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Aggiornato al 20/05/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal
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Albert Bierstadt (1830 - 1902) – Valley of the Yosemite - 1864

Ripensavo a Yosemite.

Ripensavo a Yosemite. Quando ero lì, in macchina, andando via, distrattamente ho letto un cartello che ricordava l’imminente festa per i 150 anni dalla nascita dello Yosemite National Park. La cosa ha subito suscitato in me un sorriso amaro, perché la sua nascita è significata la fine inesorabile di altro.

Quel posto è stato per chissà quanto casa di un popolo, alla fine.

E per quanto il parco sia attraversato da macchine, camper e furgoni, van aperti con sedili per turisti, per quanto sia ricco di strutture e stazioni di benzina, si sente che sfugge.

Una sensazione strana ha accompagnato la mia visita, e ora che ci ripenso è proprio questa: la sensazione di essere in un posto che non ti appartiene.

Un ossimoro: ci si sente sempre parte della natura, e posti come questo non fanno altro che ricordartelo, e fartelo sentire.
Ma non ti appartiene per il modo in cui lo stai vivendo.

Una sensazione ambivalente che da un lato ti fa sentire un tutt’uno con la meraviglia che ti circonda, dall’altro ti fa render conto che quel posto è stato per troppo tempo qualcos’altro per cambiare anima.

Sei lì con scarpe da ginnastica, zaini e macchinetta fotografica e ti senti un pesce fuor d’acqua. Passeggi e ti sembra di vedere i nativi che corrono svelti, saltellando sugli ostacoli e sulle rocce franate, ti sembra di sentire il fruscio dei loro piedi sulle foglie.

Immagini una coabitazione commovente con la natura, fatta di una sapienza quasi sacrale, trasmessa in silenzio, per imitazione, per esperienza, colorita da miti antichi raccontati dagli anziani.
Immagini esseri umani a loro agio nel nulla di quella foresta come gli scoiattoli che abitano ancora oggi il parco, e gli orsi, i daini.

Ti guardi intorno e vedi gente che si protegge: zanzariere, contenitori di cibo anti orso, muri. Vedi gente con le cartine, ma immagini indiani che sanno, semplicemente sanno, dove sono: riconoscono alberi, massi, e sentieri.

Vedi gente che ammira, ma immagini gente che ama come si ama qualcosa che si conosce a fondo, che ne rispetta le asprezze senza spianarle, o coprirle di asfalto. Che ha rispetto per i nemici, e per le cose che gli fanno paura.

La storia ha fatto il suo corso, e probabilmente da quel periodo lì, che oggi si celebra, non si può pretendere umanità e sensibilità che forse neanche adesso abbiamo.
La modernità alla fine vince, e avrebbe vinto comunque, e forse è giusto così.

Ma vorrei tanto che quel posto fosse un’eccezione a tutto questo.
Vorrei che restasse una macchia verde sulla mappa, non sfiorata né distrutta dal nostro mondo.
Perché quando sei lì capisci che la vera anima del posto è e resterà sempre quella lì.
Capisci che stai amando quel posto, ma forse nel modo sbagliato. Che non lo stai vivendo, forse.

E che chi lo viveva non sta più lì, è altrove, ormai ha un paio di jeans e un’iphone, ma comunque, il rumore dei suoi passi sulle foglie secche si sente ancora.

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Inserito il:27/10/2015 14:48:04
Ultimo aggiornamento:17/11/2015 18:05:28
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