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Aggiornato al 22/08/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Cristiano Banti (S. Croce sull’Arno, 1824 – Montemurlo, 1904) – Galileo davanti all’Inquisizione

 

La lettera ritrovata di Galileo

di Vincenzo Rampolla

 

Poche settimane fa i media del pianeta hanno annunciato il ritrovamento di una lettera di Galileo scritta a un amico nel 1613 e ritrovata a Londra nella Biblioteca della Royal Society.

La scoperta della lettera ritenuta perduta dimostra che Galileo aveva cercato di presentare in maniera più morbida le questioni condannate per eretismo dall'Inquisizione.

La lettera è stata ritrovata da un ricercatore di Bergamo, città ove vivo da circa un quarto di secolo al termine delle mie peregrinazioni per il mondo.

Attraverso i contatti con l’Istituto Nazionale di Astronomia e Fisica (INAF) e l’articolo uscito sulla rivista Nature sono arrivato a mettere le mani sull’intervista del 27 settembre al Professor M. Camerota, uno dei protagonisti del sensazionale ritrovamento, condotta da Maura Sandri dell’Istituto (autrice di un centinaio di articoli negli ultimi sei mesi).

Ancora sotto gli effetti dell’emozione e dell’eccitazione cerco di riassumere i fatti che hanno portato Galileo ad abiurare dinanzi al Tribunale d’Inquisizione.

Tutto nasce il 2 agosto scorso quando S. Ricciardo ricercatore dell’Università di Bergamo è a Londra nella biblioteca della Royal Society e lavora all’esame dei testi a stampa di Galileo nelle biblioteche inglesi con eventuali note o postille di studiosi inglesi seicenteschi.

Si imbatte per caso nella lettera scritta da Galileo a Benedetto Castelli, amico e matematico dell’Università di Pisa. Secondo il catalogo del 1840 la lettera è datata 21 ottobre 1613 ed è a firma di Galileo. In calce alla lettera vi è però una data diversa, il 21 dicembre 1613, data uguale a quella della lettera che scritta all’amico e famosa per l’importanza del contenuto, considerato uno dei primi manifesti sulla libertà della scienza.

Fino ad oggi della lettera a Castelli non si conosceva alcun autografo di Galileo, solo copie, alcune dell’epoca, di cui si è persa ogni traccia. Le copie disponibili sono molto simili, tranne una, copia speciale, importante, diversa, peculiare, che diverge in alcune parti per la tradizione su cui è stato costruito il testo che è sempre stato divulgato.

Nel 1613 la lettera scritta a Castelli scatena un putiferio. E’ scandalo.

Dopo poco più di un anno, il 7 febbraio 1615, viene trasmessa a Roma da Niccolò Lorini, monaco domenicano fiorentino. Egli afferma che le tesi sostenute da Galileo hanno un sapore eretico e chiede perciò un intervento dell’Inquisizione per un’analisi dei concetti e delle teorie esposte. La lettera è conservata nell’Archivio Segreto Vaticano.

In maniera più critica rispetto a quanto riportato nelle altre copie, Galileo espone per la prima volta le sue argomentazioni sul fatto che la ricerca scientifica doveva essere svincolata dalla dottrina teologica.

Gli storici confermano che nove giorni dopo, il 16 febbraio 1615 Castelli rispedisce la lettera a Galileo. Questi scrive poi a Piero Dini un amico fidato, convinto che qualcuno avesse manipolato la lettera per aggravare le sue accuse alla Chiesa.

Lo scienziato ha avuto un ripensamento. Sa di avere passato i limiti, ha paura, si dibatte.

Gli invia per questo una nuova lettera meno aggressiva e lo prega di recapitarla ai teologi del Vaticano.

In essa lamenta l’ignoranza e la debolezza dei suoi nemici e dichiara la delusione per l’inganno che è stato costruito alle sue spalle sotto la maschera dello zelo e della carità.

La critica storica ha sempre pensato che Lorini avesse contraffatto la lettera per indebolire la posizione di Galileo, per metterlo più in difficoltà di fronte all’Inquisizione e che le restanti copie avevano espressioni differenti e più mitigate. Invece, la scoperta dell’autografo dimostra che fu Galileo stesso a correggere il testo e a farlo circolare in una versione emendata e mitigata, là dove il senso poteva comportare più rischi di quelli che lui voleva correre.

Galileo, poco più che trentenne, non può dimenticare la fine del filosofo Giordano Bruno, messo al rogo a Roma nel 1600 dopo le peregrinazioni da un’Università europea all’altra e gli anni dei processi per le sue posizioni eretiche, calviniste e contrarie alla morale, completate dalla una strenua difesa delle teorie Copernicane.

La lettera ora rinvenuta nella biblioteca londinese dimostra che Galileo aveva modificato alcune affermazioni rendendole più diplomatiche per evitare le prevedibili reazioni dell'Inquisizione; con essa si sconfessa la posizione assunta dalla critica storica.

Quello che capita tra le mani di un ricercatore nella biblioteca londinese suggerisce una storia ben diversa da quella nota: la storia vera.

Intuendone l’importanza Ricciardo chiede l’autorizzazione a fotografare la lettera, ne discute con il suo supervisore F.Giudice e insieme portano la scoperta a M.Camerota, Ordinario di Storia della Scienza all’Università di Cagliari e Direttore della rivista Galilaeana. Studies in Renaissance and Early Modern Science.

Il lavoro di due mesi di analisi sugli autografi di Galileo è febbrile. La coincidenza è assolutamente sorprendente: è un autografo galileiano.

Anche gli studiosi del Museo Galileo di Firenze e la responsabile della Bibliografia Internazionale Galileiana lo confermano. Viene esaminato il significato delle varianti che sono all’interno del testo, ricco di correzioni estremamente significative, sia per la storia della lettera a Castelli che per le vicende che nel marzo 1616 portarono la Congregazione dell’Indice alla condanna delle opere copernicane.

Per esempio, nella copia di Lorini è scritto che in alcuni luoghi la Scrittura ha delle proposizioni false quanto al nudo senso delle parole. Nella tradizione manoscritta dominante, ossia nel resto delle copie, questa iscrizione è differente. Si dice che la Scrittura presenta talvolta delle proposizioni che sembrano distanti dal vero quanto al nudo senso delle parole.

Si tratta di lievi modifiche della forma espressiva che nello stile dell’epoca e per la sensibilità dell’Inquisizione, potevano avere implicazioni di notevole rilievo.

C’è dell’altro. Nella prima versione Galileo cita molti altri passaggi cancellati e raschiati via, ritocchi eseguiti direttamente da lui dopo che Castelli gli ha rispedito la lettera.

Attraverso Dini Galileo rispedisce poi a Roma la nuova lettera con le correzioni, dichiarando che la prima versione è un falso. In questa lettera del 21 dicembre difende la teoria di Copernico, presentata 70 anni prima e secondo la quale la Terra non è immobile al centro dell’Universo, ma ruota intorno al Sole e spiega con fermezza che i fatti astronomici citati dalla Bibbia non devono essere presi alla lettera e che gli ecclesiastici non hanno la competenza per giudicare queste cose. Lo scandalo è all’apice.

L’Inquisizione convoca Galileo a Roma. Nel 1633 subisce il processo e viene condannato per eresia.

Il suo Dialogo dei Massimi Sistemi è messo all’indice.

Obbligato ad abiurare è condannato alla prigione commutata per intervento del Papa in arresto domiciliare per nove anni, fino alla morte, cieco e malato.

Galileo ha cercato disperatamente di scampare al rogo, ma anche se aveva ragione non era in grado di provare che la Terra orbitava intorno al Sole.

La sua teoria mancava di una prova sperimentale anche se i calcoli astronomici per un sistema eliocentrico erano più semplici. Non ha esitato a cambiare i fatti e a inventarne pur di convincere l’inquisitore. Di suo pugno ha corretto le espressioni più controverse, più pericolose, più attaccabili da un punto di vista teologico. Si è dovuto piegare.

Sono trascorsi 359 anni prima che nel 1992 Papa Giovanni Paolo II riabilitasse l’uomo che aveva detto la verità sui moti celesti e fondato la scienza.

Alla fine di ottobre il gruppo di studio di Bergamo ha terminato il lavoro congiunto degli studiosi di Galileo composto da F.Giudice dell’Università di Bergamo, M.Camerota dell’Università di Cagliari e P.Galluzzi, direttore del Museo Galileo di Firenze, massima autorità in materia di studi galileiani. Dopo un confronto tra la grafia della lettera e di altri documenti dello stesso periodo di sicura mano di Galileo e dopo l’analisi delle correzioni e delle inserzioni presenti nella lettera (a rigore di logica impossibile che fosse una copia tra le tante), è emerso in modo inconfutabile che il testo originale ricalca esattamente la copia inviata da Lorini al Prefetto per la Congregazione dell’Indice.

 

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Inserito il:25/01/2019 15:07:20
Ultimo aggiornamento:25/01/2019 15:20:36
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