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Aggiornato al 17/01/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Henry Herbert La Thangue (Croydon, UK, 1859 – Londra, 1929) – The Ploughboy

 

Il nostro novecento - Capitolo 1

di Tito Giraudo

(seguito)

 

1. Il bastardo

Non so quale sia stato l’ospedale in cui Pietro nacque, né tanto meno l’orfanotrofio torinese dove la mamma Teresa lo scaricò. La storia non è ben chiara, ci tornerò più avanti quando Pietro cercherà sua madre.

È certo che Teresa, una montanara cuneese calata in città per fare la serva nella famiglia di un avvocato, rimase incinta, venne cacciata, partorì e di lei si persero le tracce. Non erano tempi felici per i trovatelli, il più delle volte chiamati bastardi dal popolo e figli di ignoti dalla legge.

Oggi si fa la coda per adottare un bambino, spesso in quell’epoca i trovatelli venivano adottati per aumentare la forza lavoro famigliare. Come credo dicesse un ebreo di nome Carlo e di cognome Marx: «I proletari sono quelli che hanno come unica ricchezza la prole». Quindi aumentarla artificialmente poteva essere un affare.

Prima di finire a Corio Canavese, Pietro fu adottato (si fa per dire) da alcune famiglie che cercavano prole. Certo non si sapeva cosa ne facessero, tanto che anche una giustizia approssimativa verso i poveri come quella dell’epoca, ogni volta rimandava Pietro in orfanotrofio.

Ci fu anche una famiglia “per bene” che cercò di adottarlo. Nel frattempo Pietro si era affezionato a una suora identificandola con la madre che ormai si apprestava a dare la luce ad una seconda figlia. Quando capì che quei signori lo volevano portare via, piantò un casino tale da indurre gli aspiranti genitori a scegliere un altro bambino segno prematuro dello scarso affarismo paterno.

Quando lo chiesero in adozione dei contadini di Corio, tentò nuovamente la manfrina, ma questa volta nessuno si commosse.

Case Macario era ed è una frazione di Corio Canavese. La famiglia che lo allevò aveva già dei figli; l’adozione non aveva certo scopi umanitari. Non gli furono risparmiate botte e lavoro duro nei campi; unica eccezione la “nonna”, la sola che gli darà un po’ di affetto e che lui non dimenticherà mai, inducendolo, adulto e benestante, a non recidere i rapporti con la famiglia di adozione.

Pietro in ogni caso non ha un carattere facile, è pieno di slanci ma è un ribelle. Lavorare va bene, ma essere picchiato e, soprattutto, non amato, per lui è insopportabile. A dieci anni scappa, offrendosi come “bocia” al panettiere di Corio; da schiavo contadino si trasforma in schiavo panettiere. Infine i contadini prenderanno il sopravvento sui panettieri e lo riporteranno a Case Macario.

Quell’assaggio di libertà convince Pietro a ritentare la fuga. Questa volta raggiunge Ciriè, un centro più importante, soprattutto più lontano da Corio dove farà nuovamente il garzone panettiere. Forse la famiglia di Corio lo cercò, ma l’epoca consentiva probabilmente una maggiore possibilità di far perdere le proprie tracce e così Pietro diventa un libero cittadino di dodici anni che si alza alle tre del mattino per impastare e cuocere il pane.

Quando Pietro si trasferisca a Torino non è noto con precisione, quello che si sa con certezza è che a diciott’anni Pietro è un operaio della Fiat.

La Torino dei primi anni del secolo vive la sua rivoluzione industriale. Oggi qualcuno pensa che la città sia noiosa e un po’ banale, e per certi versi questo potrebbe anche essere vero. Certo che, per la storia d’Italia, Torino ha giocato un ruolo fondamentale, non solo perché la sua provincialissima monarchia regnerà sull’intero paese, ma perché in quegli anni darà vita a fenomeni socio-economici che la compenseranno ampiamente del suo distacco da capitale.

I torinesi vengono chiamati bogia nen (non muoverti); tuttavia se muovono si fanno notare. Saputo che la capitale del Regno si spostava a Firenze, piantarono una tale caciara che a paragone i moti del ‘48 furono una scaramuccia.

Ancora oggi certi meridionali sono convinti di essere stati colonizzati dai piemontesi e che tutte le loro sfortune derivino da Garibaldi, Nino Bixio e company. In verità il nostro spirito colonizzatore lascia alquanto a desiderare. Avremmo di gran lunga preferito che Torino restasse il regno dei Savoia, piuttosto che veder sloggiare la nostra corte che parlava piemontese prima, poi francese e buon ultimo un pessimo italiano.

Furono anni di crisi, anche perché i torinesi sono un po’ lenti a carburare; come un motore diesel che più è caldo e più rende, terminati i piagnistei, si rimboccarono le maniche e si guardarono intorno. Erano i più vicini alla Francia, molti erano emigrati e tornati con idee nuove, se non si poteva più fare i cortigiani, i burocrati e i travet si poteva fare come i transalpini: gli industriali.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo a Torino nasce l’Automobile, nasce il Cinema. A Torino c’è una prestigiosa università che sforna una classe intellettuale e politica di primo ordine. A Torino il socialismo originario degli avvocati e dei maestri di scuola diventa anche il socialismo degli operai. Sempre a Torino negli anni venti nascerà “l’ordine nuovo”, i cui fondatori saranno la spina dorsale del comunismo italiano.

Questi, gli anni e il contesto che un trovatello analfabeta ex panettiere trova in una città caratterizzata da uno sviluppo industriale che la sta velocemente trasformando.

Forse Pietro a Torino fa il panettiere per qualche mese, ma poi viene attratto da quella fabbrica che da qualche anno costruisce automobili, quelle automobili che con grande meraviglia vede per la prima volta in vita sua. La Fiat che le produce avrà uno sviluppo frenetico, tra i tanti baròt (contadino che viene in città) che ci lavorano c’è posto anche per lui.

“La Fabbrica Italiana Automobili Torino” nasce verso la fine dell’Ottocento dall’iniziativa di un gruppo di appassionati amatori di quel nuovo mezzo. Molte cose importanti spesso nascono banalmente. La Fiat lo fa in un bar vicino alla stazione centrale di Torino, Porta Nuova. Tra un vermut, un bicerin e le discussioni da bar, un gruppetto di nobili e borghesi deciderà nel 1898 di dare vita a una fabbrica comprando uno stabilimento in corso Dante, ai margini del parco del Valentino.

Come Giovanni Agnelli sia diventato in pochi anni il padrone quasi assoluto della Fiat non è chiaro. Tra i detrattori che lo dipingono come un bieco approfittatore e gli elogiatori che lo considerano un genio dell’industria, c’è probabilmente la solita e banale “via di mezzo”. Sono propenso a pensare che quei nobiluomini fondatori non fossero animati dalla stessa ambizione, e forse dall’intelligenza e determinazione, di quel borghese ex ufficiale di cavalleria. Giovanni Agnelli viene nominato segretario del consiglio di amministrazione, ruolo che gli permetterà probabilmente di attuare quel “divide et impera” che gli darà il predominio sugli altri. Solo quello?

Certamente ogni fondatore di imperi industriali (e la Fiat lo diventerà) alla spregiudicatezza aggiunge carisma, intelligenza, conoscenza degli uomini e scaltrezza nel muoversi nel contesto politico della sua epoca. Giovanni Agnelli dispone anche di una visione moderna dello sviluppo industriale che guarda agli americani e che privilegia una politica dell’immagine, antesignana di un fenomeno che sarà capito fino in fondo solo dopo il secondo conflitto mondiale.

Quando Pietro è assunto in Fiat, siamo nel 1909, questa è già una realtà industriale di prim’ordine con 2500 dipendenti. Fare l’operaio, sia pure nelle condizioni del tempo, è nulla in confronto alle fatiche del passato. Egli fa soprattutto nuove amicizie, scoprendo quell’aristocrazia operaia protagonista, con la piccola borghesia intellettuale del Movimento socialista.

Pietro abita in una delle tante case di via Genova costruite per ospitare i barot, i contadini poveri attratti dalla città e dal lavoro in fabbrica, meno massacrante e avaro di quello delle campagne. Arriveranno poi i veneti e i meridionali che non sono ancora i taron (terroni) degli anni sessanta.

Il Piemonte contadino nonostante alcune importanti riforme liberali è nella stragrande maggioranza povero. Le terre ricche sono ancora feudi nelle mani delle famiglie nobiliari alto borghesi e delle rendite finanziarie. Nelle campagne la posizione più privilegiata è quella del mezzadro, ma il Piemonte più che terra di pianura è terra di montagna e di collina. L’economia agricola è talmente povera da garantire a malapena la sopravvivenza, a parte pochi grandi fondi ancora di proprietà della nobiltà e della ricca borghesia.. Non c’è molta differenza tra i contadini del Nord e quelli del Sud, poveri e analfabeti tutti quanti, con la differenza che almeno al Sud c’è il sole.

Il clima delle Prealpi piemontesi è certamente meno clemente, diversi quindi i caratteri e la lotta per la sopravvivenza. Pietro ne sa qualche cosa. Lui e tanti altri, sono gli uomini che servono agli industriali. Arrivano a gruppi a Torino, per loro vengono costruite case ai margini della città, come si farà mezzo secolo dopo con l’immigrazione meridionale.

 

Raul Viglione (Torino, 1937 -   ) - Torino d'antan

I Cason.

Così si chiamavano le case di ringhiera.

La differenza da quelle del centro storico non era soltanto data dallo stile architettonico. I casun erano grandi un intero isolato, abitate da strati sociali omogenei. Le case del quadrilatero romano, di stile barocco, erano interclassiste. Al primo piano si trovavano i nobili e i ricchi borghesi, poi man mano che si saliva, scendeva il censo. Al secondo c’erano i piccoli borghesi, gli impiegati e poi via via fino alle mansarde occupate dai servi che allora erano numerosi e a buon mercato.

Le case di via Genova, dove andrà ad abitare Pietro, sono costruite per i nuovi operai di un’industria che cresce a ritmi vertiginosi. Un cortile, dei ballatoi, due o tre piani, tutte di un giallo sporco. È architettura semi contadina ma funzionale. Gli alloggi non hanno mai più di due stanze. L’ingresso è dal ballatoio con le ringhiere in ferro battuto che si affacciano su un grande cortile ospitanti le botteghe artigiane: il fabbro, il maniscalco, il falegname e pure il panettiere.

Lo sviluppo di Torino ingloba i piccoli borghi, creando realtà urbanistiche più simili ai paesi della campagna che non alla città romana prima, sabauda e barocca poi. Questa rimarrà il simbolo del vecchio ordine, le periferie sono il nuovo che avanza.

Per Pietro, queste case in confronto a quelle di Corio sono dei palazzi, la vita a Torino piena di sorprese e possibilità. Quando entra in Fiat affitta proprio in un cason di via Genova un alloggio di due camere, il bagno finalmente sul ballatoio e non nel cortile, anche se lo deve dividere con le famiglie del pogeul (balcone)

Uso termini piemontesi perché Pietro e tutta la popolazione parlava in dialetto. Lo parlavano i nobili e i plebei, i ricchi e i poveri, gli industriali e gli operai. Parlavano in dialetto i Savoia, alternandolo al francese. Si dice si esprimessero malissimo in italiano, lo hanno poi imparato a Roma.

Il piemontese, più di altri dialetti, è una lingua con una precisa grammatica e grosse reminiscenze francofone. Il torinese, diversamente dalle altre parlate piemontesi, è dolcemente lento. Il canavesano della famiglia di mia mamma è sguaiato, con parole di derivazione probabilmente barbarica, molto diverso dal torinese. Noi bambini, pur non parlando il dialetto torinese, capivamo benissimo papà e mamma che lo utilizzavano, ma era arabo il parlare dei nostri cugini di Campo Canavese.

Tra gli abitanti della barriera di Nizza c’era molta solidarietà. Le case si erano sviluppate dal borgo San Salvario, alla sinistra di Porta Nuova verso Millefonti, e i terreni del Lingotto dove c’erano, campi, un mulino, alcune fabbriche, qualche villa padronale e una piòla (osteria).

Pietro è arrivato a Torino con il treno Ciriè-Lanzo: una vaporiera che assomigliava ai treni del Far West. Torino gli sembra meravigliosa, le strade enormi, le case altissime, poi man mano che si avvicina alla barriera Nizza tutto diventa più famigliare, le strade, le case. Si imbatte in una batajòla (scaramuccia) di ragazzi, le stesse che si facevano tra un paese e l’altro a colpi di sassi: quelli del borgo di Nizza stanno combattendo con i ragazzi di Millefonti. Pietro dà una mano, tira un paio di pietre e, nonostante la vista malferma causata dal tifo preso da bambino, colpisce i nemici. Diventerà così a pieno titolo un’abitante della barriera.

Ma altre sorprese lo aspettano: i negozi di Torino pieni di mercanzie di ogni tipo; nei caffè i signori stanno seduti a chiacchierare prendendo il vermut, mentre le signore mangiano le bignòle e le chantilly. La vera meraviglia però è la stazione di Porta Nuova, enorme e monumentale rispetto a quella da cui è partito.

Le sorprese non finiscono. Davanti alla stazione c’è un magnifico giardino con uno zampillo d’acqua che sale verso il cielo, intorno i portici sono enormi, non quelli piccoli e bassi della via principale di Ciriè. All’angolo, un caffè con un’orchestra che suona. La gente seduta ai tavolini, uomini e donne elegantissimi bevono bibite sconosciute o con un cucchiaino mangiano il gelato, lo stesso che Pietro aveva assaggiato alla fiera del paese, ma che qui è pieno di colori e servito in coppe argentate.

Una signora canta una canzone che Pietro non conosce. Lui, al paese cantava a squarciagola sempre la stessa canzone, stonato come una campana senza capire bene le parole; oppure, in dialetto, le canzoni “sporche”.

Qui è tutto diverso. La signora canta come un angelo e l’accompagnano sette o otto uomini con strumenti che non ha mai visto e che non conosce. Si ferma sotto i portici ad ascoltare e a guardare, quando un signore elegantissimo in giacca bianca, mentre sta portando un gelato a un tavolo, lo guarda male dicendogli: «Ampaja ij tond, pivel» (Scappa, ragazzino!).

Si sposta allora nel giardino, dove vede un capannello di uomini, alcuni ben vestiti, altri semplici come lui ma più vecchi, che parlano un po’ in piemontese e un po’ in italiano. Quello che dicono è totalmente incomprensibile, ma ne rimane stranamente affascinato. Le parole che sente ripetere un po’ da tutti sono socialismo e socialista. Vicino a lui c’è un giovanotto di qualche anno più anziano, si guardano negli occhi con quella strana sensazione che nasce nelle persone quando tra loro c’è, o sta per nascere simpatia.

Pietro prende il coraggio a due mani e gli chiede: «Ma di cosa parlano?»

«Di politica – risponde l’altro. – È una discussione tra socialisti e popolari.»

«Ma chi sono?» chiede ancora Pietro.

«Gente che fa politica: i socialisti difendono noi operai, anche i popolari dicono di farlo ma sono dei baciapile che prendono gli ordini dai preti. Come ti chiami?»

«Pietro Giraudo.»

«Piasì (Piacere!), Mario Gioda. Sono un operaio tipografo.»

«Che mestiere è?»

Mario tira fuori un giornale dicendogli: «A l’é sòn» (è questo). Pietro non sa leggere, ne fosse stato capace avrebbe letto il titolo: Avanti!, il quotidiano del Partito Socialista Italiano (PSI).

Inizia così un’amicizia che per Pietro segnerà tutta la vita e condizionerà le sue scelte future. È ancora completamente analfabeta e non riesce a capire molte cose. Mario invece, pur di famiglia modestissima, è andato a scuola. Sa leggere, scrivere e, soprattutto, fa un mestiere qualificato, in un ambiente dove anche un ragazzo di tipografia vive a contatto con chi sa scrivere bene: i giornalisti. Pietro capisce che l’amicizia con Mario per lui è importantissima, che gli consentirà di conoscere più da vicino quello strano mondo.

Mario, che prova una sincera simpatia per quel “bastardo” venuto dalla campagna, se lo porterà dietro ovunque. Una domenica mattina lo porterà alla Camera del Lavoro. Ma questo è un altro capitolo.

(Continua)

 

Inserito il:09/01/2020 17:30:30
Ultimo aggiornamento:09/01/2020 17:48:17
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