Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti. Per saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni dei cookie clicca su
Informazioni
Continuando a navigare in questo sito acconsenti alla nostra Policy.

[OK, ho capito]
Aggiornato al 01/12/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Fernand Léger (Argentan, Orne, F, 1881 – Gif-sur-Yvette, F, 1955) – Les quatre cyclistes

 

Le eroine a due ruote

di Paolo Ghiggio

 

Se pensiamo al ciclismo eroico dei primi anni del Novecento, immaginiamo che quello sport sia stato, a quegli esordi, prerogativa del fisico virile dei maschi.

I mezzi o macchine, come le chiamavano, erano costruiti in ferro con telai pesantissimi, ulteriormente gravati dalla presenza di accessori ingombranti. Le biciclette, del peso di oltre venti chilogrammi, avevano i parafanghi per proteggere i corridori, che indossavano pesanti maglie e calzoncini di lana. L’acqua, inzuppandoli e appesantendoli, avrebbe reso insopportabile pedalare in quelle condizioni. Sul manubrio con le manopole in legno erano montati ingombranti fanali al carburo che permettevano ai ciclisti di viaggiare al buio: le gare, vista la lunghezza chilometrica, prendevano il via nel cuore della notte. Sul piantone della guida era avvitato un campanello che segnalava la presenza del ciclista. Per il materiale con cui era costruito si chiamava “Bronzino”.

Le forcelle erano dotate di particolari strumenti definiti “levachiodi”. Come ribadì Federico Gay, forte corridore torinese degli anni trenta, “La cursa l’è cursa, pietà l’è morta”, la sportività non era il massimo. Non raramente i ciclisti conservavano nella piega del manubrio una manciata di chiodi che, sganciati al momento opportuno, consentivano facili fughe, a scapito degli avversari appiedati dalle forature. Sul tubo orizzontale del mezzo era adattata una borsa contenente gli strumenti necessari alle riparazioni: fil di ferro, pinze, martello, camere d’aria e il necessario per le forature. L’atleta doveva essere autonomo anche nelle emergenze meccaniche, salvo la squalifica.

Ricordiamo ciclisti che sono stati costretti a fermarsi presso l’officina di un fabbro per la saldatura di una forcella eseguita personalmente. Questo accadde a Eugene Christophe al Tour del 1913, quando si fermò a Sainte Marie de Campane, alle pendici del Tourmalet nei Pirenei, per una riparazione. In quel modo perse ogni chance di vittoria, come ricorda una lapide affissa proprio nella piazza del paese.

Fatte queste premesse, pensare che una ragazza potesse compiere quelle imprese, risulta quasi incredibile. Ma, come si sa, spesso la forza di volontà e il raziocinio si sostituiscono ai muscoli.

Queste doti non dovevano mancare a una ragazzina non ancora ventenne, nata a Rivara in una famiglia di ciclisti. Il padre era il meccanico del paese e il fratello, già conosciuto corridore, aveva partecipato al primo Giro d’Italia. A quel giro del 1909, vinto da Luigi Ganna, partecipò anche quel ragazzo di Rivara, il campione canavesano Pietro Milano, che si classificò onorevolmente al ventesimo posto della classifica finale, dopo avere ottenuto ottimi piazzamenti.

Maria Milano, nata nel febbraio del 1891, affascinata dal fratello, prese confidenza con le due ruote. Il 2 ottobre 1910, appena diciannovenne, partecipò al Criterium del primo Giro dei Laghi di Avigliana con una bicicletta costruitale dal padre. «Speriamo mi porta fortuna…», disse ai cronisti che la intervistavano alla partenza in Barriera di Francia. Esordio delle gare femminili nella nostra regione che, forse anche per curiosità, venne seguita da oltre centomila persone.

Alla partenza erano iscritte ventidue concorrenti. Al traguardo, con il viso ricoperto di polvere, sollevata dalle troppo numerose auto e moto al seguito, ne arrivarono diciannove. Durante la gara fu vittima di una caduta anche Pietro, il fratello di Maria al seguito della sorella. Investito da una motocicletta, riportò una frattura a un braccio.

Partite verso Rivoli, sulla salita di Trana, la corsa entrò nel vivo. Caterina Gremo di Biella e Maria Milano, dettavano un ritmo che non consentiva alle altre concorrenti di seguirle.

L’esperta campionessa biellese, con la sua chioma bionda protetta da un caschetto di tipo coloniale, impose la sua strategia, e la minuta Maria Milano, in una curiosa tutina “Tout de mème” da maschietto, (come descrisse un giornalista de “La Stampa Sportiva” dell’epoca), si incollò alla sua ruota.

La gara proseguì intorno ai laghi di Avigliana, e la Milano rifiutò furbescamente i cambi, richiesti dalla biellese, conservando energie per il finale. Dopo circa due ore di corsa a una media superiore ai trentun chilometri orari, la giovane rivarese, affiliata all’Unione Sportiva Rivarolese, tagliò per prima il traguardo dopo uno scatto negli ultimi cinquecento metri, approfittando di un rallentamento dell’avversaria dovuto alla caduta di alcuni ciclisti che seguivano la gara.

Mentre alla vincitrice veniva consegnato il rituale mazzo di fiori, Caterina Gremo, venne colta da un pianto isterico. Accusava l’avversaria di avere approfittato della sua condotta di gara rifiutando la collaborazione lungo il percorso, “succhiandole” continuamente la ruota. La forte atleta biellese avrebbe voluto vincere quella gara: era l’ultima prima del programmato matrimonio. La spuntò invece la minuta Maria Milano, che da quel giorno inanellò una serie di successi.

La settimana successiva si impose in una competizione in terra lombarda, a Sesto San Giovanni, dove superò un lotto di una quindicina di atlete, ma l’apice della sua carriera fu la conquista del campionato Italiano in Emilia nel 1911. Una vecchia foto con la fascia di “Campionata Italiana” ce l’ha ricordata fino a noi.

Primeggiò in altre gare, ma incombeva il primo conflitto mondiale, che con i suoi morti avrebbe fatto dimenticare il ciclismo, non solo femminile.

La nostra eroina si vide costretta ad abbandonare le corse, cui aveva dedicato gran parte dei suoi anni migliori. Restò nubile e si ritirò al paese natale. Il fratello Pietro Domenico, lasciate le corse, proseguì il lavoro nell’officina paterna, diventando un abile meccanico, cui faceva riferimento il grande campione canavesano, Giovanni Brunero di Ciriè.

Maria, con una nipote, iniziò a gestire una trattoria. Gran parte dei trofei conquistati da lei e dal fratello vennero venduti per ovviare alle ristrettezze economiche imposte dalla guerra. Morì all’inizio dell’estate del 1975.

Di lei si conserva il ricordo come una delle grandi campionesse del ciclismo eroico, ancora prima che il mito di Alfonsina Strada arrivasse a simbolo del ciclismo femminile, con la partecipazione al Giro d’Italia del 1924. Alfonsa Morini, questo era il suo nome prima del matrimonio, arrivò a Milano anche se fu classificata ventinovesima.

Solo qualche anno di differenza impedì alle due “corritrici” di incrociare le ruote sulle strade delle gare nel territorio torinese. Alfonsina, infatti, lavorò per un breve periodo in una sartoria di Torino, eseguendo accurati ricami.

Qualche anno prima un’altra grande donna, Annie Londonderry, nata Cohen e coniugata Kapchowsky, ebrea americana di origine lettone, partendo da Boston il 25 giugno 1894 alle undici di mattina, su una bicicletta del peso di 42 libbre, con alcuni indumenti di ricambio e un revolver con il calcio in madreperla, portò a termine il Giro del mondo in bicicletta in quindici mesi, accettando la sfida di un gruppo di industriali benestanti, che misero il palio la cifra, allora esorbitante, di diecimila dollari.

Aveva ventitré anni ed era sposata. Per quell’impresa lasciò il marito, venditore ambulante di tessuti, e i tre figli in tenera età; affrontò ogni genere di calunnia e anche il carcere, ma al ritorno in patria, dopo avere toccato in Europa Parigi e Marsiglia, in Oriente Gerusalemme, Singapore e la Cina, fu eletta a simbolo dell’emancipazione femminile. Il contratto dell’impresa prevedeva che Annie non accettasse regalie in denaro lungo il percorso e, dopo una sponsorizzazione iniziale di cento dollari da una ditta di acque minerali, la Londonderry Lithia Spring Water, nome con cui divenne celebre, fu imprenditrice di se stessa cedendo spazi pubblicitari sulla sua bicicletta e vendendo spille e le sue foto autografate.

Arrivata a Chicago le venne consegnata una bicicletta più performante della ditta Sterling, con un telaio più leggero da uomo. Abbandonò quindi gli abiti femminili e indossò dei calzoni neri a sbuffo, proprio come la nostra Maria Milano. Ciò che la rese famosa fu la sua amicizia con la giornalista americana Nellie Bly, la quale pubblicò sul New York Word le lettere reportage che la stessa Londonderry inviava lungo il percorso. Pedalò per 9.604 miglia per un viaggio totale (compresi spostamenti in treno e nave) di 26.000 miglia.

Le cronache del tempo riferivano che l’eroina americana attraversò Marsiglia pedalando con un solo piede mentre l’altro, fasciato, era appoggiato sul manubrio per una caduta in discesa e l’urto sul telaio . Si leggeva anche di molte notizie ed esagerazioni, attacchi di tigri e sparatorie, che la stessa Annie passava ai giornalisti per rendere più appetibile la sua storia. Al suo rientro a Boston il 24 settembre 1897 dichiarò: «Sono una nuova donna e questo significa che posso fare tutto ciò che può fare un uomo». Aveva infatti ripetuto il cimento che Thomas Stevens aveva portato a termine in tre anni nel 1887.

 

 

Inserito il:07/09/2021 18:04:37
Ultimo aggiornamento:07/09/2021 18:10:44
Condividi su
ARCHIVIO ARTICOLI
nel futuro, archivio
Torna alla home
nel futuro, web magazine di informazione e cultura
Ho letto e accetto le condizioni sulla privacy *
(*obbligatorio)

Questo sito utilizza cookies.

Cookie policy | Privacy policy

Associazione Culturale Nel Futuro – Corso Brianza 10/B – 22066 Mariano Comense CO – C.F. 90037120137

yost.technology