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Aggiornato al 20/05/2019

È molto più bello sapere qualcosa di tutto, che tutto di una cosa; questa universalità è la cosa più bella.

Blaise Pascal

Agnolo Bronzino (Firenze, 1503 - 1572) - Piero de’ Medici, il “Gottoso”

 

Le grandi famiglie: I Medici - 8 - Ascesa e splendore di Casa Medici

(seguito)

di Mauro Lanzi

 

8. Piero il “Gottoso”

Tanta parte di storia è stata scritta dalle malattie di grandi personaggi e dagli eventi che questi mali hanno condizionato, ma forse a nessuno dei grandi protagonisti è toccato essere identificato con il suo male, quanto a Piero de’ Medici, il “Gottoso” per antonomasia.

Cosimo aveva avuto da Contessina de’ Bardi due figli maschi, Giovanni e Piero: Giovanni, il maggiore, era il prediletto dal padre, anche il più dotato da un punto divista fisico e intellettuale, ed era destinato a succedergli. La sua morte prematura, all’età di soli 45 anni, non lasciò altra alternativa che Piero, afflitto fin dagli anni della gioventù dal male ereditario dei Medici, la gotta, in forma assai grave; Piero era molto amante della cacciagione, a quell’epoca non erano noti gli effetti disastrosi delle “purine”, contenute nella selvaggina, su chi fosse affetto da iperuricemia! Cosimo perciò, conscio dell’incerta salute di Piero, passò gli ultimi anni della sua vita ad istruire all’arte di governo il figlio giovinetto di Piero e Lucrezia Tornabuoni, Lorenzo, il futuro Magnifico.

Eppure Piero non era un personaggio banale, aveva intelletto e carattere: aveva accettato di buon grado la preferenza del padre per il fratello e si era comunque distinto, malgrado gli attacchi ricorrenti del suo male, nei compiti che gli erano stati di volta in volta affidati. Era stato ambasciatore a Milano, Venezia e Parigi, dovendo quindi confrontarsi con personaggi non facili, come Francesco Sforza, il doge Foscari, il re di Francia Luigi XI; quest’ultimo, in particolare, personaggio infido e crudele, che non era arretrato, in molti casi, davanti a molteplici assassini politici, aveva, proprio lui, sviluppato una vera e propria predilezione nei confronti del Medici, di cui apprezzava l’acume, l’equilibrio interiore, la moderazione, fino al punto di consentirgli di includere nel suo stemma l’emblema del regno di Francia. Da quel momento compaiono tra le palle medicee i gigli di Francia.

Piero, quando succede al padre, ha quarantotto anni e sa di avere davanti a sé un tempo non lungo, per l’aggravarsi del male: sopporta tuttavia con grande coraggio gli atroci dolori che la malattia gli procura, senza sottrarsi ai propri doveri, ma associa al governo il figlio maggiore Lorenzo, cui affida la gestione dei rapporti interni, mentre riserva a sé gli affari internazionali.

La debolezza di chi è al comando offre opportunità agli avversari della famiglia; proprio contando sulla salute cagionevole di Piero, i nemici interni dei Medici, Luca Pitti, in primo piano, affiancato dagli Acciauoli, dai Soderini, da Diotisalvi Neroni (uno dei consiglieri più fidati di Cosimo!!), riuniscono una fazione, che la gente definisce da subito “quelli del poggio”, perché il Pitti aveva iniziato, oltrarno, la costruzione di un palazzo in posizione più elevata (nel riquadro Luca Pitti davanti al suo palazzo), mentre i seguaci dei Medici erano chiamati “quelli del piano”, per il palazzo di via Larga.

Inizialmente le mosse della fazione avversa non sembrano preoccupare Piero, ma, ad un certo momento, la situazione precipita ed una congiura vera e propria matura nell’agosto del 1466: i congiurati riescono a riunire degli armati nei dintorni di Firenze, mentre un esercito condotto da Ercole d’Este, fratello del duca Borso, si muoveva da Ferrara in loro aiuto.

Piero, che giaceva gravemente ammalato a Careggi, quasi impossibilitato a muoversi, diede in quel frangente prova di una forza d’animo e di un’energia incredibili: disteso su una barella si fece condurre a Firenze, schivando anche un’imboscata, grazie all’intervento del figlio Lorenzo, che aveva allora solo 17 anni, ma era riuscito a fronteggiare e poi far ritirare gli aggressori, mentre la lettiga del padre era stata deviata su un percorso secondario. Piero, giunto a destinazione, prima si barricò nel suo palazzo, riunendo rapidamente i suoi seguaci, poi chiese ed ottenne anche l’aiuto dell’alleato milanese: il sopraggiungere di contingenti sforzeschi convinse i congiurati alla resa. Condannati a morte dalla Signoria furono salvati dalla magnanimità e dalla clemenza del Medici, che commutò la condanna in esilio; addirittura Luca Pitti, che si era gettato in ginocchio ai piedi di Piero, ottenne il perdono.

Piero riuscì così a soffocare, senza spargimento di sangue, una formidabile ribellione: anni dopo, Lorenzo dirà del padre “Solo chi sa conquistare sa anche perdonare”.

I Medici seppero conquistare con la loro moderazione e grandezza d’animo il cuore dei loro concittadini.

Il 1469, ultimo anno di vita di Piero, è segnato dal fidanzamento e poi dalle nozze di Lorenzo, allora diciannovenne, con Clarice Orsini, che aveva sedici anni, discendente della grande famiglia romana; in particolare per il fidanzamento si tenne a Firenze un torneo, la cui magnificenza riempì le cronache dell’epoca: il protagonista era logicamente Lorenzo, che vestiva una corazza tempestata di pietre preziose, disegnata dal Verrocchio, mentre la regina del torneo era Lucrezia Donati, della quale Lorenzo era, non troppo segretamente, innamorato.

Non si può chiudere il discorso sul quinquennio di Piero senza parlare di ciò che fece per l’arte e la cultura; la sua cattiva salute aveva fatto sì che per più di trent’anni arte e cultura fossero i suoi principali interessi, per una convinzione interiore, forse senza neppure pensare ai riflessi in politica: aveva arricchito la biblioteca medicea di testi rari, ma soprattutto si era legato ai maggiori artisti del suo tempo.

Nel 1466 era morto Donatello, forse il più grande genio dell’epoca; Piero si era preoccupato di esaudire il suo ultimo desiderio, essere sepolto accanto al suo più grande amico e benefattore, Cosimo: così anche Donatello riposa nella chiesa di San Lorenzo. Molto legato a Piero fu anche Luca della Robbia che aveva eseguito per Cosimo il capolavoro in marmo “La Cantoria”;

ma le opere per cui è universalmente noto sono i magnifici bassorilievi in maiolica, generalmente bianca su fondo azzurro, raffiguranti Madonne ed angeli di una dolcezza e spiritualità che fanno di Luca il maggior precursore di Raffaello. Per realizzare le sue ceramiche, Luca aveva svolto studi approfonditi di chimica, seguiti da innumerevoli esperimenti, fino a realizzare uno smalto formato, si crede, di frammenti di vetro mescolati ad ossido di zinco; la formula non fu mai rivelata e rimase un segreto di famiglia.

Per Piero lavorarono numerosi altri artisti, da Jacopo Benci, detto il Pollaiolo (Fatiche di Ercole), a Paolo di Dono (Paolo Uccello) cui commissiona la Battaglia di San Romano, vinta contro i Senesi nel 1432 (che adornava la camera di Lorenzo a Palazzo Medici), a Piero della Francesca a Benozzo Gozzoli.

 

 

Qualche parola sulla Battaglia di San Romano merita essere spesa; chi va Londra, alla National Gallery, si imbatte, proprio nella prima sala, nella Battaglia di San Romano, Paolo Uccello (primo riquadro a sinistra). Se poi vi recate a Parigi, al Louvre, troverete un altro quadro con lo stesso nome ed autore (in alto a destra); idem agli Uffizi (in basso al centro).

Ma allora qual’è il vero quadro dei tre?

Tutti e tre; Paolo di Dono, detto Paolo Uccello per la sua passione per i volatili, aveva dipinto un trittico così composto:

Niccolò da Tolentino alla testa dei fiorentini (National Gallery)

Intervento decisivo a fianco dei fiorentini di Michele Attendolo (Louvre)

Disarcionamento di Bernardino della Carda (episodio centrale dello scontro, Uffizi)

Le tre tavole che arredavano insieme la camera di Lorenzo furono disperse col saccheggio di casa Medici, nel 1494, e presero strade diverse: questa malaugurata circostanza ci ha privato della possibilità di ammirare nella sua interezza un capolavoro unico nel suo genere. Ma l’artista per cui siamo maggiormente debitori a Piero de’ Medici è senza dubbio Sandro Botticelli: Alessandro Filipepi, questo il vero nome, era nato da famiglia di modeste condizioni, il padre faceva il conciatore; grazie all’aiuto ed all’incoraggiamento di Piero e della sua coltissima consorte Lucrezia Tornabuoni, Sandro poté superare le ristrettezze in cui versava, ospitato in casa Medici come un figlio, accompagnato e sorretto anche nel suo sviluppo artistico dai consigli dei suoi protettori, ai quali lo legherà una vera e propria venerazione.

Nella carriera di Sandro Botticelli si distinguono, anche sotto il profilo stilistico e dei contenuti, quattro periodi.

  1. Dal 1464 al 1469: il periodo di Piero
  2. Dal 1469 al 1492: il periodo di Lorenzo
  3. Dal 1494 al 1498: il periodo dell’influsso del Savonarola
  4. Dal 1498 alla fine della sua vita (1516) la parabola discendente.

Del periodo di Piero vale la pena ricordare almeno due opere, in primis la Madonna del Magnificat, dipinto per Piero e Lucrezia;

 

vi sono rappresentati i due figli, Lorenzo e Giuliano, nelle sembianze dei due angeli inginocchiati davanti alla Madonna, uno dei quali regge il libro, l’altro il calamaio; Lorenzo è raffigurato con la carnagione più scura, mentre Giuliano, il prediletto da Lucrezia, rivolto verso lo spettatore riceve tutta la luce del quadro: vale la pena richiamare l’attenzione su un dettaglio, la mano del bambino che poggia su quella della madre, quasi a guidarla, tratto di una dolcezza e suggestione incredibili.

L’altra opera, cui vorremmo accennare per i suoi contenuti storici, è L’Adorazione dei Re Magi, una sorta di ritratto di famiglia, con le tre generazioni dei Medici attorniati dai letterati che avevano protetto, Marsilio Ficino, i fratelli Pulci ed altri ancora;

nelle figure dei Re, Cosimo, il più anziano, a sinistra, abbraccia i piedi del bambino, Giovanni, il fratello morto, a destra, vestito di rosso, Piero, al centro, di spalle, Lorenzo, alla sua sinistra con una spada in mano, Giuliano a destra, inginocchiato. Tutta l’attenzione dell’artista è concentrata su Lorenzo, che era l’eroe del momento, perché aveva salvato con il suo coraggio Piero dalla famosa imboscata.

Poco prima della sua morte, Piero riuscì ad ottenere per il Botticelli un’altra commessa; tra i sei pannelli commissionati al Pollaiolo dal Consiglio di Mercatanzia, uno, raffigurante la Fortezza fu passato al Botticelli che ne fece una magnifica rappresentazione per conto di Piero.

File source: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Botticelli,_fortezza_480.jpg

Sorprende tutti gli osservatori che la Fortezza non sia rappresentata come una donna armata e corrusca, ma come una figura maestosa ed assorta, quasi un’allegoria del carattere di Piero, per cui fortezza era sinonimo, di prudenza, moderazione, riflessione ed anche perdono.

Non si può concludere il discorso su Piero senza ricordare l’opera più significativa del suo periodo di governo gli affreschi della cappella, opera di Benozzo Gozzoli, di cui abbiamo già parlato. L’affresco è un degno omaggio alla famiglia Medici ed al suo capo Piero, la cui statura intellettuale spicca anche per questo capolavoro da lui voluto.

Piero è morto nel dicembre 1469, forse prima del completamento dell’affresco: anche Piero è sepolto in San Lorenzo: per lui i figli commissionarono al Verrocchio un sarcofago di porfido, decorato con foglie di acanto.

(Continua)

 

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Inserito il:24/06/2018 15:23:59
Ultimo aggiornamento:04/07/2018 23:52:59
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