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Aggiornato al 14/08/2020

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

JJcanvas (Portugal – Digital illustrator, Deviantart) – Other Worlds

 

C’è qualcuno? - Parte prima

di Silvio Hénin

 

Il supervisore Whatswhat giaceva comodamente adagiato nella sua poltrona anatomica, totalmente rilassato, ma concentrato su ciò che osservava. Adorava quell’intervallo di tempo in cui, rigorosamente da solo, guardava un nuovo pianeta, appena scoperto. “Il vecchio WW sta dormendo” dicevano i suoi sottoposti, cercando di non farsi sentire. “Vecchio io?” rimuginava tra sé il supervisore, che conosceva a menadito tutti i nomignoli che ogni nuovo equipaggio gli attribuiva fin dal momento dell’imbarco. “Glielo farei vedere io se sono vecchio, se solo potessi sbarcare con loro sulla superficie”. Ma il regolamento e le procedure glielo impedivano, la sua esperienza di esploratore e di comandante era troppo preziosa per metterla a rischio lasciandolo sbarcare in un territorio ancora sconosciuto. Pericoli ce n’erano sempre. Si sarebbe potuto evitare anche lo sbarco degli altri membri dell’equipaggio, affidando l’esplorazione a rover e droni intelligenti, ma i giovani si arruolavano nel Servizio Spaziale proprio per amore dell’avventura, per il desiderio di scoprire cose nuove e, soprattutto, per avere storie da raccontare al ritorno e essere invidiati dai coetanei. Nella sua carriera, WW aveva assistito a un piccolo numero di incidenti, nessuno mortale e tutti risolti con le risorse mediche di bordo, ma sapeva che erano proprio le cicatrici lasciate sui corpi degli esploratori i loro trofei più ambiti, che mostravano orgogliosamente al ritorno. D’altra parte, cosa avrebbero fatto altrimenti? Per superare la noia di un’esistenza agiata e superprotetta, avrebbero magari sfogato il loro carico ormonale in modi violenti e antisociali. Per questo i robot e le macchine automatiche non avevano sostituito interamente gli esseri viventi nelle spedizioni e esistevano ancora attività pericolose, affidate a persone in carne e ossa. Non meno importante era il contributo intellettuale che questi esploratori davano alle missioni, frutto della loro intuizione e della loro creatività, che permetteva spesso di risolvere situazioni in cui i robot, a volte, si bloccavano.

Prima ancora di leggere i rapporti delle squadre di esplorazione, WW amava farsi un’impressione personale della situazione. Il grande schermo davanti a lui mostrava la superficie del pianeta e lui poteva zoomare l’immagine fino a vedere i particolari piuttosto piccoli. Le riprese venivano tutte da una decina di satelliti artificiali messi in orbita subito dopo l’arrivo dell’astronave, la gloriosa Advance. Il pianeta era uno dei nove corpi celesti che orbitavano attorno alla stella locale, non era troppo vicino né troppo lontano da essa, non troppo grande né troppo piccolo. Era anche ricco di acqua allo stato liquido e aveva un’atmosfera di azoto e ossigeno. Le probabilità che ospitasse forme di vita basate sul carbonio erano quindi elevate. La superficie di M679-S03, così era il nome provvisorio del pianeta, era divisa in circa due terzi di oceani e un terzo di terre emerse. Era un pianeta che assomigliava a molti altri che erano stati scoperti, tutti popolati da esseri viventi, mentre le superfici emerse di M679-S03 sembravano del tutto prive di piante e animali. La forte percentuale di ossigeno, però, suggeriva una massiccia presenza di vita vegetale, che quindi doveva trovarsi negli oceani. “Staremo a vedere”, pensò WW. Le stranezze non finivano qui: gran parte delle superfici pianeggianti emerse era coperta, dall’equatore fin quasi ai poli, da schiere di miliardi di tavole quadrate di un materiale scuro, almeno così sembrava dalle foto dei satelliti. L’uniformità delle loro dimensioni e la regolarità della loro disposizione suggerivano che non fossero strutture naturali, ma artefatti tecnologici. Se fosse stato così, dovevano essere opera di una qualche cultura sconosciuta che però non sembrava più presente su M679-S03 e che non aveva lasciato altre tracce evidenti della propria esistenza.

WW spense lo schermo e si allungò ancor più comodamente sulla poltrona, chiudendo gli occhi. Cosa poteva mai essere? Che significato avevano quelle strutture? Perché nessuno dei presunti abitanti, se c’erano, si faceva vivo? Non era possibile che una civiltà così avanzata da modificare l’intera superficie del suo mondo non avesse ancora notato l’arrivo della loro enorme astronave e lo sbarco dei primi esploratori e non avesse sistemi di comunicazione. Ormai dovevano essere atterrati i primi cento rover con i loro equipaggi, che avrebbero presto liberato nell’aria una decina di droni ciascuno, per iniziare la mappatura dei territori e l’esame ravvicinato dei manufatti, prelevando anche campioni per gli esami fisico-chimici del caso. WW non si lasciò sopraffare dall’ansia di ricevere i primi rapporti, si alzò e si diresse alla sala mensa per un piccolo spuntino. Data l’ora, l’avrebbe trovata quasi deserta e così avrebbe evitato un assalto di curiosi che lo avrebbero travolto con domande di ogni tipo.

Il ricevitore da polso di WW si fece sentire con una lieve vibrazione proprio mentre lui si stava gustando l’ultima cucchiaiata di un ottimo gelato. Il Supervisore aprì la comunicazione sullo schermo incorporato nel ripiano del tavolo. Gli apparve il volto di uno degli esploratori di superficie, visibilmente agitato. WW frugò nella sua memoria e trovò il nome: era Whyahell, una delle reclute più giovani. Aprì il canale audio e ne uscì un torrente di parole:

“WW, … cioè Capo, … cioè Signor Supervisore! Abbiamo novità importanti! Forse sappiamo cosa sono quelle tavolette. Sono di sabbia e sono sterili. Cioè no, mi scusi, … il terreno è sabbioso e sterile, mentre le tavole sembrano fatte da uno strato di silicio cristallino, certamente prodotte con un procedimento ad alta tecnologia. Da ognuna partono due cavi di rame coperti di plastica che si immergono nel terreno. Fino a che profondità non lo sappiamo ancora. Dovremo scavare un po’ per scoprirlo. Whenisit, uno dei miei compagni, dice che potrebbero essere celle fotovoltaiche, un’antica tecnologia per trasformare la luce solare in energia elettrica.”

Whyahell si interruppe e si voltò verso un altro esploratore, fuori vista. Parlottarono per un po’ tra loro e WW captò solo la frase “Ma dobbiamo proprio dirglielo?”. Poi Whyahell tornò a girarsi verso l’obiettivo e continuò:

“Forse non dovevamo farlo, ma abbiamo staccato una tavola che manderemo a bordo per un’analisi più accurata. Sembra non sia successo nulla, a parte l’accensione di una piccola luce rossa nella base.”

Si girò ancora a guardare in un’altra direzione, poi l’immagine sullo schermo sobbalzò violentemente e WW sentì varie voci gridare:

“Che cazzo è quello?”

“Da dove è arrivato?”

“Attenti!”

“Via tutti!”

Quando la telecamera riuscì a stabilizzarsi, l’inquadratura mostrò un grosso veicolo a sei ruote che avanzava velocemente lungo uno dei corridoi che separavano le file di pannelli. La carrozzeria era dipinta di un giallo vivace a strisce rosse e strani segni neri ne ornavano il muso e i fianchi. Il veicolo non aveva finestrini e sembrava molto vecchio, in alcuni punti la vernice era scrostata e uno strato di polvere ricopriva l’intera macchina. Nell’insieme non sembrava minaccioso, ma la squadra non aveva nulla con cui difendersi e continuò a correre verso il proprio rover. Il veicolo però si fermò vicino alla base della tavoletta che era stata staccata. Dal suo fianco uscirono due bracci meccanici dotati di vari utensili e un terzo che reggeva un nuovo pannello. In pochi minuti questo fu sistemato, saldato alla base e collegato ai cavi di rame. Il veicolo se ne andò in retromarcia, scomparendo tra i filari. Per un po’ nessuno parlò, poi WW si fece sentire:

“Allora c’è vita! Se così vogliamo chiamarla. A occhio e croce direi che si tratta di un sistema di manutenzione e l’assenza di finestrini dimostra che la macchina è automatica. Il che significa anche che qualcuno vuole essere certo che il sistema dei pannelli resti sempre al massimo dell’efficienza. Dobbiamo solo trovare questo signor Qualcuno. Alzatevi in volo col rover e cercate di capire dove è andato quel coso a sei ruote. Nel frattempo, continuate a osservare i dintorni, ma senza toccare più nulla. Non vorrei che quel Qualcuno la prendesse male.”

WW non riuscì quasi a finire la frase, un’altra vibrazione si fece sentire sul suo polso. Cambiò canale e lo schermo mostrò un altro gruppo di esplorazione sulla riva dell’oceano. Prima ancora di sentire la voce, WW vide qualcosa degno di attenzione. Vicino alla riva, in mezzo alle onde, svettavano alcune imponenti e snelle torri bianche, un po’ ingiallite e corrose alla loro base. Sulla loro cima giravano lentamente enormi eliche a tre pale. Un esploratore fece sentire la sua voce:

“Buongiorno Signor Supervisore, ha visto cosa abbiamo trovato? Qui ce ne sono centinaia e questo è solo un piccolo tratto di costa. Direi che è il vento che le fa muovere, quando cessa le pale si fermano. Purtroppo, non possiamo avvicinarci subito perché dobbiamo prima montare un canotto, ma col binocolo abbiamo visto che sulla parete ci sono gradini per salire alla sommità, dove c’è una specie di sportello che potrebbe permetterci di entrare.”

“Bene, ma state attenti, soprattutto non smontate nulla e limitatevi a filmare. Non vorrei che arrivasse un altro addetto alla manutenzione, ma meno benevolo del primo.”

“Un altro cosa?”

“Non importa, avrete presto accesso alle relazioni di tutti i gruppi e capirete. Buon lavoro.”

Nei due successivi periodi di rotazione del pianeta, tutti i gruppi di esplorazione non fecero che ripetere le stesse scoperte. Nell’interno dei continenti vi erano distese senza fine di quelli che ormai erano classificati come pannelli solari e lungo le coste si allineavano migliaia e migliaia di eliche eoliche orientate secondo i venti dominanti di ciascuna zona. Qualche prudente visita all’interno delle torri aveva portato alla luce enormi e ronzanti generatori elettrici, i cui cavi sprofondavano nel terreno sottostante. Qualcuno, o Qualcosa, doveva avere un gran bisogno di energia elettrica, ma aveva evitato di usare centrali a fusione nucleare, neppure le più primitive centrali a fissione. La tecnologia dei Qualcuno non c’era arrivata o era una scelta consapevole? E poi, dove andava a finire tutta quella energia? A cosa diavolo serviva? Perché era così importante da richiedere un sistema automatico di manutenzione che interveniva così rapidamente e in modo così efficiente? Un esploratore propose che si trattasse di una specie di ripetitore radio, così grande e potente da richiedere un intero pianeta, ma gli esperti cercarono inutilmente, per molte rotazioni, di captare una qualunque emissione, su una qualunque banda di frequenza.

L’unica scoperta interessante furono le ‘officine della manutenzione’. Whyahell, ormai meno impacciato e rinfrancato dalla fama del suo primo rapporto, aveva avvistato una di esse, poi i ritrovamenti si moltiplicarono. Si trattava di massicci bunker, tutti identici, alti come case a due piani e dotati di un’unica apertura a saracinesca sul un lato. Si pensò inizialmente di farla saltare o di tagliarla con un laser, ma questo avrebbe potuto danneggiare il sistema di manutenzione. Come avrebbe reagito Qualcuno? Fortunatamente, Whoiswho, un'altra giovane recluta, ebbe un’idea meno invasiva. Una squadra fu inviata a una certa distanza da uno dei bunker col compito di staccare i collegamenti a qualche pannello, mentre un’altra squadra restò vicino alla costruzione. Non appena furono staccati i cavi, la saracinesca si aprì con un forte cigolio e un Seiruote ne uscì per andare a riparare il guasto. La seconda squadra ne approfittò per entrare e ispezionare il luogo. Non trovarono quasi nulla di interessante, solo un ambiente di nudo cemento su una parete del quale vi erano due prese elettriche, una grande e una piccola. Forse servivano a alimentare e a comandare il Seiruote. I cavi, come al solito, sparivano nel pavimento. Un’altra parete era coperta da un’enorme scaffalatura su cui erano impilati centinaia di pannelli di ricambio, bobine di cavi elettrici e altri aggeggi incomprensibili. Gli esploratori uscirono. Dopo un po’ il veicolo riapparve, entrò e la porta si richiuse. Tutto tornò immobile e silenzioso.

Non c’era che un modo per capirne di più: seguire i cavi nel sottosuolo. Poteva essere pericoloso e si tentò prima di scandagliare il territorio con un georadar, ma le immagini non rivelarono nulla. Se c’era sotto qualcosa doveva essere ben in profondità. Quindi non restava che scavare. Fu scelta una zona alle pendici di una montagna, dove le schiere di pannelli si interrompevano per lasciar posto al nudo terreno dei versanti. Per i biologi della spedizione fu una festa perché proprio lì scoprirono che qualche forma di vita vegetale era presente sulla terraferma. Dove mancavano i pannelli trovarono erbe, piccoli arbusti e pochissimi alberelli. Nessun animale, però. I biologi marini erano stati più fortunati, avevano trovato animali in abbondanza negli oceani, abbastanza per occupare le loro giornate e accumulare molto altro lavoro da svolgere a casa, dopo il ritorno. I grossi robot autonomi si misero all’opera e gli scavi iniziarono. Tutto ciò diede a WW qualche nuovo grattacapo, i giovani avventurosi restarono disoccupati e cominciarono a diventare incontrollabili. Il Supervisore dovette perciò inventarsi nuovi modi di tenerli impegnati. Alcuni furono mandati nelle zone polari, dove i pannelli non esistevano, ma qui trovarono solo ghiaccio e neve. Altri si appassionarono all’alpinismo e cominciarono a gareggiare per scalare le montagne più alte. Altri ancora, con la scusa di aiutare i biologi marini, si accamparono sulle coste per dedicarsi a sport acquatici. Qualche serata di festa con musica e balli completò il quadro e stimolò anche qualche love-story tra le reclute. Insomma, fu un periodo piacevole per tutti. Il solo problema era che il tempo passava e i risultati continuavano a tardare.

Per rompere la monotonia, WW indisse una riunione plenaria di tutto il personale scientifico per una discussione libera e aperta su tutto ciò che si era trovato e su tutte le ipotesi che si potevano avanzare. Lasciò che ogni gruppo presentasse ordinatamente i propri risultati, ma la discussione fu tiepida, ogni gruppo di specialisti era poco interessato al lavoro degli altri, sembrava che parlassero lingue diverse. Ai geologi non interessavano gli animali acquatici scoperti dai biologi, i botanici non apprezzavano le stratificazioni rocciose, nessuno fu attratto dalla minuziosa descrizione di alcuni oggetti metallici rotondi e decorati, fatti di nichel o di rame, trovati per caso sul fondo di un lago: scarti di produzione dei pannelli e nient’altro, dissero tutti. Neppure gli incomprensibili oggetti di plastica, trovati in massa sul fondo dei mari dall’archeologo Welldone, riscossero l’attenzione. Dopo una pausa per il caffè, fu aperta la discussione sulla questione più importante: che significato aveva quello che era stato trovato? Qui le ipotesi non mancarono, neppure le più bizzarre.

L’ingegnere It’sme propose che il pianeta fosse solo una tappa di transito per i viaggi interstellari, una specie di stazione di servizio dove rifornirsi di energia e altre risorse. All’obiezione che avrebbe dovuto esserci un campo di atterraggio da qualche parte, It’sme si incupì e non parlò più. Il geologo Whoareyou espose la sua idea: l’intero pianeta era una nave spaziale, solo momentaneamente ferma perché in avaria, e i suoi occupanti l’avevano abbandonata. Alla domanda: “Dove sono i suoi propulsori”, rispose: “Li troveremo, non posso sapere tutto!” e lasciò la sala. Un ingegnere era sicuro che il pianeta era cavo e che tutta la popolazione si era rifugiata al suo interno per sfuggire a un grave disastro ambientale. L’ipotesi poteva avere un senso, ma perché allora chiudere tutti i contatti con l’esterno? “Forse si sono estinti ugualmente per effetto di un altro disastro”, fu la risposta. Un appassionato di parapsicologia e scienze esoteriche proclamò che gli abitanti avevano raggiunto un livello spirituale di esistenza, un nirvana, e si erano disincarnati. “Perché allora necessiterebbero di tanta energia?”, gli fu subito obiettato. A questo punto gli animi cominciarono a scaldarsi e qualche scienziato arrivò agli insulti. “Speriamo di trovare presto qualcosa, altrimenti rischiamo una guerra civile”, fu la preoccupazione di WW.

Finalmente, dopo cinquanta rotazioni dall’arrivo sul pianeta, WW fu svegliato dal solito ronzio del suo comunicatore. Era la squadra di perforazione. Il messaggio che apparve era ciò che tutti attendevano con ansia: “La testa dello scavo ha raggiunto la profondità di 1850 click e ha incontrato una superficie metallica, certamente di origine artificiale.” “Ci siamo!”, esultò il supervisore.

(Continua)

Inserito il:08/05/2020 18:48:04
Ultimo aggiornamento:10/05/2020 16:21:25
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