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Aggiornato al 11/08/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Da Storie delle minoranze tedesche in Europa – Presa di Koenigsberg

 

Germania ultimo atto - (5)

(seguito)

di Mauro Lanzi

 

Dalla Vistola all’Oder

 

Più di una volta, nel corso dell’offensiva sulle Ardenne, i generali più anziani ed avveduti avevano ammonito il Führer circa i rischi cui il prolungarsi dei combattimenti a sud esponeva il fronte nord, ma i cortigiani più servili e abietti come Jodl e Keitel continuavano ad alimentare la convinzione nella mente di Hitler che la minaccia russa fosse un bluff.

Quando il giorno 13 gennaio l’offensiva russa partì puntuale, le forze migliori dell’esercito tedesco, la 5° e la 6° armata corazzata non avevano fatto in tempo a rientrare, giunsero il giorno 19; raggiunto il fronte, si scoprì infine che si trattava di reparti gravemente impoveriti di uomini e, soprattutto, di mezzi. L’offensiva russa partì su tre direttrici: a sinistra Konev guidava l’Armata del fronte ucraino che il giorno 13 aveva già attraversato la Vistola addentrandosi per 20km in territorio polacco; sotto un infernale fuoco di artiglieria i tedeschi persero subito il comando generale e parte degli effettivi della IV Armata Panzer; i rimanenti carri coprirono la precipitosa ritirata delle fanterie; il 14 gennaio partiva l’offensiva principale al centro condotta dall’Armata di Zukov; anziché puntare su Varsavia le due branche dell’avanzata la aggirarono ricongiungendosi 50 km più avanti. I contrattacchi tedeschi venivano respinti con facilità irrisoria da forze preponderanti, il 19 gennaio i russi entrano a Lodz, pochi giorni dopo Varsavia accerchiata viene sgomberata dai tedeschi in fuga; Hitler reagì facendo arrestare e processare tre alti ufficiali del comando della Wehrmacht, accusati di tradimento; solo l’intervento personale di Guderian, che si fece rinchiudere con loro, valse a salvarli.

I russi avanzavano fino a 60km al giorno e già a fine gennaio erano sulle rive dell’Oder, il 29 gennaio era stata liberata Auschwitz; Berlino sembrava a portata di mano.

I tedeschi fecero sforzi erculei per sbarrare la strada per la capitale;14 nuove divisioni furono schierate sull’Oder, insieme a tutti i pezzi da ’88 disponibili, in funzione anticarro, anche sottraendoli all’artiglieria antiaerea, il ghiaccio del fiume fu fatto saltare per ostacolare il passaggio dei russi; più di queste misure e delle obiettive difficoltà di rifornimento, però, valse l’ordine di Stalin a Zukov di intervenire sulla sua destra per liquidare la resistenza in Prussia orientale e Pomerania. La diversione alleggerì la pressione sulle forze tedesche che ebbero modo di riprendere fiato e di riorganizzarsi; non sapremo mai come sarebbero andate le cose senza l’ordine di Stalin, alcuni comandanti sovietici sostennero, dopo la fine della guerra, che a Berlino si sarebbe potuto arrivare a febbraio. La Polonia era ormai tutta liberata, ma di questa “liberazione” chi poté meno rallegrarsi furono proprio i polacchi, sottoposti ad un regime ancora più duro e spietato del precedente: la caccia ai residui della resistenza polacca proseguì senza sosta, tutto il paese finì sotto il tallone della NKVD, la famigerata polizia di Berija.

La terza direttrice dell’avanzata russa puntava alla Prussia orientale, dove si consumò una tragedia umana di dimensioni bibliche.

 

Sangue e ghiaccio. Il martirio della Prussia Orientale.

Koenigsberg (oggi Kaliningrad)

Mentre l’attenzione del mondo intero era rivolta all’avanzata russa su Berlino, l’asse settentrionale dell’attacco di Stalin alla Germania doveva costare oltre un milione di vittime civili, aprendo una ferita che non si sarebbe mai più rimarginata.

Le grandi pianure della Prussia orientale erano state governate nei secoli dai regnanti più diversi, dai Cavalieri Teutoni, ai prussiani, ai polacchi, persino gli svedesi; negli ultimi due secoli queste terre erano comunque rimaste in mano tedesca ed alla madrepatria tedesca erano profondamente legate; da qui aveva avuto origine la piccola e grande nobiltà terriera, gli Junker, qui a Konigsberg (oggi Kaliningrad) era nato, aveva studiato, insegnato e scritto tutti i suoi testi il massimo filosofo tedesco, Immanuel Kant. Con il Trattato di Versailles la Prussia Orientale era rimasta in mano tedesca, tranne lo stretto passaggio al mare noto come “Corridoio di Danzica” (a destra), che poi Hitler aveva incamerato. Nel ’44 la regione era abitata esclusivamente da tedeschi, con piccoli gruppi di ebrei sfuggiti ai rastrellamenti, e una vasta fascia di prigionieri di guerra impiegati come lavoro coatto.

Nei colloqui tra i Tre Grandi a Yalta (febbraio 1945) era stata decisa a tavolino, quasi senza dibattito, la deportazione di sedici milioni di persone di etnia tedesca che dimoravano nell’Est Europa durante la guerra, alcuni dei quali trasferiti da Hitler in insediamenti coloniali, altri residenti da generazioni; da una parte si voleva compensare la Polonia delle perdite subite per l’invasione nazista (milioni di polacchi deportati o sterminati), dall’altra si voleva comunque evitare il ripetersi di quanto accaduto nel ‘38 e ’39, cioè che l’aspirazione a riunire tutte le minoranze di lingua tedesca in territorio straniero fosse l’origine di nuovi conflitti; infine si voleva smembrare la Prussia, considerata il nucleo storico del militarismo tedesco. Evidentemente questa decisione coinvolgeva in primis lo sgombero di Prussia Orientale e Pomerania. Nessuno si era dato la pena di immaginare in quali condizioni si sarebbe svolta questa migrazione, una vera e propria “pulizia etnica” né i drammi che avrebbe generato.

La Prussia Orientale era rimasta sostanzialmente tranquilla per tutta la guerra, eccettuate alcune isolate incursioni aeree alleate. Il risveglio fu drammatico; il 22 ottobre 1944 un improvviso attacco di avanguardie russe portò all’occupazione di Nemensdorf e di altri villaggi di frontiera; cinque giorni soli durò l’occupazione, poi una controffensiva della Wehrmacht liberò la zona.

Tra i civili nessuno era sopravvissuto, anche una quarantina di prigionieri francesi era stata passata per le armi. In questa, come in altre circostanze, il comportamento dell’Armata Rossa fu l’espressione non solo di una brutalità occasionale, bensì di un sistematico sadismo, che superava anche quello di marca nazista; le donne erano state tutte stuprate ed uccise, alcune inchiodate nude a porte o a carri, i bambini massacrati con la testa sfondata. Goebbels si servì di queste immagini ai fini di propaganda, per cementare la disperata volontà di difesa dei tedeschi; ma questo non era che il preludio.

Ai primi di gennaio’45 i russi avevano ammassato alla frontiera con la Prussia, agli ordini del maresciallo Rokossovskj, truppe, carri ed artiglieria in misura dieci volte superiore a quanto disponevano i tedeschi; la popolazione civile avrebbe fatto ancora in tempo ad evacuare la regione, ma il locale “Gauleiter”, un nazista fanatico ed ottuso, lo proibì. Così l’Armata Rossa avanzò aprendosi la strada tra omicidi e stupri ai danni della popolazione civile; ogni soldato sovietico sembrava avere una ragione personale di cercare vendetta; gli stupri erano consumati con furia atavica, nessuno veniva risparmiato, i lavoratori coatti “liberati” venivano inviati a lavorare in fabbriche sovietiche o, peggio, in caso di un minimo sospetto, finivano nei famigerati “campi” della NKVD. I russi giunsero ad occupare anche Rastenburg, la “Tana del Lupo”, il complesso di fabbricati e di bunker da cui Hitler aveva diretto la guerra fino al ‘44; poi, però furono costretti ad arrestarsi davanti a Kaliningrad, per la furibonda resistenza della Wehrmacht. Kaliningrad (o Konigsberg) fu circondata insieme ad una stretta fascia costiera: rifornita dal mare, la città resse all’assedio (a destra lo schema dell’assedio) per due lunghissimi mesi, mentre tutto il resto della Prussia Orientale cadeva in mano ai russi. La Wehrmacht compì miracoli di eroismo per tenere aperta una stretta via di fuga ai civili lungo la costa, verso Elblag e verso la Pomerania; l’esodo, consentito con colpevole ritardo dal Gauleiter, si svolse in condizioni drammatiche; lunghe colonne di profughi arrancavano nella neve e nel gelo, bagnati dal loro stesso sangue, esposti alle incursioni delle avanguardie russe che non si facevano scrupolo di mitragliare i disperati in fuga verso una improbabile salvezza; sembravano più fortunati quelli che erano riusciti ad imbarcarsi sui pochi mercantili disponibili, ma i sottomarini russi ugualmente ne fecero strage. Stalin, infuriato per l’ostinata resistenza della città, ordinò a Rokossovskj e Zukov di risolvere il problema; questa infelice decisione scoprì il fianco destro dell’armata di Zukov e consentì alla II Armata tedesca di ritirarsi in ordine ed attestarsi oltre l’Oder.

All’inizio di aprile le avanguardie russe entrarono nei sobborghi della città, difesi dai Volkssturm, le unità di civili armati alla meglio che affiancavano la Wehrmacht: il 10 aprile il generale Otto Lachs, comandante della guarnigione, che aveva sostenuto con perizia e con vigore la difesa della città, proclamò la resa, per l’impossibilità di proseguire una qualsiasi resistenza. Hitler, che non aveva dato il consenso alla resa, fece imprigionare la sua famiglia e lo condannò all’impiccagione in contumacia; al dittatore venivano scemando le forze, era ridotto, secondo testimonianze di persone a lui vicine, l’ombra di se stesso, ma una cosa non gli fece mai difetto, l’ottusa ferocia.

La caduta di Kaliningrad portò all’evacuazione della città, oggi popolata di soli russi, accompagnata dal solito strascico di atrocità, sempre ostinatamente negate dalla propaganda sovietica (l’abitudine a manipolare la storia e la cronaca non sono mai venute meno ai regimi comunisti); nessuno saprà con certezza il numero di vittime tedesche della caduta della Prussia orientale, più di un milione secondo le stime più attendibile, cui si devono aggiungere altri 600.000 morti tra le popolazioni di etnia tedesca in Romania, Polonia, Cecoslovacchia.

Una rabbia profonda sussiste ancora oggi in Germania all’idea che un mondo ossessionato dagli eventi della seconda guerra mondiale tanto poco sappia, e ancor meno si curi, degli orrori perpetrati ad est nella primavera del ’45: d’altro canto, nella difficile e dolorosa avanzata del’44 e’45, i soldati russi avevano toccato con mano le efferatezze dell’occupazione tedesca, villaggi bruciati, civili sterminati, campagne devastate; agli occhi dei russi era ora di saldare il conto. Certo i morti sono morti, bisogna riconoscere che all’est fu consumato un secondo olocausto, ma ancora a sessant’anni di distanza è difficile per l’opinione pubblica mondiale estendere alle vittime tedesche la stessa pietà tributata alle vittime del nazismo; gli orrori che i nazisti inflissero all’Europa nel corso della II Guerra Mondiale avevano richiesto, inutile negarlo, la complicità di milioni di cittadini comuni, civili e militari, nient’affatto ignari di quanto accadeva, difficile rigettare il fiele delle conseguenze. Bilanciare atrocità con altre atrocità non può essere chiamata giustizia, ma non si può per questo né assolvere né mettere sullo stesso piano chi aveva dato inizio al dramma, infliggendo ad altri popoli un’infinità di sofferenze e di morti, non occasionali, ma mostruosamente pianificate in tutti i dettagli.

I tre “Grandi” alla conferenza di Yalta, febbraio 1945

(Continua)

 

Inserito il:16/07/2020 17:35:16
Ultimo aggiornamento:27/07/2020 12:54:51
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