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Aggiornato al 09/12/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Beata Wrzesinska (Gdańsk, Polonia - Contemporary) - Theatre

 

La Olivetti vista con gli occhi di un dipendente - 1

 

Quando la Olivetti era un sogno

di Rolando Argentero

con Cesare Verlucca

 

Cari amici,

mi è stato richiesto di raccontare una diversa storia della mitica Olivetti, richiamandomi alla mia lunga permanenza nell’azienda, dove ho svolto molti differenti incarichi e incontrato persone eccezionali sia in Italia che un po’ dovunque nel mondo.

È una richiesta che, appassionandomi, mi ha costretto a richiamare alla memoria eventi che sembravano smarriti nella notte dei tempi e che, raccontati, sembrano successi poco tempo fa.

Partirò da un’infanzia difficile e proseguirò fino a una fine lontana, sperando di non dimenticare azioni che sarebbe stato bello riportare all’onore delle cronache.

 

Sono nato sotto una buona stella (d’altronde la fortuna fa come il baro al gioco: vince qualche volta per allettare gli altri. Costoro, tuttavia, si ritroveranno come l’acqua nella rete: la tiri e la senti gonfia, e quando l’hai stesa a terra scopri che non c’è nulla).

Ho visto la luce il 5 dicembre del 1938 in un piccolo alloggetto nel cortile della trattoria del Boschereggio, probabile unione di due vocaboli (bosco e regio), per confermarne l’importanza del luogo, frequentatissimo, anche per l’esistenza di quattro campi per il gioco delle bocce, sport allora molto in voga. L’alloggio, di cui ho soltanto qualche bagliore, era verso l’inizio del cortile: due piccole stanze (cucina e camera da letto, con servizi comuni all’esterno). Per quanto mi è stato poi raccontato, quando avevo circa due anni i miei hanno traslocato in corso Vercelli, cinquecento metri oltre, verso il centro della città. Era una casa a tre piani, oltre al piano terreno che venne occupato dei nonni paterni e da noi. Anche qui due stanze senza servizi per noi; i nonni che vivevano di fianco, avevano un piccolo locale in più per l’ultima figlia, mia zia, di appena otto anni più anziana di me.

Secondo i segni astrologici, ero un Sagittario: quelli che hanno come simbolo l’arciere sono diretti, determinati e pieni d’immaginazione. Quando vogliono ottenere qualcosa, possono aspirare a qualsiasi traguardo. La loro natura irrequieta richiede una grande libertà personale e respinge ogni forma di costrizione. Gli animali associati a questo segno zodiacale sono il cavallo e la zebra (forse così si spiega la mia passione per la squadra della Juventus).

Gli anni della seconda guerra mondiale trascorsero per me senza grandi emozioni. Mio padre volle arruolarsi tra i partigiani e in casa, come al solito, non c’erano molti soldi. Poi venne l’autunno del 1944 e la chiamata alle armi anche per me: cominciava la scuola elementare.

Nella primavera del 1945 la guerra finì e sul prato della cascina dei Fornelli, davanti alla nostra abitazione, si sistemarono decine di carri armati dei soldati americani; riempivano anche la cosiddetta Piazza d’Armi dove in epoca di regime le persone giovani e di mezza età dovevano andare a fare gli esercizi ginnici. Quello che ricordo bene sono i carri armati e i soldati Yankee: con noi bambini erano gentili, ogni tanto ci offrivano una gomma da masticare mai gustata prima, o del latte condensato e ci issavano sui carri lasciandoci immaginare di essere in battaglia. Loro, in cambio, buttavano un occhio a tutte le belle ragazze della zona, sperando di ricavarne qualcosa.

Gli americani se ne andarono, ed anche i 55.000 soldati tedeschi che i partigiani avevano catturato in Canavese. Li misero in colonna e, a piedi, ben sorvegliati, li trasferirono a Milano. Lentamente anche da noi tornò la normalità: la vita in famiglia aveva però previsto altri impegni. Per cominciare un ulteriore trasloco da corso Vercelli a Torre Balfredo, una località ad est di Ivrea che venne raggiunta caricando le nostre povere masserizie su un carro agricolo.

Per la terza volta in dieci anni, mi trovai così coinvolto in un trasloco. A mio modo mi impuntai: non avrei abbandonato la quinta elementare con il maestro Grosso nel plesso scolastico di corso Massimo d’Azeglio. Con lui mi trovavo bene, avevo ottimi compagni di classe e lo stesso insegnante aveva suggerito a mia madre di lasciarmi concludere gli esami finali nella stessa scuola: la genitrice aveva un cuore d’oro e non insistette oltre.

Conclusi positivamente la quinta poi, trascorse le vacanze, si pose il problema del proseguimento. Il maestro Grosso era stato chiaro: senza alcun dubbio avrei dovuto affrontare le scuole medie e così fu. Purtroppo il mio impegno, nonostante le premesse dell’insegnante, non era adeguato. I miei interessi cominciavano a essere attratti dalla Juventus di Boniperti, Parola e dei tre danesi (Karl e John Hansen, e Praest, che lo zio Bruno mi accompagnò una domenica a vedere dal vivo al vecchio Comunale di Torino), dalle belle compagne di classe e meno dal De bello gallico o dagli altri autori latini che figuravano nel programma scolastico.

Venni anche inviato per un’intera estate in vacanza in Francia presso una prozia, nella speranza che cambiando aria anche l’atteggiamento cambiasse. Invano!

Il Consiglio degli insegnanti decise per una bocciatura, una misura estrema come richiamo alla realtà. Ci vollero alcuni mesi perché mi rendessi conto di quanto stava avvenendo intorno a me e reagissi. Superato l’esame di licenza media, si pose il problema del proseguimento: che fare? A Ivrea la maggior parte dei giovani della mia età puntavano decisamente sulle scuole interne della società Olivetti: i più pratici sul Centro Formazione Meccanici, i più bravi e preparati all’Istituto Tecnico Professionale dal quale uscivano decine di periti tecnici industriali, molti dei quali proseguivano gli studi sui banchi universitari raggiungendo la laurea.

Mi ritrovai all’età di quindici anni a un primo bivio: era chiaro che di studiare non avevo molta volontà; che in famiglia mancavano i soldi (quelli guadagnati da mio padre erano pochi e quelli che riusciva a racimolare mia madre con il suo mestiere di provetta stiratrice, ora che vivevamo a Torre Balfredo, erano praticamente scomparsi). Ci voleva una soluzione anche perché il fratello era ancora nella fase delle scuole dell’obbligo (aveva scelto le scuole dell’avviamento professionale) e doveva perlomeno concluderle. Fino all’età dei sedici anni era inutile pensare a un lavoro regolare, non era permesso dalla legge.

Nel frattempo, a Torre Balfredo avevo fatto conoscenza con quasi tutti i coetanei e con un po’ di iniziativa – spinto anche dall’ex insegnante di educazione fisica, il professor Gabriele Rufino, con il quale ero rimasto in buona sintonia – lanciai la proposta di costituire una società sportiva. Il nome? Me lo offrì l’ex campione del mondo di ciclismo dilettanti, Riccardo Filippi, che aveva vinto il titolo a Lugano il 29 agosto 1953 (il giorno successivo trionfò Fausto Coppi e fu una fantastica doppietta per i colori italiani); quando rientrava a casa ad Alice Superiore da Pozzolo Formigaro, sede della propria società, la Siof, transitava in bici per Torre Balfredo e mi offriva l’occasione di accompagnarlo, affiancandolo. Quella maglia iridata suggerì “Arcobaleno”, con una striscia sul petto con i colori dell’iride. Molti ragazzi della piccola località, forse attratti da quella maglia aderirono, e anche da altri quartieri giunsero giovani per unirsi a noi.

Quasi contemporaneamente dalla mia mente infantile, ma fervida nasceva un’altra iniziativa: perché non presentare uno spettacolo teatrale? Nessuno a Torre Balfredo ci aveva mai provato. Ne parlai con gli amici più fidati, poi – vista la penuria di luoghi adatti – ci presentammo all’asilo infantile che disponeva di un ampio spazio nel giardino e, con la maggior grazia possibile chiedemmo il permesso alle Reverende Suore che accettarono: avevamo pensato a “Addio giovinezza”, testo di Camasio e Oxilia che venne approvato. Affidammo il ruolo di regista a un genovese sposatosi nella località e già esperto in materia e cominciammo lunghe e estenuanti prove, mentre mio fratello Mauro lavorava alla preparazione del palco e delle scene. Infine, confidando nel bel tempo, decidemmo la data della rappresentazione, presente un buon pubblico (soprattutto congiunti e parenti vari); alla fine applausi per tutti (forse più di incoraggiamento che per la bravura) e consegna dell’incasso alle responsabili dell’asilo. Il tentativo era stato compiuto, potevamo dirci soddisfatti: dopo l’atletica anche una recita. I ragazzi di Torre Balfredo si stavano evolvendo.

Era però arrivato il momento di guardare in faccia la realtà: in famiglia serviva almeno un altro piccolo stipendio. Bicicletta al fianco mi misi a cercare tra tutti gli esercizi della città sperando di trovare un lavoro, e stranamente mi arrise un momento di fortuna.

Alla fine di via Jervis, quasi all’angolo con la strada che immette nel centro di Ivrea trovai un piccolo esercizio che vendeva chiavi e attrezzi per lavoro in officina: chiesi anche lì. Sulle prime la risposta fu negativa; poi, dopo un dibattito tra i due titolari, mi venne proposto di restare per aiutare il figlio Nello che andava in giro per il Canavese a vendere i suoi prodotti; di andare a fare le commissioni per la padrona di casa e per la nuora che era incinta e in attesa di partorire. La paga non era alta (diecimila lire al mese), ma per chi come me non aveva prospettive era meglio di niente. Accettai e gli Zara mi trattarono bene, anche se sapevano che la mia ambizione era quella di trovare un posto alla Olivetti.

(Continua)

 

Inserito il:26/10/2021 12:40:05
Ultimo aggiornamento:26/10/2021 12:48:08
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