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Aggiornato al 20/04/2021

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Mahzor for holidays and special sabbaths, 13th century manuscript - yiddish blessings

 

Yiddish, la lingua nazionale del popolo ebraico (2/2)

di Vincenzo Rampolla

 

Nel 1453 le comunità ebraiche di lingua greca, chiamate più tardi Romaniots o Gregos dagli immigrati dalla Spagna e dal Portogallo, erano tutte sotto il dominio ottomano al momento della caduta di Costantinopoli, ribattezzata Istanbul. Gli ebrei di lingua araba (Mustarabs, nel gergo dei rifugiati iberici), costituivano un distinto e importante gruppo indigeno. Vivevano in Arabistan, paesi conquistati specialmente durante il regno di Selim I (1512 -1520) e di suo figlio Solimano il Magnifico (1520 -1566). Per tutti gli ebrei, immigrati, di lingua greca o araba, la conquista ottomana è stata una salvezza, confrontata con le estremamente gravose egemonie bizantina e mamelucca dei XIV-XV secoli. Nel tempo, sulla scia dell'espulsione dalla Spagna (1492) e della conversione forzata in Portogallo (1497), decine di migliaia di ebrei iberici si insediarono nei territori ottomani; a loro era richiesto unicamente il pagamento di una tassa d’ingresso e il riconoscimento della superiorità dell'Islam, l'impero divenne una terra promessa per i rifugiati.

Dall'inizio del XVI secolo, la comunità ebraica nell'impero ottomano divenne la più grande del mondo con Costantinopoli e Salonicco forti ciascuna di circa 20.000 persone; con l'immigrazione dalla penisola iberica, scandita nel secolo in diverse ondate, si trasformò anche il carattere dell'ebraismo ottomano. Ben più numerosi degli ebrei locali, gli spagnoli e i portoghesi fagocitarono presto i romani e la popolazione indigena fu assimilata alla cultura e alla comunità dei nuovi immigrati. Dopo la conquista di Costantinopoli, Muhammad II, desideroso di ingrandire la città e farne una capitale degna di un grande impero, vi fece insediare molti abitanti richiamati dalle province. Questa migrazione colpì la comunità ebraica e cambiò il carattere che aveva acquisito durante il periodo bizantino. La situazione economica e religiosa effettivamente migliorarono, ma molte delle congregazioni più antiche scomparvero e la loro memoria è conservata solo nei nomi di varie sinagoghe di Istanbul. Le nuove congregazioni che le hanno sostituite nella capitale al pari di Salonicco o di Tiriya nell'Anatolia occidentale, erano puramente spagnole, all'interno delle comunità e organizzate secondo l'origine geografica dei loro membri. Raggruppate intorno alle sinagoghe, fornivano tutti i servizi religiosi, legali, educativi e sociali, costruendo così una società pressoché autonoma. Fino alla fine del secolo, queste istituzioni furono molto flessibili, consentendo una notevole mobilità al loro interno. L'origine geografica dei membri perse presto la sua importanza e lo sviluppo della congregazione fu determinato da lotte di potere tra individui ricchi o gruppi con interessi contrastanti. Per tutto il XVI secolo, gli ebrei nell'impero ottomano godettero di una notevole prosperità. L'impero era in rapida espansione con un forte impulso per le relazioni commerciali, per cui la popolazione ebraica potè facilmente aprire scambi con l'Europa cristiana e creare industrie come la tessitura della lana, che solo allora prendevano piede. Sotto la guida di Don Joseph Nasi e Solomon ibn Yaish, figure prestigiose, sfruttando la loro rete mondiale di legami familiari e la buona conoscenza degli affari europei si arrivò a sostenere le ambizioni del Sultanato, simboleggiato dalla Sublime Porta, l’ingresso della residenza nel palazzo Topkapy a Istanbul, nonché a proteggere gli interessi personali del Sultano e quelli della sua comunità.

Questo fu anche un momento di fioritura culturale: la legge ebraica fu arricchita con il Shulchan Aruch (il Tavolo Preparato) di Joseph Caro assurto nel tempo a autorevole codice per la nazione ebraica, mentre da Safed in Palestina emerse la Cabala lurianica di Ha-Ari, una delle tendenze più influenti nel misticismo ebraico. Sembra che queste comunità di esiliati, improvvisamente liberate dalla condanna all’estinzione, abbiano dato il via a una reale esplosione di forze culturali soffocate da secoli di persecuzioni.

La prima traccia di una frase in yiddish stampata risale a una benedizione trovata nel Worms Mahzor (Vórmser mákhzer) del 1272, ma solo a partire dal XIV secolo la lingua yiddish è usata normalmente per poesie epiche come lo Shmuel-bukh, che rielabora la storia biblica del profeta Samuel in una storia d'amore cavalleresca ambientata in Europa. La sua diffusione è inizialmente legata all'editoria yiddish nel decennio del 1540, un secolo dopo l'invenzione della stampa, nel momento di massima prosperità sotto gli ottomani. Per garantire il maggior numero di lettori, i libri furono pubblicati in uno yiddish generico e accessibile, senza l’inserimento della minima variante dialettale. Negli anni 1590 fu pubblicato per la prima volta lo Tsene-rene (detto anche Tzenah Urenah) e a fine secolo ne furono tirate più di 200 edizioni. Il libro, commento delle parti settimanali della Torah intrecciate con materiale moralistico e di oratoria sacra (istruzione religiosa e omelia), è noto come La Bibbia delle donne, perché letto in particolare dalle donne il sabato e in periodo di vacanza. Nel XVIII secolo, gli ebrei di lingua tedesca si stavano rapidamente acculturando e in Europa occidentale i leader dell'Haskalah (Illuminismo ebraico) iniziarono una massiccia campagna per favorire l'uso del tedesco rispetto allo yiddish, chiamato con spregio gergo barbaro. Allo stesso tempo, lo yiddish stava fiorendo nell'Europa orientale, dove un insediamento molto incisivo entro il XIX secolo elevò ad alcuni milioni il numero degli ebrei che lo parlavano.

L'ascesa del movimento chassidico contribuì molto a promuovere lo yiddish, sia per numero di parlanti che per prestigio spirituale. Due delle prime opere basilari del chassidismo furono scritte in yiddish e in ebraico: Shivkhey ha-Besht (Praises of the Besht), storie sul Ba'al Shem Tov, e Sipurey Mayses (Telling of the Tales), raccolta di storie dal pronipote di Ba'al Shem Tov Nahman di Breslov.

La fine del XIX secolo ha visto la nascita della moderna letteratura yiddish. Progenitore di questo nuovo movimento letterario è Sholem Yankev Abramovitsh, noto con lo pseudonimo Mendele Mokher Seforim (Mendele il libraio) con I. L. Peretz, scrittore, poeta, saggista e drammaturgo polacco noto come il padre e l’umorista Sholem Aleichem, nato in Ucraina, noto come il nipote. Il realismo, l'irriverenza, la satira e il moralismo trovati nelle opere di questi tre scrittori hanno fortemente influenzato lo sviluppo della letteratura yiddish.

Nel 1908, il primo congresso internazionale sulla lingua yiddish (conferenza Czernowitz) dichiarò lo yiddish una lingua nazionale del popolo ebraico. Lo scopo della conferenza era di discutere tutte le questioni che la lingua doveva affrontare in quel momento, inclusa la necessità di creare scuole yiddish, finanziare istituzioni culturali yiddish e stabilire l'ortografia yiddish standard. A questi punti tuttavia è stata data scarsa attenzione, con gran parte del dibattito rivolto a considerare lo yiddish la lingua nazionale o una lingua del popolo ebraico. Nel 1925 fu fondato a Vilna YIVO, l'Istituto Scientifico Yiddish, prima istituzione per una borsa di studio yiddish e con sede a New York dal 1940.

Agli albori dell'Unione Sovietica (dal 1922 fino alla metà degli anni '30), il governo comunista sostenne le scuole, il teatro, la ricerca e la letteratura yiddish, purché fossero espressioni strettamente culturali senza contenuto religioso ebraico. Lo straordinario sostegno dato allo yiddish e il rispetto inizialmente mostrato agli scrittori yiddish, portarono molti a vedere il progetto sovietico come la vera speranza per il futuro della lingua in tutto il mondo. Il governo comunque iniziò presto a censurare le opere yiddish e alla fine chiuse la maggior parte delle istituzioni yiddish. Durante le purghe del 1937, molti scrittori e leader yiddish furono giudicati antisovietici, arrestati e giustiziati per ordine di Joseph Stalin. Nel 1952, i rimanenti grandi scrittori yiddish nell'Unione Sovietica furono brutalmente assassinati in quella che è passata alla storia come la notte dei poeti assassinati (sebbene non tutti i giustiziati fossero scrittori).

Nella Palestina del 1918-1948 e successivamente in Israele, lo yiddish fu rigettato e, in alcuni casi, dichiarato fuori legge. Fino al 1951 è stato illegale per i gruppi teatrali locali mettere in scena produzioni in yiddish. L'ebraico era la lingua nazionale degli ebrei nella loro terra ed era considerato l'unico mezzo legittimo di espressione ebraica.

Alla vigilia della seconda guerra mondiale, nel mondo era parlato da circa 13 milioni di persone, la maggior parte scomparsi con l'Olocausto. Negli Usa, dopo la guerra, i genitori immigrati erano spesso riluttanti a parlare yiddish con i loro figli. Sebbene nel dopoguerra ci fossero alcune scuole yiddish, i programmi e i campi di doposcuola non potevano competere con le intense pressioni generate dall'americanizzazione. Lo yiddish iniziò ad assumere un'immagine di basso livello e nel salire la scala socioeconomica americana del successo il suo livello fu associato al fallimento, nonostante l'ultimo mezzo secolo abbia portato molti sviluppi positivi per lo yiddish. È stato studiato seriamente come disciplina accademica e la letteratura yiddish è stata riconosciuta come grande letteratura mondiale, largamente utilizzata da Isaac Bashevis Singer insignito nel 1978 del Premio Nobel per la letteratura.

Gli anni '70 hanno visto l'inizio di un revival culturale yiddish e dell'Europa orientale, legato in particolare alla musica. Grazie al lavoro di artisti di grande talento, in prima linea il gruppo The Klezmatics, la musica klezmer è ormai una realtà onnipresente nella cultura ebraica americana.

All'inizio del XX secolo nasce un fenomeno culturale dell'America ebraica: il teatro yiddish.

In realtà era arrivato a New York City agli albori dell’infanzia e vi è stato nutrito all'inizio del secolo dal suo più grande pubblico, la più grande ed eterogenea aggregazione di ebrei nel mondo. Nei primi anni in America, il teatro yiddish traboccava di versioni corrotte e sciocche del repertorio europeo, nonché di spazzatura vivida e talento grezzo. È entrato nelle grazie del pubblico solo dopo molti tentativi. I successi di brillanti drammaturghi come Jacob Gordin e di attori come Jacob Adler e Boris e Bessie Thomashevsky, hanno attratto un pubblico sempre più vasto e fedele. Nel 1900 c'erano tre grandi compagnie teatrali a New York City e numerose imprese minori in altri centri di popolazione ebraica. Dalla fine degli anni 1890 alla prima guerra mondiale, le opere di Shakespeare, Ibsen e Strindberg furono adattate alle esigenze della cultura immigrata e si sviluppò uno stile di recitazione vivace e pungente. Un critico ha osservato che, più di ogni altra cosa, il teatro yiddish, con la sua esagerazione e la sua scenografia rituale, oggi si avvicina molto all'operetta italiana privata del canto.

I teatrini yiddish a New York, all’inizio d'importanza secondaria, hanno visto crescere la loro fama con la riscoperta della cultura e dell’esuberanza ebraica; un Teatro stabile, fondato nel 1913 a Varsavia, ha presentato classici europei e yiddish e effettua tuttora numerose tournée in Europa e in particolare in Polonia. In Italia, assumono sempre più importanza gruppi di artisti come Moni Ovadia, che alla performance di teatro uniscono la musica dei padri e la profonda cultura delle loro radici.

(consultazione:    vedi art.1)

 

Inserito il:17/03/2021 16:21:28
Ultimo aggiornamento:17/03/2021 16:27:39
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