Aggiornato al 04/10/2022

Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo

Voltaire

Paul Rommer (Spain) - Cyclist Road Bicycle - Canvas Wall Art

 

Il Ciclista legionario

di Paolo Ghiggio

 

Era il 1925. Alice Superiore, in Valchiusella, faceva ancora parte della provincia di Aosta con altri 112 comuni canavesani. Solo un decreto del 1945 li avrebbe fatti tornare negli originali confini torinesi.

In una vecchia casa sulle sponde del lago di Alice nasceva Denis Bove. Ancora oggi salendo verso il comune di Val di Chy (oggi si chiama così dopo l’unione dei comuni di Pecco, Lugnacco e Alice), non potrete fare a meno di fermarvi ed ammirare quel laghetto sulle cui acque, circondate da una corona di alberi, si specchiano nelle giornate serene, le cime che dividono questa valle dalle terre confinanti a nord del Canavese.

Quel bambino visse i primi anni della sua infanzia in quell’angolo di paradiso, correndo sui sentieri intorno al piccolo abitato. Fu allevato dalla mamma e dai fratelli maggiori. Il padre in cerca di fortuna, come molti compaesani, era emigrato prima in Francia e poi in Marocco. Aveva trovato un impiego ai Lavori Pubblici presso il Ministero a Fes e si era fatta un’onorevole posizione sociale, guadagnandosi il rispetto dei concittadini. La buona situazione economica consentì il ricongiungimento familiare e Denis, compiuti i quattro anni, intraprese il viaggio con il resto della famiglia verso il Nord Africa. Dire che fu un’avventura è poco: il tutto iniziò un mattino all’alba, quando la corriera portò la famigliola a Torino. Qui salirono sul treno per Napoli, dove arrivarono a notte inoltrata. Si sfamarono con le vivande che la madre aveva preparato e avvolto nella carta velina in un cestino coperto con una piccola tovaglia a quadrettini rossi e bianchi. Dormirono in stazione, fortunatamente era estate e la temperatura notturna era sopportabile. Un vecchio tranvai condussse tutti al porto il mattino successivo. Nel pomeriggio si imbarcarono sul piroscafo che salpò per le coste marocchine. Dopo circa otto giorni di navigazione in terza classe arrivarono allo scalo di Rabat.

Laggiù poté conoscere finalmente il padre. Era l’anno 1929.  Dopo un periodo di ambientamento la madre, con i risparmi, aprì una cooperativa di alimentari. Era riuscita a produrre dal latte di capra un’imitazione della toma della Valchiusella, che aveva incontrato i gusti dei clienti, incuriositi dalla novità.

Il discreto benessere famigliare consentì al giovane Denis di conseguire la licenza elementare e di proseguire gli studi secondari nella città di Fes.

Usando la bicicletta della madre, munita di un rudimentale portapacchi, fece l’ incontro con quella che sarebbe diventata la prima passione della sua vita: il ciclismo.

Il fisico prestante gli aveva permesso di praticare diversi sport, dal calcio, al nuoto alla boxe. Ma il suo vero amore erano le due ruote. Compiuto il ciclo delle superiori, nel 1939, ebbe in dono dal padre una fiammante bicicletta rossa da corsa, di marca Minerva. Un tardo pomeriggio all’inizio dell’estate africana, con un vento caldo che faceva sudare anche stando fermi, il padre accompagnò Denis al negozio “Velo d’Hiv”, gestito in una viuzza di Fes, dall’artigiano Moulay Alì, che sicuramente coltivava la passione per il ciclismo francese vista l’insegna del suo negozio, che ricordava un famosissimo velodromo parigino. Quella lucida pista in legno ha seguito le imprese dei grandi campioni ancora in tempi recenti. Le finanze non erano molte per cui il padre firmò numerose cambiali a garanzia del pagamento, che fu completato personalmente dallo stesso Denis, al suo ritorno in terra africana nel 1971. Il proprietario commosso da tanta onestà espose l’effetto di pagamento in una bacheca ben visibile all’entrata del negozio. Quella bicicletta rosso fiammante era la sua passione e tutte le sere al ritorno dai suoi giri fra le dune ripuliva accuratamente dalla sabbia anche i più piccoli ingranaggi, provvedendo alla loro lubrificazione. Stava delle ore a rimirare il luccichio del fregio dorato, sul tubo dello sterzo. Raffigurava la Dea greca della guerra, che reggeva una lancia con il braccio alzato verso l’alto.

In terra francese e in Europa erano i tempi in cui furoreggiava Maurice Archambaud, detentore di un record dell’ora, battuto da Fausto Coppi, al Vigorelli di Milano nel 1942.  Antonin Magne vinceva due Tour de France e un Mondiale su strada. Guy Lapèbie vinceva l’oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936. I fratelli Henry e Charles Pellissier dettavano legge nelle grandi corse in linea sulle piste e strade europee.

Con il desiderio di gareggiare con quei grandi campioni e, a dispetto della mamma che lo voleva dedicato agli studi, con il “velò” nel cuore, Denis continuò a percorrere i nastri di ruvido asfalto e le strade sterrate fra i palmeti delle oasi ai piedi del massiccio dell’Atlante.  Ad un certo punto dovette sostituire i tubulari con due copertoni più robusti: era stufo di bucare e di tornare a casa a piedi. Su quelle strade pericolose e dal fondo ricoperto di sassi si fece le ossa, fino a crescere e correre fra gli “amateurs”.  Si distinse in parecchie gare fino a meritarsi l’iscrizione al Tour de Maroc, dove, emozionato, incontrò alcuni dei suoi idoli. Spesso i campioni europei, grazie anche a sostanziosi ingaggi, si recavano nelle colonie per pubblicizzare i prodotti francesi legati allo sport delle due ruote. Il ragazzo di Alice si distinse con onore, superando anche atleti più vecchi di lui.

La ferrea educazione paterna però aveva fatto sì che non smettesse gli studi e conseguisse il diploma di contabile. Pezzo di carta che gli sarebbe servito, visto cosa gli avrebbe riservato la vita.

Durante le sue uscite in bicicletta ai confini del deserto aveva spesso incontrato i drappelli militari francesi in pattugliamento e ne era rimasto affascinato. La sua sete di avventura fece sì che, rifiutato per la giovane età nell’esercito regolare francese, si presentasse agli uffici di arruolamento della  Legione Straniera, dove le maglie di ingresso erano sicuramente più larghe e sorvolarono sulla sua falsa data di nascita. Fu la folgorazione della sua vita, lasciato il caschetto in cuoio da ciclista indossò il Kepi con la visiera di cuoio della Legione. Anche se costretto ad abbandonare le corse in bicicletta, limitandosi a qualche uscita neanche tutti giorni, servì con onore e fedeltà quell’arma, tanto da divenirne per meriti personali, un importante graduato.  Durante la Campagna di Francia sul confine tedesco combatté nel reggimento di Cavalleria Straniera al fianco di un militare italiano “Andrea Battaglia”, il futuro ministro dell’educazione Giuseppe Bottai. Sul fronte alsaziano una malaugurata mattina venne colpito alla gamba destra da una pallottola nemica. Si frantumò la parte prossimale della tibia e rischiò di morire dissanguato. Il proiettile aveva sfiorato l’arteria poplitea. Con un bendaggio di fortuna fu portato all’infermeria militare sotto una tenda da campo e di qui trasferito in ospedale a Parigi. Dopo parecchi mesi guarì e con gli esiti delle lesioni, fece ritorno in Africa, dove venne affidato ai servizi sedentari e dovette abbandonare la bicicletta. Con il suo nome di battaglia “Père Bovet” mantenne fedeltà al suo giuramento alla Legione per tutta la sua vita.

Amò la vita militare e la terra africana, ma non dimenticò mai la sua amata Valchiusella, tanto da recarsi ogni estate a trascorrere un breve periodo di vacanza nella pace di quella vallata.

Proprio durante uno di questi periodi un attacco di cuore lo tradì, lontano dall’ arida sabbia del deserto, ma fra la rigogliosa vegetazione dei boschi intorno ad Alice.

La sua salma fu composta presso una residenza dell’Alta Valle. La notizia della sua morte superò i nostri confini e raggiunse i vecchi commilitoni. La veglia funebre fu degna del personaggio che era stato non solo sui campi di battaglia, ma anche sulle due ruote. I legionari in alta uniforme e con i labari della gloriosa armata vegliarono la salma fino al suo trasporto in terra francese dove venne tumulato a Mantes la Jolie, dove tuttora riposa. Sicuramente le fatiche in bicicletta sulle salite dell’Atlante e il sudore speso in quel clima, magari ostile, avevano forgiato il carattere di quell’eroico legionario.

 

Inserito il:24/02/2022 12:49:02
Ultimo aggiornamento:24/02/2022 12:53:10
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