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Aggiornato al 21/09/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Joyce Zavorskas (Massachusetts, 1945 -    ) - Place That Was (2011)

 

ARABIA FELIX (2/3)

(seguito)

di Gian Paolo Lozej

9.

La strada ferrata dell’Hejaz mi appare dall’alto come una costruzione irreale: rotaie minuscole, scartamento ridotto, transenne sottili---tra pareti di roccia quasi troppo pittoresche---me la fanno sembrare un grande giocattolo per principini. Non riesco ad immaginare un lungo convoglio, carico di pellegrini, merci e soldati, procedervi sopra, faticosamente, tra gole difese da guardie armate.

La mia prima impressione dura assai poco, però. Un ponte divelto, la locomotiva distrutta e dei resti di carrozze bruciate sono la cruda testimonianza dell’importanza strategica di questa linea di trasporto nel precario equilibrio del potere ottomano agli inizi del secolo.

E la cambusa rovesciata … “Forse il monumento funebre del mitragliere tedesco che Lawrence d’Arabia ricorda valoroso rivale nel retro di un treno distrutto in un suo temerario attacco tra queste montagne …”.

 

10.

Ma, dopo quasi cent’anni, la ferrovia dell’Hejaz presto diventa per me soltanto una linea di riferimento attorno alla quale il mio lavoro si svolge. O, forse, è per me qualcosa di più? Magari un segno inconsciamente magico? “Probabilmente questo è ciò che Mokhtar pensa …”.

Giorno dopo giorno, procediamo lentamente lungo il margine della ferrovia verso sud. Ogni cinque chilometri circa, Mokhtar mi lascia ai piedi di un rilievo. Io salgo lentamente fino alla cima, studio i messaggi contenuti negli strati che attraverso. Poi nella discesa, ad intervalli regolari, annoto le mie osservazioni, raccolgo campioni numerati di arenarie che accuratamente ripongo nel sacco alle mie spalle.

Mokhtar mi segue con lo sguardo per ore: salire, studiare, annotare, campionare, scendere. Un fascino arcano ha per lui la mia concentrazione, il mio dialogo silenzioso con le rocce. Il rispetto che mi porta---amorosa protezione? ---deriva, sono certo, dalla fatica e da una sofferenza quasi rassegnata che questo lavoro mi comporta.

 

11.

Come spiegare questo mio lavoro … Spiegarlo a me stesso, per incominciare a capire ciò che, sospetto, Mokhtar istintivamente conosce … Questo mio tentativo assurdo di stabilire un rapporto, un contatto tra incommensurabili dimensioni … La mia minuta percezione di spazio e tempo---tempo soprattutto---proiettata ostinatamente verso impossibili intuizioni di paesaggi primari troppo dilatati, fatti di mari cristallini troppo remoti, piane desolate troppo uguali, cieli vuoti troppo luminosi … Paesaggi precursori di questo paesaggio, sepolti strato sopra strato … Gradini di milioni di anni, di una scala che sale inesorabilmente---che salgo faticosamente---verso la mia insignificante presenza temporale … La mia presenza reale che tenta di dare a tutto questo un senso …

Seduto in cima al rilievo scelto per la mia sezione geologica, il mio sguardo si perde al confine dell’orizzonte. Il paesaggio circostante lievita nel calore che si solleva dal deserto.

Mokhtar, accovacciato alla base del pendio, rompe la precisa geometria bianca della Range Rover accanto alla ferrovia.

La mia sosta è breve. Presto incomincio la discesa, mi riconcentro nel lavoro.

 

12.

Ogni strato racchiude un episodio del pianeta. Nella sua roccia sono fossilizzati soli ardenti, diluvi, primavere di vita incerta, ecatombi, trasgressioni e regressioni marine. Io mi sforzo di catturare gli elementi essenziali di queste vicende---elementi sempre rari ed elusivi, da combinare in un mosaico geologico in cui troppi tasselli sono andati perduti, o io non riesco a trovare.

Il mio obiettivo è quello di scoprire i confini tra gli antichi domini delle terre e dei mari; definire le successioni di strati deposti in questi ambienti di transizione dove, nel Cambriano o primo Ordoviciano, mescolanze di acque, sali, metalli e molecole organiche hanno favorito magiche alchimie e felici esperimenti di evoluzione di vita.

Sono le tracce fossili lasciate sulla sabbia di spiagge geologicamente effimere i segnali che cerco nelle mie arenarie, le testimonianze di spasmodiche risposte biologiche all’avanzare dei mari. Perché, talora, preziose mineralizzazioni invisibili all’occhio suggellano queste immani rivoluzioni ambientali---preziose mineralizzazioni da scoprire per il progresso e la scienza … “Per future stratificazioni … sedimenti, minerali radioattivi, tracce di fossili umani …”.

 

13.

Regolarmente. sistematicamente, la nostra spedizione continua: procediamo circa 40 chilometri al giorno.

L’altitudine dell’altopiano diminuisce gradatamente. Le formazioni sedimentarie ai piedi delle montagne diventano più antiche. Ogni curva della strada ferrata---a tratti completamente divelta---offre un taglio nuovo di paesaggio, una combinazione diversa di rocce, sabbia e cielo. Le cattedrali e i pinnacoli di arenaria si fanno sempre più spettacolari.

E nessun incontro, né soldati né beduini. L’emozione iniziale del viaggio proibito si è da tempo dissolta nella faticosa routine del lavoro.

Pochi gli episodi degni di nota, molte le immagini fantastiche …

 

… Il delizioso leprotto smarrito che Mokhtar cattura una sera ma, leggendo la mia ferma disapprovazione, si astiene dall’uccidere; e il silenzio che pesa il mattino quando, seduti sul panno disteso per terra a mangiare, Mokhtar spinge timidamente verso il mio cibo la coscia avanzata---porzione che mi spetta del banchetto da lui consumato mentre ancora dormivo …

… Il fenicottero rosa che, da un laghetto artificiale accanto alla stazione ferroviaria di architettura vagamente bavarese, si solleva inaspettatamente … miraggio di volo fatato, visione dell’Araba Fenice …

… E i murali erotici, scoperti in una stanza interna di un edificio diroccato---dipinti originali e aggiunte dissacratorie che dolcemente mi tormenteranno le notti---l’harem dei miei sogni …

E le notti …

 

14.

La notte è la ricompensa preziosa alla fine del lavoro quotidiano. Gli eccessi di luce, arsura, durezza di paesaggio, vento di sabbia, peso di rocce---i parametri del giorno---si mitigano nelle metamorfosi cromatiche della sera, svaniscono all’arrivo della notte.

La luna non ci tiene più compagnia. Il cielo notturno del deserto---profondità di luce nera, splendore di indecifrabili messaggi di stelle---ci rende minutamente partecipi di una realtà di un ordine superiore. E, insieme, pare amplificare la sensazione tattile della nostra presenza, della nostra vicinanza fisica. Sottili bisogni mi affiorano dentro, nostalgia dell’infanzia, desideri di sesso, anticipazione di sogni.

Dopo l’ultimo bicchiere di chai, la mia piccola tenda mi aspetta. Scivolo dentro in silenzio, e il sacco a pelo avvolge la mia dimensione notturna. L’adattarsi del mio corpo alla consistenza del suolo è il rito preparatorio alla riconciliazione coi sensi. Il sottile profumo---come di pane---è la testimonianza biologica dei sogni che permeano il mio spazio.

Fuori, Mokhtar diventa un riferimento lontano. Solo il rumore del vento riempie la distanza che ci separa. Ma, sempre, prima di addormentarsi, Mokhtar canta qualcosa, dolcemente, tristemente. Intuisco le parole di poesia, sensualità, amarezza, che ogni notte interpreto nelle mie fantasturbazioni diverse, al confine del sonno …

 

Sul cavallo più bello dell’Hejaz / Ho traversato le soffici dune rotonde / Del Grande Nafud del Nord …

Ah, le tue morbide forme, amore… / Galoppare insieme, cantare insieme, ah, ah!

Solo le forme di sabbia mi pesano sul cuore / E il cavallo cavalca sempre più lontano

            Eccetera …

… finché i sogni mi vengono a trovare.

                                   

15.

Finalmente, questo è il nostro ultimo giorno di viaggio. Fissate le nostre coordinate sulla mappa, programmo le mie ultime tre sezioni geologiche.

Nel pomeriggio dovremmo raggiungere il confine meridionale della zona proibita, la fine del tratto rimasto dell’antica ferrovia …”.

Come ci muoviamo il mattino, Mokhtar scruta inquieto l’orizzonte. “L’approssimarsi a posti di blocco … il pericolo di essere sorpresi da pattuglie militari …”.

Ma, ancora una volta, mi confermo insensibile ai messaggi sottili del deserto.

La temperatura cala improvvisamente. Presto, fa seguito il gonfiarsi del vento. E, dalla cima del rilievo della mia prima sezione, una massa translucida mi appare avanzare nel cielo a oriente.

Khamsin … la tempesta di sabbia, la maledizione del deserto …”.

(Continua)

 

Inserito il:31/01/2021 17:33:30
Ultimo aggiornamento:01/02/2021 23:32:07
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