevo fare il vice a Bollito in lega. Entrai allora in commissione Fiat. Dopo la grande sconfitta sindacale, la Fiom era praticamente liquidata. Come ho già detto gli iscritti alla Fiom erano poche centinaia. Valletta non solo aveva operato una repressione antisindacale ma, con lungimiranza, aveva dato vita a una politica interna di servizi sociali. C’erano le case Fiat, le colonie Fiat, le vacanze Fiat, la mutua Fiat, i circoli sportivi e ricreativi Fiat. Questo contribuì, ancora più del terrore, a tenere fuori il sindacato. Quale era però la situazione sindacale dell’epoca a Torino?

I sindacati che andavano per la maggiore erano il Sida, sindacato d’ispirazione padronale e la Uil, creata dai socialdemocratici. Entrambi erano collaborativi con la Fiat anche se a livelli diversi. La Cisl, pur avendo giocato un ruolo fondamentale nella liquidazione della Cgil, rivendicò una sua autonomia. I cattolici erano al governo e ai democristiani non andava a genio lo strapotere vallettiano.

Nonostante i pochi iscritti, il peso che avevamo nelle elezioni di Commissione Interna era maggiore. Per presentare le liste occorreva raccogliere un certo numero di firme. Spettava a noi funzionari il compito di rastrellarle facendo leva sugli iscritti al PCI e al PSI che lavoravano in Fiat. Era una pantomima. Quando si entrava in quegli agglomerati che erano le case popolari o le case Fiat, quei poveri cristi di compagni si eclissavano.

La volta che toccò a me non ero informato. Sadicamente i comunisti mi avevano dato un elenco di nomi. Suonavo i campanelli e nessuno rispondeva. Un silenzio di tomba aleggiava in quelle case solitamente piene di vita. Capii il perché quando una donna si affacciò alla finestra e si mise a urlare in dialetto: «Delinquenti, non avete già rovinato abbastanza mio marito. Vai via disgraziato!».

Poi i martiri si trovavano sempre e le liste venivano presentate. In quel periodo erano cambiate molte cose e la Fiat discriminava sempre, ma non licenziava più. C’era comunque stato, nella Fiom e nel movimento, un tentativo di critica per quanto era successo. Pur non rinunciando al solito vittimismo anti padronale, si riconosceva che aver spostato l’attenzione degli scioperi sul piano politico era stato un errore.

La commissione Fiat era diretta da Aventino Pace, il vero numero due di Pugno. C’era poi Paolo Franco, membro della segreteria e dello PSIUP, c’ero io, che diventai responsabile del Lingotto, e Gamba, responsabile di Mirafiori. Il vero coordinatore era Sergio Musso, un impiegato in distacco sindacale, trentenne educato e intelligente, molto diverso all’apparenza dagli altri trinariciuti. Musso si sforzava di portare avanti metodi di comunicazione differenti rispetto alla retorica sindacale di quel periodo.

All’epoca si stampavano milioni di volantini al ciclostile, tutti scritti in un burocratese comunista di difficile comprensione. Musso riuscì a svecchiare quella comunicazione, introducendo addirittura il fumetto. Sergio era valorizzato a parole, ma capii presto che in fondo anche lui contava come il due di picche. Era troppo innovatore e raffinato, non rispettava a pieno il cliché di quei penitenti neri, gli integralisti ante litteram.

Pugno era il leader incontrastato della Fiom di Torino. Confesso che, nonostante la mia proverbiale faccia di latta, lui mi terrorizzava. Mendicavo ogni tanto un sorriso e mi guardavo bene dall’attaccarlo direttamente. Aveva un vice, Frasca, che era la sua ombra. Era una specie di zombi che parlava perennemente in politichese comunista. Non credo avesse idee sue ma era un soldatino fedele. Il mio ingresso in segreteria favorì anche il suo, ma non me ne fu grato.

Entravamo nel 1966, anno del rinnovo del contratto nazionale di lavoro. Ancora una volta Torino sarebbe stata al centro di cambiamenti dove anch’io fui in parte protagonista.

(Continua)

 

Inserito il:11/02/2020 16:29:00
Ultimo aggiornamento:17/02/2020 23:50:45
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